Un detto molto conosciuto recita “in amore vince chi fugge”. Queste poche parole che tutti avremo sentito almeno una volta nella vita, racchiudono un significato più articolato.
Come se l'amore fosse una continua rincorsa, avrebbe la meglio chi si fa desiderare, chi è sfuggente e indecifrabile e - quindi - si avvolge di un'aura di mistero. Di certo questo è intrigante, noi esseri umani siamo portati ad appassionarci a qualcosa che ci sembra al di fuori della nostra portata, quasi a spingere il limite un po' più in là e dimostrare a noi stessi di essere all'altezza.
E se proiettassimo questo tipo di comportamento in una relazione più stabile e duratura? L'effetto sarebbe ben diverso. Stare con un partner che sfugge, che non comunica e non dialoga, può essere sfibrante. Per funzionare, una relazione dovrebbe riuscire a mantenere i partner in connessione attraverso le varie fasi della vita. Chiudersi al dialogo non è un buon metodo, cercare un confronto e uno scambio continuo è ciò che può garantire una crescita insieme.

Perché manca il dialogo nella coppia?

Per i motivi più disparati capita che le coppie smettano di comunicare su temi quotidiani, come su quelli più esistenziali. Si innescano delle routine che assottigliano pian piano il livello di confronto. I partner inseriscono il pilota automatico e smettono di nutrire i piccoli momenti di felicità e di scambio, vitali per l’evoluzione della coppia.
Sì, perché una coppia si evolve in base a come si evolvono i suoi componenti. Un po’ come ci insegna il modello sistemico, tra quelli su cui si fonda il nostro lavoro di counsellor e mediatori familiari, e che insegniamo anche nei nostri corsi.
Tutti noi, nel corso della vita, cambiamo punto di vista e atteggiamento su tanti temi. È fisiologico e normale, perciò l'elemento che può farci impensierire non è questo. Il campanello dovrebbe suonare quando questi cambiamenti non arricchiscono il fluire della vita di coppia, ma arrivano a rompere degli equilibri.

Gestire il cambiamento. Insieme.

Il cambiamento può avvenire per avvenimenti spiacevoli o tragici, come un licenziamento improvviso, la perdita di un familiare o di una persona cara, motivi di salute. Questi e altri motivi possono generare paura, sconforto, frustrazione. E tali sentimenti ed emozioni non sono sempre facili da esternare, anzi. Innanzitutto dobbiamo saperli riconoscere, leggere le nostre emozioni e dar loro una dimensione. Senza questo passaggio sarà molto difficile riuscire a elaborarle e condividerle con il partner.
Il nostro atteggiamento può cambiare anche per motivi molto meno gravi. Dallo stress lavorativo, alla preoccupazione per un figlio, tante questioni quotidiane possono incidere sul nostro stato d’animo, farci sentire a disagio. Talvolta può anche non esserci un motivo esterno, ma che viene da dentro: una volontà di rinnovamento data dalle diverse esigenze che si hanno nelle differenti fasi della vita.
Saper dare un nome alla propria esigenza è un compito individuale, così come riuscire a condividerla. Con questi presupposti, affrontare le piccole e grandi sfide quotidiane insieme può essere molto più semplice.


Parola d’ordine: comunicazione

Facciamoci caso: le liti e l’allontanamento dal partner avvengono perché non siamo in grado di comunicare in modo efficace. Non esternare cosa sentiamo, cosa vorremmo per stare meglio, cosa ci manca è - di fatto - mettere un muro che ci separa da chi amiamo. La paura di non venire capiti e che le nostre esigenze non siano accolte, ci fa chiudere in un silenzio o, peggio, in una comunicazione nervosa e ben poco positiva. Possiamo quindi dire che magari lo scambio c’è, ma passa su binari fatti di incomprensioni. E genera ulteriore frustrazione, come è normale che sia.
Ancora una volta torna il tema dell’assertività: diventa importante non solo aprirci al dialogo sui nostri bisogni, ma anche farlo nel modo giusto. Proviamo a fermarci, chiederci cosa ci serve per stare meglio e dargli un nome. Sforziamoci di lasciare da parte l'imbarazzo o la rabbia e proviamo a chiedere cosa vorremmo dalla nostra metà. Proviamo anche a ragionare su cosa possiamo fare noi per andare incontro al partner e a una sua mutata esigenza, perché anche questo non è trascurabile.
Questo processo all'inizio può sembrare faticoso, ma riuscire a farlo anche solo una volta ci farà rendere conto del beneficio che ne trarrà la coppia. E diventerà molto più semplice farlo sempre.


