Blog - Mediare

Tra i tanti diritti che i figli possono vantare nei confronti dei genitori ne esiste uno particolare, che è quello di avere entrambi i genitori a loro disposizione nello stesso tempo.
Il bambino costruisce la sua sicurezza proprio contando su entrambi i genitori e soprattutto prevedendo di poterli avere nel suo futuro, quando si troveranno in una situazione di grave difficoltà, come una malattia o un ricovero in ospedale ma anche in una situazione in cui condividere loro la felicità, come la laurea, il matrimonio.
Questa sicurezza viene messa in crisi dalla separazione dei genitori a causa dei conflitti che la accompagnano: di solito la rottura della coppia genitoriale porta il figlio ad immaginare di esser costretto a contare su di loro, se tutto va bene, ma su di uno per volta.
E invece la separazione, pur rompendo l’unione d’amore non deve impedire che il figlio pensi ancora all’esistenza di una coppia, di una coppia di genitori, proprio ancora uniti nella funzione genitoriale.

 

La separazione e la rottura degli equilibri

Condividere la genitorialità è decisamente difficile nelle coppie unite e diventa quasi impossibile dopo la separazione.
I genitori sono persone molto diverse tra loro, e ciascuno ha il diritto di essere come vuole e di avere le proprie opinioni: questa diversità, però, non è un ostacolo alla condivisione e anzi è una ricchezza: due punti di vista sono meglio di uno solo. La loro utilità è proprio nella possibilità di discuterne e di trovare di volta in volta la soluzione migliore, che magari è una terza ipotesi.
Occorrono dunque il confronto continuo e la discussione: queste attività non dovranno determinare un conflitto e tanto meno un litigio, soprattutto davanti ai figli: questi penserebbero il contrario di ciò che vogliamo e che sono proprio loro la causa dei conflitti.

Collaborazione, condivisione, solidarietà

Trovata la soluzione occorre poi la coerenza rispetto a questa dei comportamenti di entrambi; occorre cioè la collaborazione reciproca dei genitori. E se i comportamenti concordati dovessero non produrre gli effetti voluti, l’errore dovrà essere attribuito a entrambi: occorrerà solo discutere di nuovo.
E poi occorre che ciascuno dei genitori sia fedele rispetto alla scelta condivisa: i comportamenti, le opinioni e gli atteggiamenti dimostrati al figlio debbono essere uguali sia in presenza che in assenza dell’altro genitore.
Tutto ciò non basta perché occorre ancora un altro ingrediente: è quello della solidarietà reciproca. Ciascun partner deve chiedersi cosa può fare affinchè l’altro sia il miglior genitore possibile per il figlio comune; il benessere psico-fisico di entrambi è la condivisione necessaria perché tutto funzioni.

 

Superare il trauma della separazione è possibile

La genitorialità che ho descritto è indispensabile nelle famiglie unite, ma è ancora più necessaria dopo la separazione perché questa è già di per sé un trauma per il figlio e sarà ridotto nella misura in cui la ex coppia riuscirà a realizzare la condivisione in modo migliore di quanto ha cercato di fare in precedenza.
Il compito è personale e non può essere affidato né alla legge né al giudice che deve applicarla: troppo spesso il provvedimento del giudice che regola la separazione arriva come un colpo d’ascia improvviso che non può tener conto degli effetti che produrrà.

La legge non basta: la mediazione familiare è la risposta

La legge può solo dare indicazioni, come quella che prescrive l’affido condiviso quando non c’è una grave indicazione contraria.
Ma la legge può anche dare indicazioni negative: è il caso del disegno di legge Pillon che istituzionalizza la teoria delle due abitazioni per il figlio, da utilizzare con un ritmo alternativo precostituito. Con questa prescrizione si realizza proprio un maggior distacco, una maggiore distanza non solo tra i due genitori ma tra i due mondi diversi che rappresentano agli occhi del figlio: due mondi che saranno in contrasto crescente tra loro. E ciò, nel migliore dei casi, produrrà solo confusione nel figlio; nel caso peggiore il figlio rimarrà estraneo ad entrambi i mondi e cercherà altrove chi potrà insegnargli a vivere.
Il compito di aiutare la ex-coppia a costruire una relazione nuova e caratterizzata dalla genitorialità condivisa può essere svolto soltanto da un counsellor di coppia o da un mediatore formato nella nostra scuola. La strada da percorrere è quella che passa attraverso la ricerca della causa che ha portato la coppia, prima felice, a non funzionare più: ne deriveranno indicazioni su come evitare che in futuro vengano ripetuti gli stessi errori.

Leggi tutto...
Pubblicato in Blog Scritto da Pubblicato in Blog

Abbiamo già parlato degli stili di attaccamento sul nostro blog.
L’argomento suscita interesse e questo si è rivolto soprattutto verso lo stile cosiddetto insicuro-evitante; in particolare ci è stata rivolta spesso la domanda di oggi e l’abbiamo girata al nostro direttore scientifico.

Per prima cosa, che vuol dire partner evitante? Come riconoscerlo?
L’espressione è certo equivoca: può alludere allo stile di attaccamento ma anche ad altri fenomeni.
Ad esempio può accadere che venga attribuita al partner una postura evitante quando la relazione d’amore si sta esaurendo e i due sono sempre più distanti; esistono rimedi, ma non riguardano l’attaccamento.
Poi si parla di evitamento anche per descrivere una caratteristica di personalità, che può arrivare fino ad essere un vero e proprio disturbo mentale.


Come si distingue la personalità evitante dallo stile di attaccamento evitante?
La personalità si esprime in ogni circostanza, in ogni contesto e con qualsiasi persona. Si tratta anzitutto di quei soggetti che dichiaratamente hanno timore nell’allacciare relazioni sociali, tendono a rimanere in silenzio e sullo sfondo, si sentono insicuri, sono certi di fare brutte figure e si aspettano dagli altri critiche e rifiuti. Esistono anche soggetti che vivono isolati dal mondo, quasi senza vita sociale, non esprimono timori né desideri, perché sono soddisfatti della vita che fanno anche se è emotivamente molto povera.
In tutti questi soggetti l’evitamento è rivolto non solo verso l’esterno ma anche verso loro stessi: evitano accuratamente le loro emozioni, non le sanno o non le vogliono esprimere e difficile è anche la loro attività riflessiva.

