Essere se stessi: perché è così difficile?

Se c'è un argomento di cui si parla tantissimo è proprio questo: essere se stessi. Coach, motivatori, pagine di social network dedicate interamente all'argomento, programmi tv e dibattiti, con sempre più insistenza, parlano di quanto sia importante.
Come mai se ne parla tanto?
E come mai, invece, sembra essere così difficile?
Rivendicare la propria identità e peculiarità è senza dubbio molto importante, ma il modo in cui viene trattato l’argomento appare talvolta banale, se non contraddittorio. Viene svuotato del contenuto reale e persino associato al dover somigliare a un modello virtuoso. Ma, a pensarci bene, qualcosa stona: ci viene proposto un ideale a cui tendere proprio mentre ci vien detto che essere se stessi è la cosa più importante.
Dovremmo piuttosto partire da un altro presupposto e chiederci cosa significhi – davvero - essere consapevoli della propria unicità e rivendicarla. Se ognuno di noi deve provare a realizzarsi come individuo unico e diverso dagli altri, forse non ha senso ispirarsi a questo o quel personaggio, scrittore, sportivo, e così via. Con questo non mettiamo certo in discussione i modelli positivi che, in quanto tali, possono esserci di aiuto. Ma il rischio che si corre è quello di volersi affermare come unici, ma imitando qualcuno che non siamo noi.


Rivendicare la propria unicità nell'era dei social network

Il ventunesimo secolo ci vede protagonisti di enormi trasformazioni tecnologiche e innovazioni che hanno migliorato tantissimo il nostro stile di vita. Tra queste, senza ombra di dubbio, c'è la diffusione di internet e in particolare dei social network. Ognuno di noi diventa parte attiva della conversazione globale, ha fonti di accesso e scambio di informazioni, notizie, gossip e tanto altro, in tempo reale.
Questi sono tutti aspetti positivi, che rendono queste piattaforme un vero tesoro per connettersi con gli altri, mantenere relazioni con persone lontane, trovare nuovi contatti lavorativi o di amicizia. Come tutte le cose, però, hanno anche un risvolto più oscuro. Molti psicologi, sociologi e altri studiosi, stanno osservando e monitorando il fenomeno, che pare in crescita: la dipendenza dall'approvazione altrui.
Se osserviamo la struttura di queste piattaforme, ci accorgiamo che le vite dei nostri contatti ci scorrono sotto gli occhi 24 ore su 24, 7 giorni su 7, senza nessuna interruzione. Con l'avvento degli smartphone, poi, siamo tutti perennemente connessi. Al di là di questo aspetto, che già di per sé potrebbe suggerire una qualche forma di dipendenza, ci sono studiosi che parlano di “depressione da like”. Ma di che si tratta?

Per un pugno di like

È stato dimostrato che una percentuale molto ampia di persone che sono iscritte a dei social network (Facebook, Instagram, Twitter, per citare i più noti), tende a voler mostrare su queste piattaforme solo la parte migliore di sé. Come se ci costruissimo delle vite parallele, mettiamo sui social frammenti della nostra vita perfettamente confezionati e li spacciamo come fossero spontanei. Se questo è un atteggiamento che può essere comprensibile per dei personaggi famosi, intenti a mostrare ai fan dei momenti della vita privata, in cui comunque devono mantenere certi standard (se così vogliamo chiamarli), il fenomeno si sta allargando a macchia d'olio anche per le persone “comuni”.
Tutti noi tendiamo a voler dare di noi una visione idealizzata, perfezionata, rispondente a dei modelli, per cercare approvazione dalla cerchia di contatti con cui condividiamo pensieri, foto e altro. Questo atteggiamento ci illude di essere liberi, di mostrare ciò che siamo veramente. E invece troppo spesso condividiamo delle foto di luoghi in cui siamo stati – per esempio – più per far vedere che eravamo lì, in quel bel posto rinomato, che per reale voglia di condivisione. Aspettiamo che i nostri contatti reagiscano alle nostre foto, alle parole che postiamo, per sentirci riconosciuti, parte di una comunità, per aumentare la nostra autostima. In questo senso i social network sono diventati addirittura dannosi: se riceviamo poca approvazione, subito pensiamo che in noi qualcosa non vada.
Guardiamo le foto e i profili dei nostri contatti e pensiamo che loro hanno più approvazione, che hanno degli abiti più alla moda e più costosi, delle foto più belle, che fanno delle vacanze più belle delle nostre, che abbiano una famiglia felice con tutti quegli scatti dei bimbi che condividono ogni giorno. Ci sentiamo quasi in competizione, come se dovessimo dimostrare di essere all'altezza, anche se magari degli abiti alla moda o di quella vacanza a noi non importa.
È come se fossimo esposti in una enorme vetrina di confronto continuo con gli altri, in cui scompaiono i problemi quotidiani (perché annoiano gli altri) e restano solo gli scatti patinati. Per avere consensi siamo costretti a uniformarci a degli standard anche se non ci appartengono.