Il counselling e la coppia

Il counselling viene considerato spesso come un percorso individuale o, in alcuni casi, di gruppo. Più raramente viene associato alla coppia, ma in realtà è ciò su cui noi di Mediare siamo specializzati con ottimi risultati. Ciò significa che il processo di counselling usato coi singoli, può essere adeguatamente inserito anche in un contesto di coppia. Il perché è semplice: la cosa importante è il processo che il counsellor mette in atto.
L’obiettivo di un percorso per partner, come il counselling di coppia, è proprio quello di ristabilire una connessione tra due persone che si vogliono bene ma non sono capaci di far funzionare al meglio la propria relazione.
Non tutte le coppie riescono a rimettersi in comunicazione empatica se si sono raffreddate o se litigano spesso. Non tutti i partner sono in grado di soffermarsi sui bisogni di ognuno e di come conciliarli con il bisogno della coppia nella sua interezza. Un counsellor conosce le tecniche per far sentire i membri di una coppia accolti e non giudicati ed è in grado di condurre i partner su un terreno comune, quando si parla della relazione. Sa come portarli a condividere, aprirsi, riconoscersi e, finalmente, comunicare. Perché sì, in amore vince chi parla.

Abbiamo già parlato degli stili di attaccamento sul nostro blog.
L’argomento suscita interesse e questo si è rivolto soprattutto verso lo stile cosiddetto insicuro-evitante; in particolare ci è stata rivolta spesso la domanda di oggi e l’abbiamo girata al nostro direttore scientifico.

Per prima cosa, che vuol dire partner evitante? Come riconoscerlo?
L’espressione è certo equivoca: può alludere allo stile di attaccamento ma anche ad altri fenomeni.
Ad esempio può accadere che venga attribuita al partner una postura evitante quando la relazione d’amore si sta esaurendo e i due sono sempre più distanti; esistono rimedi, ma non riguardano l’attaccamento.
Poi si parla di evitamento anche per descrivere una caratteristica di personalità, che può arrivare fino ad essere un vero e proprio disturbo mentale.


Come si distingue la personalità evitante dallo stile di attaccamento evitante?
La personalità si esprime in ogni circostanza, in ogni contesto e con qualsiasi persona. Si tratta anzitutto di quei soggetti che dichiaratamente hanno timore nell’allacciare relazioni sociali, tendono a rimanere in silenzio e sullo sfondo, si sentono insicuri, sono certi di fare brutte figure e si aspettano dagli altri critiche e rifiuti. Esistono anche soggetti che vivono isolati dal mondo, quasi senza vita sociale, non esprimono timori né desideri, perché sono soddisfatti della vita che fanno anche se è emotivamente molto povera.
In tutti questi soggetti l’evitamento è rivolto non solo verso l’esterno ma anche verso loro stessi: evitano accuratamente le loro emozioni, non le sanno o non le vogliono esprimere e difficile è anche la loro attività riflessiva.

E invece cosa viene mostrato nello stile dell’attaccamento?
Debbo ripartire dal concetto di attaccamento: il bambino, al settimo mese, riesce a distinguere le persone e perciò individua quelle che si prendono cura di lui; l’utilità delle cure li spinge ad allacciare con loro una relazione particolare, nel senso che non possono non attaccarsi. Per poter ottenere il risultato il bambino, via via nel crescere sperimenta i suoi comportamenti e seleziona quelli che danno il miglior risultato. Si formano in questo modo giudizi che si riflettono in emozioni, pensieri e comportamenti: questo insieme tende a rimanere stabile ed è lo stile di attaccamento.
Da adulti si tende a conservare lo stesso stile appreso nell’infanzia: si usa lo stile come metodo ritenuto utile per costruire le relazioni caratterizzate dalla presenza dell’intimità e della cura e soprattutto le relazioni d’amore.