E invece cosa viene mostrato nello stile dell’attaccamento?
Debbo ripartire dal concetto di attaccamento: il bambino, al settimo mese, riesce a distinguere le persone e perciò individua quelle che si prendono cura di lui; l’utilità delle cure li spinge ad allacciare con loro una relazione particolare, nel senso che non possono non attaccarsi. Per poter ottenere il risultato il bambino, via via nel crescere sperimenta i suoi comportamenti e seleziona quelli che danno il miglior risultato. Si formano in questo modo giudizi che si riflettono in emozioni, pensieri e comportamenti: questo insieme tende a rimanere stabile ed è lo stile di attaccamento.
Da adulti si tende a conservare lo stesso stile appreso nell’infanzia: si usa lo stile come metodo ritenuto utile per costruire le relazioni caratterizzate dalla presenza dell’intimità e della cura e soprattutto le relazioni d’amore.

E lo stile evitante che caratteristiche attribuisce?
Una caratteristica è nel fatto che l’intimità e l’aiuto sono a senso unico: la persona è accogliente e recettiva rispetto ai bisogni del partner, ma esprime poco i suoi, difficilmente chiede aiuto e tende a nascondere le proprie emozioni. In altre parole lo stile di attaccamento evitante si manifesta solo nelle relazioni significative che risultano in qualche modo non paritetiche, quasi squilibrate, per il fatto che queste persone sanno dare ma non sanno chiedere.
E poi c’è una caratteristica molto significativa: quando parlano della loro infanzia ne ricordano solo gli aspetti positivi, come se avessero cancellato il ricordo delle sofferenze.


Sembra di capire che questo stile è una caratteristica molto maschile.
Questa affermazione era vera tempo fa, perché lo stile evitante era una conseguenza dell’educazione che un tempo veniva dato ai maschietti: l’uomo non deve piangere, deve imparare a fare da sé e così via.
Oggi lo stile è un po’ meno frequente nei maschi e comincia ad apparire anche nelle donne, forse a causa della rivendicazione dell’autonomia da parte loro.

Lo stile si forma dunque nell’infanzia; ma c’è speranza di cambiarlo?
Questa non è una speranza ma una certezza: è possibile modificare gli schemi infantili e imparare ad usare lo stile sicuro.
La difficoltà è nel fatto che gli schemi infantili agiscono senza che il soggetto se ne renda conto, come accade per le abitudini. Le strade sono diverse: può essere utile una buona psicoterapia, è utile senza dubbio la formazione nel counseling perché questo si basa proprio sulla natura sicura dell’attaccamento. Ma anche la relazione d’amore può essere un fattore di cambiamenti.

E allora, in una relazione d’amore cosa può fare il partner per migliorare la relazione con un partner?
La prima cosa che può fare è capire che l’innamoramento reciproco può essere spiegato come un effetto della compatibilità reciproca: ciascuno viene scelto dall’altro in maniera inconsapevole proprio in relazione a certe caratteristiche della personalità, quelle espresse attraverso i comportamenti. Capito questo, occorre riflettere sulle proprie caratteristiche e individuare i comportamenti che involontariamente sostengono e giustificano l’attaccamento evitante del partner.
Posso fare solo degli esempi: può trattarsi della scarsa manifestazione di interesse a conoscere i bisogni dell’altro, oppure del richiedere troppo spesso per sé, di appoggiarsi troppo, e così via.
E poi non resta che modificare i comportamenti, che spesso sono espressione di uno stile altrettanto insicuro, uguale oppure opposto a quello del partner.

Ma in concreto cosa fare?
Per modificare lo stile di attaccamento evitante del partner occorre curare tre punti.
Il primo è l’aspettativa che il partner ha della relazione: quando ci aspettiamo una relazione positiva e sicura siamo più disposti a collaborare.
Il secondo punto è la creazione frequente di momenti emotivamente significativi, intensi e condivisi dai quali il partner può ricavare un piacere forte, magari inaspettato.
Il terzo punto è assumersi per intero la responsabilità della relazione, curandone costantemente la qualità. Più ciò sarà fatto e più l’aspettativa del partner sarà positiva: la maggiore sicurezza della relazione orienterà il partner in direzione di un attaccamento sicuro.

Come può essere utile il counselling?
L’utilità è doppia.
Per il partner evitante è utile non solo una psicoterapia, ma anche una relazione con un counsellor esperto: imparerà a trovare i suoi problemi e scoprirà il modo di risolverli.
Ancora più utile è la formazione in counselling: questa contiene anche l’addestramento ad avere uno stile sicuro di attaccamento indispensabile per essere utile ai clienti.
Sarà certo difficile ottenere che il partner si attivi: non sarà cattiva volontà ma solo il fatto che il suo modo di costruire relazioni è l’unico che conosce e non immagina neanche di poterlo cambiare.
Molto più utile è che l’iniziativa sia presa dall’altro: la formazione in counselling è diretta ad imparare come poter essere d’aiuto agli altri. E poi la formazione permette a ciascuno di scoprire cosa è la felicità per lui e come realizzarla: l’addestramento trasforma lo stile di attaccamento in quello sicuro; per effetto di questo cambiamento anche il partner sarà costretto a cambiare qualcosa.

Leggi tutto...
Pubblicato in Blog Scritto da Pubblicato in Blog

Tante volte abbiamo sottolineato l'importanza di riconoscere i propri bisogni e dar loro spazio. È una fase fondamentale del percorso di crescita e consapevolezza, imprescindibile per poter raggiungere la felicità.
Ma cosa intendiamo quando parliamo di bisogni?
Per dare una definizione generale, possiamo dire che il bisogno è la tendenza a voler soddisfare delle necessità di vario genere. Ognuno di noi ha dei bisogni, più o meno urgenti, che vuole soddisfare per sentirsi più appagato e in equilibrio con se stesso.

Maslow e la sua piramide

A metà degli anni 50 del Novecento, lo psicologo statunitense Abraham Maslow ideò quella che ancora oggi conosciamo come piramide di Maslow. Come dice il nome stesso, è una rappresentazione in forma di piramide dei bisogni umani, classificati in base alla tipologia. Alla base della piramide ci sono i cosiddetti bisogni primari: respirare, mangiare, dormire e altri legati alla sfera fisiologica.
Subito dopo vengono quelli legati alla sicurezza: mentale, familiare, lavorativa, ecc. A metà della piramide troviamo i bisogni legati all'appartenenza: amicizia, affetti familiari, intimità sessuale. Ancora più in alto, tutti i bisogni legati alla stima: autostima, realizzazione, rispetto reciproco, ecc. All'ultimo gradino, i bisogni più complessi che sono quelli di autorealizzazione: moralità, accettazione, assenza di pregiudizi e altri.