Fermarsi e ricominciare per acquisire consapevolezza

Naturalmente i social network non sono da demonizzare, ma sono strumenti che ci mettono di fronte a una dura verità: siamo disposti a cedere delle parti di noi, della nostra autenticità, per essere accettati. Di conseguenza dovremmo fermarci e riflettere su alcune cose, cominciando da una domanda: quanto ci permettiamo di essere noi stessi?
Anche alla luce di ciò che abbiamo detto, non è affatto una domanda banale. Le risposte che saremo in grado di darci, ci faranno conquistare consapevolezza rispetto a chi siamo davvero e alle nostre priorità. Quanto siamo disposti a lasciarci influenzare dall'esterno, ma soprattutto, quanto pesi il giudizio degli altri perché pensiamo che sia più importante per la nostra reputazione sociale.
Facciamo una prova: immaginiamo una situazione ideale nella quale siamo soli, città deserta, possiamo scegliere di fare davvero ciò che ci pare. Proviamo, quindi, a farci qualche domanda:

  • Cosa ci fa stare bene?
  • Cosa troviamo davvero divertente e interessante?
  • Cosa è motivante per noi, nella vita di ogni giorno?
  • Cosa sappiamo fare davvero e ci piacerebbe fare sempre?
  • Quali abilità ci distinguono dagli altri?
  • Quali valori sono importanti e perché?

Vale anche per le domande al negativo:

  • Cosa non ci piace di noi stessi?
  • Quanto siamo disposti ad ammettere ciò che non ci piace di noi?
  • Perché vorremmo nascondere ciò che di noi non apprezziamo?
  • Cosa non sappiamo fare che invece ci piacerebbe imparare?

Queste sono alcune delle domande che potremmo farci, se guardando le vite degli altri (o meglio, quello che gli altri vogliono mostrarci delle proprie vite) ci sentiamo invidiosi, in competizione, o persino inferiori.

Sì alla libera espressione, no al giudizio

Se ci sentiamo in costante competizione, forse stiamo mettendo da parte qualche priorità, per paura di ammetterla. Forse stiamo addirittura rinunciando a fare qualcosa perché pensiamo che, tanto, non verrà mai bene come all'amica che mette le sue foto su Instagram in cui ci mostra come è brava.
Se è così, la verità è che siamo noi a giudicarci per primi: non siamo abbastanza bravi e allora non vale nemmeno la pena provarci. Temiamo il giudizio altrui perché mette in evidenza esattamente ciò che di noi non ci piace e non siamo, ancora, disposti ad accettare. Nello stesso momento in cui accetteremo e ameremo perfino i nostri "difetti", il giudizio degli altri comincerà a diventare solo un ricordo. Non ci importerà più niente, perché avremo fatto pace col fatto che siamo umani e, per questo, fatti di lati positivi e negativi. La cosa paradossale è che, quando cominceremo a esprimerci per ciò che siamo e a mostrare, anche, le nostre debolezze, saremo più accettati anche dagli altri. Se ci troviamo di fronte a persone che si mostrano perfette, sarà naturale sentire un senso di inferiorità. Al contrario, avere di fronte persone che mostrano i propri difetti, ci farà sentire a nostro agio perché tutti - proprio tutti - li abbiamo.

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