E lo stile evitante che caratteristiche attribuisce?
Una caratteristica è nel fatto che l’intimità e l’aiuto sono a senso unico: la persona è accogliente e recettiva rispetto ai bisogni del partner, ma esprime poco i suoi, difficilmente chiede aiuto e tende a nascondere le proprie emozioni. In altre parole lo stile di attaccamento evitante si manifesta solo nelle relazioni significative che risultano in qualche modo non paritetiche, quasi squilibrate, per il fatto che queste persone sanno dare ma non sanno chiedere.
E poi c’è una caratteristica molto significativa: quando parlano della loro infanzia ne ricordano solo gli aspetti positivi, come se avessero cancellato il ricordo delle sofferenze.


Sembra di capire che questo stile è una caratteristica molto maschile.
Questa affermazione era vera tempo fa, perché lo stile evitante era una conseguenza dell’educazione che un tempo veniva dato ai maschietti: l’uomo non deve piangere, deve imparare a fare da sé e così via.
Oggi lo stile è un po’ meno frequente nei maschi e comincia ad apparire anche nelle donne, forse a causa della rivendicazione dell’autonomia da parte loro.

Lo stile si forma dunque nell’infanzia; ma c’è speranza di cambiarlo?
Questa non è una speranza ma una certezza: è possibile modificare gli schemi infantili e imparare ad usare lo stile sicuro.
La difficoltà è nel fatto che gli schemi infantili agiscono senza che il soggetto se ne renda conto, come accade per le abitudini. Le strade sono diverse: può essere utile una buona psicoterapia, è utile senza dubbio la formazione nel counseling perché questo si basa proprio sulla natura sicura dell’attaccamento. Ma anche la relazione d’amore può essere un fattore di cambiamenti.

E allora, in una relazione d’amore cosa può fare il partner per migliorare la relazione con un partner?
La prima cosa che può fare è capire che l’innamoramento reciproco può essere spiegato come un effetto della compatibilità reciproca: ciascuno viene scelto dall’altro in maniera inconsapevole proprio in relazione a certe caratteristiche della personalità, quelle espresse attraverso i comportamenti. Capito questo, occorre riflettere sulle proprie caratteristiche e individuare i comportamenti che involontariamente sostengono e giustificano l’attaccamento evitante del partner.
Posso fare solo degli esempi: può trattarsi della scarsa manifestazione di interesse a conoscere i bisogni dell’altro, oppure del richiedere troppo spesso per sé, di appoggiarsi troppo, e così via.
E poi non resta che modificare i comportamenti, che spesso sono espressione di uno stile altrettanto insicuro, uguale oppure opposto a quello del partner.

Ma in concreto cosa fare?
Per modificare lo stile di attaccamento evitante del partner occorre curare tre punti.
Il primo è l’aspettativa che il partner ha della relazione: quando ci aspettiamo una relazione positiva e sicura siamo più disposti a collaborare.
Il secondo punto è la creazione frequente di momenti emotivamente significativi, intensi e condivisi dai quali il partner può ricavare un piacere forte, magari inaspettato.
Il terzo punto è assumersi per intero la responsabilità della relazione, curandone costantemente la qualità. Più ciò sarà fatto e più l’aspettativa del partner sarà positiva: la maggiore sicurezza della relazione orienterà il partner in direzione di un attaccamento sicuro.

Come può essere utile il counselling?
L’utilità è doppia.
Per il partner evitante è utile non solo una psicoterapia, ma anche una relazione con un counsellor esperto: imparerà a trovare i suoi problemi e scoprirà il modo di risolverli.
Ancora più utile è la formazione in counselling: questa contiene anche l’addestramento ad avere uno stile sicuro di attaccamento indispensabile per essere utile ai clienti.
Sarà certo difficile ottenere che il partner si attivi: non sarà cattiva volontà ma solo il fatto che il suo modo di costruire relazioni è l’unico che conosce e non immagina neanche di poterlo cambiare.
Molto più utile è che l’iniziativa sia presa dall’altro: la formazione in counselling è diretta ad imparare come poter essere d’aiuto agli altri. E poi la formazione permette a ciascuno di scoprire cosa è la felicità per lui e come realizzarla: l’addestramento trasforma lo stile di attaccamento in quello sicuro; per effetto di questo cambiamento anche il partner sarà costretto a cambiare qualcosa.