Nuovi bisogni e nuove consapevolezze

Se i bisogni che stanno alla base della piramide sono più semplici da riconoscere e, in parte, anche da soddisfare, non sempre è lo stesso man mano che saliamo verso l'apice della piramide, perché incontriamo bisogni man mano più complessi. Tutti i bisogni sociali e relazionali, infatti, tendono a innescare meccanismi che alzano l'asticella dell'obiettivo da raggiungere. Una volta soddisfatti i bisogni di una sfera, l'essere umano tende a voler soddisfare quelli della sfera successiva.
Per dirla in maniera ancora più semplice, chi ha necessità di sfamarsi, ripararsi dal freddo o dormire, ha l'urgenza di soddisfare quei bisogni prima di tutti gli altri. Una volta raggiunta una situazione in cui la sfera fisiologica è soddisfatta, avrà la tensione a volersi sentire appagato rispetto ai bisogni della sfera successiva, cioè quella legata alla sicurezza familiare, del lavoro, ecc. Ecco perché parliamo di complessità man mano che la piramide sale verso l'apice: ci sono bisogni che soddisfiamo perché non potremmo farne a meno per vivere, altri che sono meno indispensabili all'apparenza, ma comunque importanti nel percorso di evoluzione personale.

Come riconoscere cosa ci serve?

Una volta inquadrati i diversi tipi di bisogni, ci è più chiaro che alcuni sono più semplici da individuare, altri richiedono uno sforzo maggiore. Se sentire lo stimolo della sete ci fa comprendere che abbiamo necessità di bere per appagare un nostro bisogno primario, non è così automatico riuscire a comprendere da cosa derivino molte delle insoddisfazioni che possiamo provare. Di sicuro possiamo dire che se siamo frustrati, nervosi, perfino arrabbiati, c'è un bisogno inascoltato.
Alcuni bisogni sono dettati da una spinta interna e personale, altri sono indotti dal contesto in cui viviamo. Già riuscire a fare questa distinzione è un grande passo verso la consapevolezza. Ciò che per noi è molto importante è riconoscere i bisogni che derivano da spinte e necessità interiori e personali. Tutti noi tendiamo a voler rispondere a degli standard, a compiere azioni richieste dall'ambiente che ci circonda, che sia familiare, lavorativo, delle nostre amicizie. Non sempre, però, corrispondono a ciò che noi sentiamo di dover fare. Intendiamoci: ci sono alcune azioni che dobbiamo compiere per vivere in armonia con la società di cui siamo parte. Il punto è che se riusciamo a dare ascolto alle nostre più intime esigenze, anche le azioni che sono meno nelle nostre corde non ci risulteranno così difficili o persino sgradevoli. È a questo punto che viene la parte più difficile. Capire nel profondo cosa ci serve per star bene non è sempre esercizio semplice.
Il lavoro che fa un counsellor e un mediatore familiare che lavora con gli strumenti del counselling, è incentrato proprio sull'aspetto emotivo e di riconoscimento dei bisogni di ognuno. Il tempo sembra non bastare mai e riuscire a prenderci pause e momenti di riflessione diventa una sfida, ma proprio la complessità del mondo che ci circonda lo rende quanto mai necessario. Se incontrare una determinata persona o svolgere una mansione al lavoro ci provoca sensazioni ed emozioni poco piacevoli, non è utile soffocare tutto sotto una coltre di sopportazione. Piuttosto è utile fermarci, chiederci come ci sentiamo in quel momento. Se riusciamo a dare un nome a quella sensazione, probabilmente riusciremo a trovare anche il motivo che la fa scaturire. Ecco che troviamo un disagio e possiamo ragionare su come farlo incidere il meno possibile sul nostro benessere psicofisico. Al contrario, se conosciamo cosa ci fa stare bene perché risponde a un'esigenza intima, cerchiamo di non accantonarlo. Per fare un esempio concreto, se sappiamo che passare qualche ora o giorno lontani dalla routine ci fa sentire bene e ci permette di schiarirci le idee, troviamo il modo di farlo. Permettiamo a noi stessi di prenderci il giusto spazio.

Comunicare in modo efficace i bisogni

Se siamo già arrivati al livello di consapevolezza di cosa ci serve per star bene, è un grande passo. Ma c'è ancora un'altra piccola sfida. Se riusciamo a decodificare i messaggi che corpo e mente ci mandano rispetto alle nostre esigenze, ciò che può permetterci di raggiungere un vero benessere è saperlo comunicare.  Comunicarlo in modo efficace, certo.
Proviamo a scendere nel concreto e fare un esempio. Se sentiamo che ci farebbe star meglio un nuovo ruolo sul lavoro, perché darebbe una risposta a un nostro bisogno di crescita personale e professionale, troviamo il modo di parlarne con il capo. Sforziamoci di trovare parole e momenti per spiegare da cosa nasce questa esigenza e perché ci renderebbe felici poter avere una nuova opportunità. A prescindere dall'esito, già il solo fatto di aver trovato il modo di comunicare cosa ci serve, ci farà sentire meglio. Per stare nella sfera più personale, immaginiamo di aver bisogno di sentire la coppia più salda, perché pensiamo che il partner sia la persona giusta con cui fare un progetto a lungo termine e per noi è importante la sicurezza nel rapporto. Se argomentiamo ciò che sentiamo, sarà più semplice instaurare un confronto sereno e costruttivo col partner.
E invece, troppo spesso temiamo di non essere compresi e ci teniamo dentro desideri e aspirazioni. La paura di non essere accettati e di "tradire" l'idea che gli altri hanno di noi, ci rende prigionieri di noi stessi. Non è paradossale?
Ecco perché lavorare sul riconoscimento dei propri bisogni è importante, anzi, fondamentale. Ognuno di noi non potrà essere accettato dagli altri, se non è in grado di accettare le spinte interne che sente. Ciò che ci può rendere speciali agli occhi delle persone che contano per noi è proprio la consapevolezza di ciò che siamo e delle nostre reali necessità. Chiediamoci più spesso cosa sentiamo e di cosa abbiamo bisogno, ne va della nostra serenità e delle nostre relazioni con chi amiamo.