Tante volte abbiamo sottolineato l'importanza di riconoscere i propri bisogni e dar loro spazio. È una fase fondamentale del percorso di crescita e consapevolezza, imprescindibile per poter raggiungere la felicità.
Ma cosa intendiamo quando parliamo di bisogni?
Per dare una definizione generale, possiamo dire che il bisogno è la tendenza a voler soddisfare delle necessità di vario genere. Ognuno di noi ha dei bisogni, più o meno urgenti, che vuole soddisfare per sentirsi più appagato e in equilibrio con se stesso.

Maslow e la sua piramide

A metà degli anni 50 del Novecento, lo psicologo statunitense Abraham Maslow ideò quella che ancora oggi conosciamo come piramide di Maslow. Come dice il nome stesso, è una rappresentazione in forma di piramide dei bisogni umani, classificati in base alla tipologia. Alla base della piramide ci sono i cosiddetti bisogni primari: respirare, mangiare, dormire e altri legati alla sfera fisiologica.
Subito dopo vengono quelli legati alla sicurezza: mentale, familiare, lavorativa, ecc. A metà della piramide troviamo i bisogni legati all'appartenenza: amicizia, affetti familiari, intimità sessuale. Ancora più in alto, tutti i bisogni legati alla stima: autostima, realizzazione, rispetto reciproco, ecc. All'ultimo gradino, i bisogni più complessi che sono quelli di autorealizzazione: moralità, accettazione, assenza di pregiudizi e altri.

Nuovi bisogni e nuove consapevolezze

Se i bisogni che stanno alla base della piramide sono più semplici da riconoscere e, in parte, anche da soddisfare, non sempre è lo stesso man mano che saliamo verso l'apice della piramide, perché incontriamo bisogni man mano più complessi. Tutti i bisogni sociali e relazionali, infatti, tendono a innescare meccanismi che alzano l'asticella dell'obiettivo da raggiungere. Una volta soddisfatti i bisogni di una sfera, l'essere umano tende a voler soddisfare quelli della sfera successiva.
Per dirla in maniera ancora più semplice, chi ha necessità di sfamarsi, ripararsi dal freddo o dormire, ha l'urgenza di soddisfare quei bisogni prima di tutti gli altri. Una volta raggiunta una situazione in cui la sfera fisiologica è soddisfatta, avrà la tensione a volersi sentire appagato rispetto ai bisogni della sfera successiva, cioè quella legata alla sicurezza familiare, del lavoro, ecc. Ecco perché parliamo di complessità man mano che la piramide sale verso l'apice: ci sono bisogni che soddisfiamo perché non potremmo farne a meno per vivere, altri che sono meno indispensabili all'apparenza, ma comunque importanti nel percorso di evoluzione personale.

Come riconoscere cosa ci serve?