Leggi tutto...
Pubblicato in Blog Scritto da Pubblicato in Blog

Proseguiamo a raccontarvi Mediare da "dietro le quinte" grazie alla preziosa testimonianza di Emanuela. Ha sentito l'esigenza di comprendere meglio se stessa e acquisire strumenti utili a migliorare le sue relazioni, in primis familiari. Questi stessi strumenti le sono stati utilissimi anche nel suo delicato lavoro di infermiera pediatrica, per gestire le relazioni coi pazienti e i loro familiari. Oggi è anche una nostra tutor e ci racconta la sua intensa esperienza.


Ciao Emanuela, prima di cominciare ti ringraziamo per averci dedicato il tuo tempo. Cominciamo con le domande, per conoscere la tua esperienza con noi. Perché hai deciso di frequentare il Master in counselling e mediazione familiare di Mediare?

Io, come altri ex allievi, ho cominciato il mio percorso di counselling in un'altra scuola. Lì ho conosciuto Franco Pastore, che ci ha tenuto alcune lezioni. Da subito sono rimasta affascinata dai suoi argomenti e soprattutto dal suo modo di centrare subito la questione. Il suo metodo trova il nocciolo del problema in tempi molto rapidi e questo è un grande vantaggio che mi ha colpito molto.
Mi piaceva non solo per lavorare sulla mia coppia, ma soprattutto per il lavoro che faccio. Io ho a che fare coi bambini e coi loro genitori: mi serviva un metodo per affrontare al meglio queste situazioni. Per questo ho scelto di finire il mio percorso qui a Mediare, che è specializzato in gestione della coppia. Alla fine dell'ultimo anno mi hanno chiesto se avessi voluto fare la tutor. In questo modo posso seguire i nuovi allievi grazie alla mia esperienza e, in parallelo, approfondire qui un percorso cominciato altrove.
Mi è servito moltissimo sul piano personale, oltretutto, perché nel mentre io ero diventata mamma e il piano personale e professionale si stavano sovrapponendo. Avevo cominciato ad avere un coinvolgimento emotivo "ingombrante" sul lavoro e questo stava erodendo tutte le mie energie emotive. Dovevo lavorarci in qualche modo, per il mio bene e per quello dei pazienti.
A Mediare si lavora in modo profondo sul piano personale, perciò ho scelto di fare questo percorso. Mi è servito su di me e riesco anche a restituirlo alle persone che ho di fronte ogni giorno.

Quali sono le cose che più ti porti dietro di questa esperienza?

La prima cosa a cui penso è il modo in cui siamo seguiti.
Per scelta, Mediare accoglie un numero minore di allievi rispetto ad altre scuole di formazione. Il motivo è che vogliono seguire il percorso di ognuno, fin nel dettaglio. Questo fa sentire anche noi allievi più coinvolti e molto motivati a dare il meglio. Sappiamo che in ogni lezione e laboratorio abbiamo spazio e dobbiamo monitorare i nostri progressi. Questo, per me, è un grande plus di questa esperienza.
Il lavoro che fai è su di te e sulla coppia, cosa molto importante. Un'evoluzione personale deve essere inserita anche nel contesto di coppia e sapere come farlo, tramite gli strumenti acquisiti con Mediare, è molto importante perché non ci siano scossoni, ma anzi, un miglioramento.
La vita è dinamica, dobbiamo essere preparati a gestire i cambiamenti, a rispettare ciò che siamo veramente nelle diverse fasi della vita, a mettere in prospettiva i bisogni che abbiamo. Se penso alla mia storia personale, per esempio, io e mio marito stiamo insieme da tanti anni, prima eravamo una giovane coppia, poi nel tempo sono arrivati 3 figli, tutti e due lavoriamo tutto il giorno. Le responsabilità sono cresciute esponenzialmente e sono cambiate nel tempo. Per ovvie ragioni, anche noi siamo cambiati e il punto è proprio questo: ritrovare l'equilibrio a ogni cambiamento. Se hai gli strumenti per farlo diventa tutto meno pesante, anche quando sembra più difficile.

Cosa è cambiato nella tua vita e nella percezione degli altri, grazie a questo Master?

Per me è come se all'inizio del percorso avessi una benda spessissima sugli occhi. Man mano che andavo avanti è come se questa benda si assottigliasse sempre più, mostrando gradualmente la realtà per come è. Alla fine è come se fossi riuscita ad aprire gli occhi, dopo aver elaborato tanti aspetti ed esperienze, piano piano. Come se ci fosse di volta in volta una nuova consapevolezza su cui poi costruire la prossima. Anche per questo gli incontri sono una volta al mese, così che tutti abbiamo modo di interiorizzare le consapevolezze apprese. Dopo ogni incontro provi a metterti in gioco rispetto all'argomento affrontato. Delle volte è più semplice, altre meno, ma sei spinto a provare sempre.
Con un'altra metafora, è come se il cambiamento cominciasse sotto forma di un sentiero. All'inizio il cambiamento è poco visibile, come fossero passi in mezzo all'erba. Un percorso che sembra poco delineato, ma andando avanti diventa un sentiero sempre più chiaro, fino a diventare proprio una strada senza erbacce a confonderti sulla direzione che prendi, ma definito ed evidente.
Cambiando il modo di percepire te stesso, cambi il modo di relazionarti agli altri. Se io sento il bisogno di sentire un'amica, ora non aspetto più che sia lei a chiamarmi, per esempio. Il bisogno è il mio e lo esprimo, la cerco, le vado incontro, mi apro.
Mi sono allenata a sentire i segnali del mio corpo. Se determinati rapporti mi causano anche dei sintomi fisici (mal di testa, mal di stomaco, ecc.) sono segnali che qualcosa mi mette a disagio. Li ascolto, li comprendo, poi li elaboro e trovo il modo di dare una direzione diversa a quei rapporti, perché siano migliori per me.

Chi è Mediare per te, se fosse una persona?

Se fosse una persona la descriverei come una persona che non ti giudica, accogliente e aperta. Una persona che ti dice delle cose che ti trasmettono calma, serenità e che ti dà anche delle dritte. Quasi materna, che esprime amore e cura.
Forse perché queste sono le caratteristiche di Franco e di Paola (Pastore, counsellor, mediatrice familiare, esperta nella conduzione dei laboratori esperienziali, ndr), che sono i cardini di Mediare.

Quanto ti è stata utile la parte esperienziale?

Fondamentale. Questo Master si differenzia dagli altri proprio per l'intensità delle esperienze fatte nei laboratori. Avendo fatto anche dei corsi altrove, ho apprezzato molto questo aspetto. Il motivo è quello che dicevo prima, il numero di allievi per ogni classe ha un tetto. Questo poi si traduce nell'essere davvero coinvolti nei laboratori, nelle esperienze, sei proprio molto motivato a lavorare su di te, con gli altri, senti la responsabilità. Inoltre, anche se non fai un lavoro direttamente su di te ma magari è un tuo compagno di corso che porta un suo problema, ci si lavora insieme e comunque tocca delle parti di te. Perciò il lavoro è costante e questo è possibile grazie al numero contenuto di persone: tutti lavoriamo sempre su noi stessi, sugli altri e con gli altri. L'essere pochi fa sì che sia più facile entrare in intimità, costruirla e mantenerla nel tempo. Questo permette a tutti un grande miglioramento.
L'attenzione all'ambiente, poi, qui è molto evidente. C'è una stanza dedicata ai laboratori esperienziali che è rilassante, accogliente e non è per niente un aspetto da sottovalutare.

Cosa ti aspetti da Mediare, dopo aver finito il Master? Per esempio, ulteriori iniziative, confronti, ecc.

In realtà non sono uscita dal Master aspettandomi qualcosa. Al massimo mi aspettavo di essere io in grado di usare gli strumenti acquisiti, cosa che sta accadendo.
Forse posso dire ciò che lì per lì non mi aspettavo, cioè che mi chiedessero di fare la tutor. Per me è stato un onore. Nonostante il mio lavoro molto impegnativo, un marito medico e spesso in giro per il mondo per congressi e conferenze, tre figli da seguire, ho accettato. Sicuramente è un modo per continuare a tenere un legame professionale stretto, data la frequenza degli incontri. Oltre che una continua crescita personale.

Leggi tutto...
Pubblicato in Blog Scritto da Pubblicato in Blog

I dati parlano chiaro: viviamo in una società iper-connessa.
Se non ne siete molto convinti, vediamo insieme qualche dato: su poco meno di 8 miliardi di persone al mondo, più di 4 miliardi hanno un accesso a internet e più di 3 miliardi usano regolarmente i social network. Più di 5 miliardi di utenze accedono a internet da dispositivo mobile (smartphone o tablet) e più della metà di queste (circa 3 miliardi) usano i social dal proprio dispositivo mobile.
In Italia, più del 73% della popolazione totale accede a internet e la stragrande maggioranza (83%) lo fa da dispositivi mobili. Il 57% della popolazione ha almeno un account social e circa la metà accede da smartphone o tablet. Il tempo che noi italiani spendiamo online ogni giorno è in media di 6 ore, di cui circa 2 sulle piattaforme social.
Dopo aver considerato questi numeri, forse è più chiaro l'impatto che la cosiddetta realtà virtuale ha sulla nostra vita quotidiana. Ecco perché possiamo affermare che noi non "andiamo" su internet, ma viviamo costantemente connessi.
Perché chi, come noi, si occupa di counselling, mediazione familiare, benessere e crescita personale, dovrebbe interessarsi di quanto siamo connessi? La risposta è semplice: i nostri comportamenti si stanno modificando nel tempo, anche a causa dei nuovi strumenti tecnologici e della possibilità che ci danno di intessere e mantenere le relazioni.

Cosa succede ai nostri comportamenti...

Più ci interfacciamo con la rete e i social network, più vengono avviati studi su come questi incidano sui nostri comportamenti, fin dal livello cognitivo e comportamentale.
Un aspetto molto interessante evidenziato da vari studi, è quello che riguarda l'egocentrismo e la perdita di limiti del nostro ego: sui social network tendiamo tutti a "metterci al centro del mondo". Ne deriva che, seppur nati per condividere e comunicare, sui social network rischia di non esserci una vera condivisione, ma piuttosto una spettacolarizzazione della nostra vita alla ricerca dell'approvazione altrui. Siamo disposti a essere meno noi stessi per favorire un'immagine filtrata di noi stessi, che soddisfi le aspettative degli altri?

Il potere di influenzare gli altri

Vale la pena di soffermarsi anche su quanto i nostri contatti siano in grado di influenzare il nostro comportamento e modo di pensare su un argomento. Anni fa scoppiò una polemica a causa di una sorta di esperimento condotto da Facebook nel 2012 sui propri utenti, senza che essi ne fossero coscienti. Preso un gruppo di circa 700.000 persone, la più grande piattaforma social del mondo li divise in due gruppi a cui sottoporre argomenti diversi. A un gruppo faceva comparire contenuti più positivi, all'altro contenuti più negativi e rabbiosi. Il risultato fu poi pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Science, e rivelava come le persone dei due gruppi fossero state influenzate a livello emozionale dai contenuti che erano stati loro sottoposti.
Questi e altri risultati degli studi tuttora in corso, ci dimostrano che il nostro modo di comportarci con gli altri sta cambiando. Il modo in cui ci relazioniamo con le persone sta, inevitabilmente, prendendo un nuovo corso.

… e alle nostre relazioni?

Ciò che abbiamo detto finora non ha l'intento di demonizzare internet o social network, ci teniamo a precisarlo. La rete globale è uno strumento e, in quanto tale, la responsabilità di come lo usiamo è nostra. Non sono internet o i social a essere "brutti, sporchi e cattivi", piuttosto lo possono essere le intenzioni con le quali vengono adoperati. E le intenzioni sono umane, non di uno strumento. Essere consapevoli di quanto possano influire sul modo in cui coltiviamo le nostre relazioni, è utile per migliorare il nostro rapporto con le tecnologie e anche i nostri rapporti interpersonali.
Per esempio, nel lavoro sono strumenti utilissimi: velocizzano le ricerche e le operazioni, ci permettono di informarci su dati e analisi, di crearci una rete di contatti lavorativi sempre a disposizione, ma attenzione: questi contatti sono davvero utili e validi se sappiamo anche coltivarli di persona. Questo vale ancor di più se parliamo di relazioni affettive, come amicizia o amore.
Possiamo dire che le applicazioni social o di messaggistica sono un plus, cioè ci danno la possibilità di entrare più facilmente in contatto con le persone lontane o che non possiamo vedere spesso per tante ragioni. Pensiamo a chi ha i genitori lontani, o un figlio che studia all'università in un'altra parte del Paese o del mondo. O a una coppia che si ritrova a stare lontana per un periodo, magari per motivi lavorativi o di salute.
Se vogliamo soffermarci sull'aspetto meno positivo, pensiamo che scriverci dei messaggi è un tipo di comunicazione intermediata. Partiamo dal presupposto che il nostro cervello si è evoluto per gestire relazioni e interazioni reali, perciò siamo più inclini alle relazioni vis-à-vis con le persone. Le relazioni di persona stimolano diverse aree che ci mettono in grado di provare empatia, di capire gli altri osservando il loro non-verbale e di gestire le emozioni. Tutto questo non avviene, o avviene in modo molto più limitato, se interagiamo con gli altri online. Per questo gli studi parlano di un indebolimento di queste aree e, di conseguenza, di una minore intensità dei rapporti umani. Diventa più difficile capirci, interpretare con esattezza delle parole o espressioni, manca il contatto visivo che ci permette di leggere negli occhi degli altri un'emozione o uno stato d'animo.