Una volta inquadrati i diversi tipi di bisogni, ci è più chiaro che alcuni sono più semplici da individuare, altri richiedono uno sforzo maggiore. Se sentire lo stimolo della sete ci fa comprendere che abbiamo necessità di bere per appagare un nostro bisogno primario, non è così automatico riuscire a comprendere da cosa derivino molte delle insoddisfazioni che possiamo provare. Di sicuro possiamo dire che se siamo frustrati, nervosi, perfino arrabbiati, c'è un bisogno inascoltato.
Alcuni bisogni sono dettati da una spinta interna e personale, altri sono indotti dal contesto in cui viviamo. Già riuscire a fare questa distinzione è un grande passo verso la consapevolezza. Ciò che per noi è molto importante è riconoscere i bisogni che derivano da spinte e necessità interiori e personali. Tutti noi tendiamo a voler rispondere a degli standard, a compiere azioni richieste dall'ambiente che ci circonda, che sia familiare, lavorativo, delle nostre amicizie. Non sempre, però, corrispondono a ciò che noi sentiamo di dover fare. Intendiamoci: ci sono alcune azioni che dobbiamo compiere per vivere in armonia con la società di cui siamo parte. Il punto è che se riusciamo a dare ascolto alle nostre più intime esigenze, anche le azioni che sono meno nelle nostre corde non ci risulteranno così difficili o persino sgradevoli. È a questo punto che viene la parte più difficile. Capire nel profondo cosa ci serve per star bene non è sempre esercizio semplice.
Il lavoro che fa un counsellor e un mediatore familiare che lavora con gli strumenti del counselling, è incentrato proprio sull'aspetto emotivo e di riconoscimento dei bisogni di ognuno. Il tempo sembra non bastare mai e riuscire a prenderci pause e momenti di riflessione diventa una sfida, ma proprio la complessità del mondo che ci circonda lo rende quanto mai necessario. Se incontrare una determinata persona o svolgere una mansione al lavoro ci provoca sensazioni ed emozioni poco piacevoli, non è utile soffocare tutto sotto una coltre di sopportazione. Piuttosto è utile fermarci, chiederci come ci sentiamo in quel momento. Se riusciamo a dare un nome a quella sensazione, probabilmente riusciremo a trovare anche il motivo che la fa scaturire. Ecco che troviamo un disagio e possiamo ragionare su come farlo incidere il meno possibile sul nostro benessere psicofisico. Al contrario, se conosciamo cosa ci fa stare bene perché risponde a un'esigenza intima, cerchiamo di non accantonarlo. Per fare un esempio concreto, se sappiamo che passare qualche ora o giorno lontani dalla routine ci fa sentire bene e ci permette di schiarirci le idee, troviamo il modo di farlo. Permettiamo a noi stessi di prenderci il giusto spazio.

Comunicare in modo efficace i bisogni

Se siamo già arrivati al livello di consapevolezza di cosa ci serve per star bene, è un grande passo. Ma c'è ancora un'altra piccola sfida. Se riusciamo a decodificare i messaggi che corpo e mente ci mandano rispetto alle nostre esigenze, ciò che può permetterci di raggiungere un vero benessere è saperlo comunicare.  Comunicarlo in modo efficace, certo.
Proviamo a scendere nel concreto e fare un esempio. Se sentiamo che ci farebbe star meglio un nuovo ruolo sul lavoro, perché darebbe una risposta a un nostro bisogno di crescita personale e professionale, troviamo il modo di parlarne con il capo. Sforziamoci di trovare parole e momenti per spiegare da cosa nasce questa esigenza e perché ci renderebbe felici poter avere una nuova opportunità. A prescindere dall'esito, già il solo fatto di aver trovato il modo di comunicare cosa ci serve, ci farà sentire meglio. Per stare nella sfera più personale, immaginiamo di aver bisogno di sentire la coppia più salda, perché pensiamo che il partner sia la persona giusta con cui fare un progetto a lungo termine e per noi è importante la sicurezza nel rapporto. Se argomentiamo ciò che sentiamo, sarà più semplice instaurare un confronto sereno e costruttivo col partner.
E invece, troppo spesso temiamo di non essere compresi e ci teniamo dentro desideri e aspirazioni. La paura di non essere accettati e di "tradire" l'idea che gli altri hanno di noi, ci rende prigionieri di noi stessi. Non è paradossale?
Ecco perché lavorare sul riconoscimento dei propri bisogni è importante, anzi, fondamentale. Ognuno di noi non potrà essere accettato dagli altri, se non è in grado di accettare le spinte interne che sente. Ciò che ci può rendere speciali agli occhi delle persone che contano per noi è proprio la consapevolezza di ciò che siamo e delle nostre reali necessità. Chiediamoci più spesso cosa sentiamo e di cosa abbiamo bisogno, ne va della nostra serenità e delle nostre relazioni con chi amiamo.