 

I livelli delle relazioni

La diatriba su quanto virtuale sia reale è più che mai aperta. Molti sono gli esperti che negli anni si stanno impegnando a creare un ambiente online positivo, utile e che sia davvero un luogo dove coltivare relazioni. In Italia abbiamo un esempio quando leggiamo il decalogo della comunicazione non ostile, in cui il primo punto è molto chiaro: virtuale è reale.
In questo caso prendiamo in considerazione una comunicazione verso persone che non fanno parte della nostra strettissima cerchia, quella che facciamo tramite i nostri account social, sia in pubblico che in privato, ma anche quella che fanno i giornali, i rappresentati politici, i grandi e piccoli marchi. Virtuale è reale significa, in questo caso, che il comportamento che teniamo sui social e sulla rete è di nostra responsabilità, proprio come fossimo al lavoro, a scuola, per strada, con estranei, ecc. L'intento è quello di far comprendere a tutti noi che lanciare degli insulti o delle calunnie, ad esempio, via social è un fenomeno sempre più diffuso (e qui forse vale la pena di ricordarsi del famoso esperimento di Facebook sull’influenza negativa e positiva) e va condannato, esattamente come si dovrebbe fare nella vita non intermediata dalle piattaforme online.
Diverso è quando parliamo di intessere delle relazioni personali con amici, familiari, partner: in questi casi il virtuale è qualcosa in più che ci mette in comunicazione, ma che non può sopperire al coltivare le relazioni di persona. Una cena insieme, una chiacchierata di fronte a un bicchiere di vino, una passeggiata o un'escursione insieme a chi amiamo, resta il vero modo di coltivare i rapporti nella loro pienezza. Guardare negli occhi gli altri, sentirne il profumo, il tono di voce, coglierne le espressioni, sono ancora lontani da poter essere trasmessi attraverso la rete. Per quanto ci sforziamo, non riusciremo mai a farlo come quando ci stringiamo una mano, ci diamo un bacio o un abbraccio, o ci salutiamo con un sorriso. Diamo la giusta dimensione alla nostra comunicazione e ai mezzi che utilizziamo per veicolarla. La comunicazione è relazione e perché sia completa ci occorre farne esperienza in tutte le sfaccettature: verbale, non-verbale, paraverbale e sensoriale.

Leggi tutto...
Pubblicato in Blog Scritto da Pubblicato in Blog

I nostri ex allievi sono tanti e tutti hanno una bellissima storia da raccontare sull'esperienza dei corsi Mediare. Abbiamo incontrato Alessandra, insegnante, counsellor e mediatrice familiare. Dopo aver fatto il corso con noi, è attiva nello sportello di counselling aperto da una collega nella scuola dove insegna, per dare supporto ai ragazzi anche fuori dall'aula.
Ci racconta quanto e come è cambiata la sua vita dopo il Master, leggiamola insieme.

Ciao Alessandra e grazie di essere qui con noi a raccontarci la tua esperienza. Cominciamo con le domande.
Perché hai deciso di frequentare il Master in counselling e mediazione familiare di Mediare?

Ciao a tutti, sono contenta di poter raccontare la mia esperienza.
Dunque, per cominciare: non ho deciso facilmente, anzi, all'inizio ero molto indecisa. Mi è stato consigliato il corso da chi lo aveva già fatto e mi diceva che per me sarebbe stato un ottimo percorso, soprattutto a livello personale. Certo, avrei anche acquisito strumenti per la mia professione di insegnante, ma diciamo che il consiglio mi è stato dato più come percorso personale. Dicevo, ero talmente indecisa che, infatti, ho cominciato dal terzo incontro del primo anno, non subito.
Non avevo un'esigenza specifica - almeno all'apparenza, ma sapevo che sarebbe stato un percorso sia personale che professionale, come infatti è stato.

Quali sono le cose che più ti porti dietro di questa esperienza?

Di certo le tantissime lacrime che ho pianto. Che detto così sembra terribile, in realtà mi hanno davvero aiutato a sbloccare qualcosa, ho imparato a lasciare andare come non avevo mai fatto. Mi sono proprio tolta dei sassolini molto dolorosi.
Come se avessi fatto pulizia, mi porto dietro un nuovo mondo e un nuovo modo di vedere le cose. Mi approccio agli altri in maniera molto diversa rispetto a prima. Questo è positivo, ma ha anche il suo risvolto - se vogliamo - negativo: in tanti sono entusiasti dei miei cambiamenti in meglio, altre persone invece è come se non mi riconoscessero, mi guardano come per dire: "ma tu chi sei?". Significa che il cambiamento è evidente.
Poi, senza dubbio, gli affetti e tante nuove relazioni di amicizia. In un percorso così intenso si formano legami davvero forti, che durano anche dopo.

Cosa è cambiato nella tua vita e nella percezione degli altri, grazie a questo Master?

Tutto, davvero tutto. Per farti un esempio, stamattina ho visto Franco (Pastore, direttore scientifico di Mediare, ndr) e mi ha detto: "ah eccola, la mia ex piagnona" e ci siamo fatti una risata. L’avermi definito "ex" significa che quel momento in cui io mi sono liberata di tante lacrime ha determinato come sono adesso, sono una persona diversa, nuova. Ci sono persone che mi conoscono da anni che mi dicono chiaramente che sono cambiata in tutto, in senso positivo. Io prima ero molto chiusa, facevo fatica a parlare di me. Adesso, al contrario, sono quasi senza filtri! Forse devo lavorare su un maggiore equilibrio in questo senso, ma di certo so che ora vivo meglio.
Ora vedo che gli altri mi guardano con occhi diversi: è come se prima non mi vedessero, perché io mi nascondevo e facevo di tutto per passare inosservata. Adesso, al contrario, sono molto più aperta e anche gli altri lo percepiscono e si comportano di conseguenza. Ho cambiato io la percezione degli altri e, per questo, gli altri hanno cambiato percezione di me.
Il percorso è stato lungo, ma i risultati li sto vedendo e continuo a lavorare su di me.

Chi è Mediare per te, se fosse una persona?

Ah, difficile dirlo. Diciamo che io associo Mediare alla persona reale che è Franco Pastore. Quindi ti direi una persona educata ma senza filtri, che se ha da dirti qualcosa te la dice per il tuo bene. Una persona con un modo di fare che sa insegnarti a essere te stesso.

Quanto ti è stata utile la parte esperienziale?

Al 100%. Più che la conoscenza teorica, che è la base e ci vuole, senza dubbio, il vero cuore del corso è la parte esperienziale. Mi ha proprio insegnato a lasciarmi andare, a lasciar scorrere e correre quando era necessario.
Alcune esperienze mi sono rimaste molto impresse, proprio a significare che sono momenti che rimangono dentro. Ricordo una del primo anno, in cui l'esercizio iniziale consisteva in una visualizzazione. Io ricordo che avevo visualizzato un lupo e ancora adesso, quando vedo un lupo, la mia mente torna lì. In un certo senso, rivivo quel momento, perché mi ha segnato molto. Ce ne sono anche altre che mi ricordo bene e mi piace questo. Quando ci torno con la mente, ci lavoro di nuovo e le vivo con le consapevolezze di adesso. Come se vedessi il percorso del mio cambiamento e potessi continuare a "esercitarmi" per migliorare ancora.

Cosa ti aspetti da Mediare, dopo aver finito il Master? Per esempio, ulteriori iniziative, confronti, ecc.

Mah, non ho delle vere aspettative. Sta procedendo in un modo che mi piace molto, c’è sempre un confronto e un contatto diretto, quindi non mi aspetto nulla di diverso. Per esempio, insieme alla mia collega che ha creato lo sportello di ascolto e counselling a scuola, ci dedichiamo ai ragazzi anche fuori dall’aula. Mi piace molto e anche se ho dei dubbi o mi serve un parere su un intervento da fare, so che qui trovo sempre un confronto aperto e affidabile.

Leggi tutto...
Pubblicato in Blog Scritto da Pubblicato in Blog

Da facoltativa a obbligatoria, la mediazione familiare è oggetto di grande interesse negli ultimi tempi, grazie al nuovo disegno di legge n. 735. Ad oggi, infatti, le coppie possono scegliere se affidarsi o meno a un percorso di mediazione familiare  prima di arrivare in tribunale.
Per noi mediatori familiari e formatori di nuovi professionisti, suona come una buona notizia, anzi ottima. Sappiamo quanto la mediazione familiare sia una strada che riduce sofferenze inutili alle coppie che si separano, tocchiamo con mano ogni giorno questa realtà.
Dopo aver letto con attenzione il cosiddetto DDL Pillon, abbiamo però rilevato alcuni aspetti critici che secondo noi non migliorano la situazione nella pratica. Il nostro direttore scientifico Franco Pastore - avvocato, psicoterapeuta e specializzato in counselling e mediazione familiare - ha analizzato sia dal punto di vista giuridico che di applicazione alla professione, il decreto. Considerando anche commenti di altri esperti, la discussione si è fatta ricca di spunti. Per questo, da professionisti di lungo corso, ci permettiamo qualche riflessione.

 

Come funziona la mediazione familiare e come si forma un professionista

Partiamo dal lato più tecnico del disegno di legge, cioè ciò che concerne l’aspetto giuridico di regolamentazione e abilitazione alla professione.
Il testo è lungo e non ci soffermeremo su ogni minimo dettaglio, anche perché non è questa la sede adatta. Alcune cose, comunque, hanno senso di essere menzionate, perché in contrasto con alcune norme.

Nell’articolo 1 viene introdotto il concetto di albo dei mediatori familiari, ma non è chiaro a quale ordine dovrebbe far capo. L’ordine dei mediatori familiari, infatti, non esiste e non se ne fa menzione nemmeno nel DDL.
Ma, cosa ancor più importante, un albo sarebbe in contrasto con la legge 4/2013, che sancisce che lo Stato italiano non istituisce più albi professionali come li conosciamo. Lascia, infatti, alle nuove figure professionali il compito di autodisciplinarsi e regolarsi, con associazioni di categoria. Al momento ne esistono già diverse sul territorio nazionale e lavorano con l’obiettivo comune di regolamentare in maniera chiara e univoca la professione di mediatore familiare.

Altro aspetto non chiaro lo riscontriamo quando parla di 350 ore contro le 320 previste adesso per un corso di formazione in mediazione familiare. La norma UNI 11644 del 2016, infatti, stabilisce che le ore di formazione per un corso di mediazione familiare debbano essere 320. Significa che verranno richieste più ore, ma non viene specificato se teoriche o di pratica e tirocinio. O se ci siano degli argomenti di maggiore interesse da introdurre, per esempio.

Più avanti, leggiamo che il DDL fa riferimento alle Regioni come responsabili di certificare che un ente formativo sia in regola o meno, per istruire nuovi professionisti del settore.
Ci chiediamo quindi: che competenze hanno le Regioni per poter dire che una scuola di formazione va bene e un’altra no? Oltretutto, già anni addietro la Corte Costituzionale aveva bocciato alcune Regioni che avevano compilato degli elenchi di professionisti con particolari caratteristiche, come a certificarli. La sentenza 131/2010 ha stabilito che un’eventuale regolamentazione di enti formativi e professionisti in grado di formare e svolgere la professione, appunto, sia appannaggio dello Stato e non delle Regioni.
Anche questo elemento, dunque, va chiarito.

Queste sono solo alcune delle controversie che rendono questo DDL poco chiaro sul piano tecnico, ma anche sulla figura del mediatore familiare stesso. Vediamo in che senso.

 

Direttività e giudizio: non sono caratteristiche della mediazione familiare

Opinione diffusa sul nuovo DDL è quella che sia coercitivo e direttivo. Che vuol dire?
Significa che la mediazione viene vista come una costrizione per tutte le coppie che si separano e che il mediatore familiare si comporti in maniera direttiva verso i clienti. Dovrebbe, quindi, consigliare come agire ai coniugi che si separano.
Come forse già sapete, Mediare utilizza un metodo ben diverso nella mediazione: attinge agli strumenti del counselling per accompagnare la coppia nel confronto. Ciò significa che, proprio come il counselling, la mediazione familiare è non-direttiva.
Il mediatore familiare usa l’ascolto attivo per capire gli equilibri e le esigenze della coppia. Dopodiché, adotta gli strumenti adeguati alle diverse situazioni coniugali, per portare i coniugi a chiarire e decidere in maniera autonoma cosa sia meglio per il nuovo assetto familiare da separati.
Il mediatore familiare non consiglia, non dà pareri, non suggerisce. Soltanto le famiglie conoscono le proprie situazioni, tutte diverse e singolari. Il mediatore ha il compito di ridurre il conflitto, far cessare le ostilità e riportare i partner a un dialogo costruttivo, empatico e collaborativo. Quando è capace di condurre i coniugi in questo terreno, non ha necessità di dare nessun suggerimento. Questo è l’unico modo che garantisce che i rapporti possano essere gestiti nel lungo periodo, cosa che interessa ai mediatori per primi.
La mediazione familiare non interviene sul fatto singolo (la separazione), ma su come comportarsi l’un l’altro nella nuova relazione da separati. Come porsi coi figli, come collaborare nel loro interesse anche non vivendo più assieme. Non sostituisce avvocati e giudici, aiuta le coppie a ritrovare un dialogo e un’empatia perduti, in modo che arrivino dai legali e dai giudici più sereni e consapevoli.

Fatte queste considerazioni, ci soffermiamo su una figura introdotta nel DDL, che ha destato la nostra curiosità: il coordinatore genitoriale.
In breve, è una figura che avrebbe una specifica formazione, responsabile di stilare un piano genitoriale e di intervenire qualora non venisse rispettato. Intervenire come? Prendendo decisioni in luogo dei genitori, pare di capire dal testo del DDL. Torniamo alla direttività del mediatore familiare, che qui assume quasi i contorni di un giudice. Il DDL specifica che questa figura deve essere psichiatra, neuropsichiatra, psicoterapeuta, psicologo, assistente sociale, avvocato. Oppure essere un mediatore familiare già formato.
Nella nostra esperienza, un mediatore familiare è già perfettamente in grado di gestire i coniugi e portarli, di conseguenza, a saper decidere per il bene dei propri figli. Perché aggiungere questa ulteriore figura? Appare come un ennesimo controllore, più che un facilitatore dei rapporti familiari post separazione.

 

E i figli?

Infine qualche considerazione sul tanto nominato affido condiviso dei figli. Il DDL Pillon, sulla carta, intende favorirlo anzi incentivarlo. Le intenzioni sono ottime, certo, ma cosa ci dice in merito?
Partiamo dal presupposto che, come mediatori familiari, siamo senza dubbio convinti che i figli debbano avere a disposizione entrambi i genitori il più possibile anche dopo la separazione. Fatto salvo per casi gravi, i bambini e i ragazzi hanno necessità di entrambe le figure e la mediazione ha come obiettivo proprio quello di costruire una relazione migliore tra i genitori in funzione, anche, della gestione dei rapporti coi figli. Dopo questa doverosa premessa, torniamo al DDL.
Leggiamo di almeno 12 giorni al mese come durata minima da passare con entrambi i genitori. Siamo scettici rispetto a questa quantificazione così rigida. In primis perché torna il concetto di direttività discusso poco sopra: la mediazione familiare non decide come farebbe un giudice. Non può dare per certo, a priori, che ci debba essere un tot di tempo obbligatorio da passare con tutti e due i genitori, perché questo compito spetta esclusivamente ai genitori e ai figli, che insieme decidono cosa è meglio per il proprio equilibrio.
In secondo luogo, conta la qualità del tempo passato coi figli. Suona come una frase banale, ma è davvero così. E questo, siamo certi anche per l’esperienza che abbiamo, è qualcosa che preferiscono anche i genitori e i figli di genitori separati.


Mediatore familiare, avvocato e giudice hanno ruoli ben diversi

In ultimo, ci soffermiamo sulla possibilità per il giudice di omologare o meno l’accordo di mediazione in sede di tribunale, senza convocare i coniugi che si separano. In sostanza, il giudice può emettere una sentenza su una separazione, basandosi su un accordo di mediazione familiare e senza sentire in udienza i diretti interessati.
Il principio è quello di snellire tempi e pratiche di separazione. Lodevole, senza dubbio, ma… ci pare, ancora, che ci sia confusione sui ruoli di mediatore familiare, avvocato e giudice.
Il mediatore familiare lavora sulla ristrutturazione della comunicazione tra coniugi, li riporta su un piano empatico. Si occupa della parte emozionale del rapporto, in funzione del raggiungimento di un equilibrio e, anche, di un accordo post separazione. L’avvocato lavora sul piano giuridico, facendo sì che l’equilibrio raggiunto con la mediazione diventi un atto legale da sottoporre a un giudice. Infine, il giudice valuta la bontà di tali accordi e atti sulla base delle leggi vigenti e delle situazioni delle singole famiglie, prendendo in considerazione le testimonianze dei diretti interessati.
Tutti lavorano per lo stesso obiettivo: aiutare le coppie a separarsi in maniera consensuale, serena e con un occhio di riguardo alla gestione dei figli minorenni. Ognuno ha, però, il suo compito e la sua specificità, come è giusto che sia.
Temiamo che questo DDL cucia addosso al mediatore delle funzioni da avvocato o perfino da giudice. Il mediatore familiare per aver ragion d’essere e lavorare con efficacia, fa ben altro: è un esperto in relazione d’aiuto, che accompagna le coppie a costruire una nuova e sana relazione, anche dopo un trauma come la separazione.

Leggi tutto...
Pubblicato in Blog Scritto da Pubblicato in Blog

Articoli recenti


Per informazioni, contattarespazioSegreteria Mediare
Piazza G. Mazzini, 27 - 00195 Roma
Telefono: 06 3721136 (9:30 - 13:00)
E-mail: info@mediare.it mediare.mediare@gmail.com