I dati parlano chiaro: viviamo in una società iper-connessa.
Se non ne siete molto convinti, vediamo insieme qualche dato: su poco meno di 8 miliardi di persone al mondo, più di 4 miliardi hanno un accesso a internet e più di 3 miliardi usano regolarmente i social network. Più di 5 miliardi di utenze accedono a internet da dispositivo mobile (smartphone o tablet) e più della metà di queste (circa 3 miliardi) usano i social dal proprio dispositivo mobile.
In Italia, più del 73% della popolazione totale accede a internet e la stragrande maggioranza (83%) lo fa da dispositivi mobili. Il 57% della popolazione ha almeno un account social e circa la metà accede da smartphone o tablet. Il tempo che noi italiani spendiamo online ogni giorno è in media di 6 ore, di cui circa 2 sulle piattaforme social.
Dopo aver considerato questi numeri, forse è più chiaro l'impatto che la cosiddetta realtà virtuale ha sulla nostra vita quotidiana. Ecco perché possiamo affermare che noi non "andiamo" su internet, ma viviamo costantemente connessi.
Perché chi, come noi, si occupa di counselling, mediazione familiare, benessere e crescita personale, dovrebbe interessarsi di quanto siamo connessi? La risposta è semplice: i nostri comportamenti si stanno modificando nel tempo, anche a causa dei nuovi strumenti tecnologici e della possibilità che ci danno di intessere e mantenere le relazioni.

Cosa succede ai nostri comportamenti...

Più ci interfacciamo con la rete e i social network, più vengono avviati studi su come questi incidano sui nostri comportamenti, fin dal livello cognitivo e comportamentale.
Un aspetto molto interessante evidenziato da vari studi, è quello che riguarda l'egocentrismo e la perdita di limiti del nostro ego: sui social network tendiamo tutti a "metterci al centro del mondo". Ne deriva che, seppur nati per condividere e comunicare, sui social network rischia di non esserci una vera condivisione, ma piuttosto una spettacolarizzazione della nostra vita alla ricerca dell'approvazione altrui. Siamo disposti a essere meno noi stessi per favorire un'immagine filtrata di noi stessi, che soddisfi le aspettative degli altri?

Il potere di influenzare gli altri

Vale la pena di soffermarsi anche su quanto i nostri contatti siano in grado di influenzare il nostro comportamento e modo di pensare su un argomento. Anni fa scoppiò una polemica a causa di una sorta di esperimento condotto da Facebook nel 2012 sui propri utenti, senza che essi ne fossero coscienti. Preso un gruppo di circa 700.000 persone, la più grande piattaforma social del mondo li divise in due gruppi a cui sottoporre argomenti diversi. A un gruppo faceva comparire contenuti più positivi, all'altro contenuti più negativi e rabbiosi. Il risultato fu poi pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Science, e rivelava come le persone dei due gruppi fossero state influenzate a livello emozionale dai contenuti che erano stati loro sottoposti.
Questi e altri risultati degli studi tuttora in corso, ci dimostrano che il nostro modo di comportarci con gli altri sta cambiando. Il modo in cui ci relazioniamo con le persone sta, inevitabilmente, prendendo un nuovo corso.

… e alle nostre relazioni?

Ciò che abbiamo detto finora non ha l'intento di demonizzare internet o social network, ci teniamo a precisarlo. La rete globale è uno strumento e, in quanto tale, la responsabilità di come lo usiamo è nostra. Non sono internet o i social a essere "brutti, sporchi e cattivi", piuttosto lo possono essere le intenzioni con le quali vengono adoperati. E le intenzioni sono umane, non di uno strumento. Essere consapevoli di quanto possano influire sul modo in cui coltiviamo le nostre relazioni, è utile per migliorare il nostro rapporto con le tecnologie e anche i nostri rapporti interpersonali.
Per esempio, nel lavoro sono strumenti utilissimi: velocizzano le ricerche e le operazioni, ci permettono di informarci su dati e analisi, di crearci una rete di contatti lavorativi sempre a disposizione, ma attenzione: questi contatti sono davvero utili e validi se sappiamo anche coltivarli di persona. Questo vale ancor di più se parliamo di relazioni affettive, come amicizia o amore.
Possiamo dire che le applicazioni social o di messaggistica sono un plus, cioè ci danno la possibilità di entrare più facilmente in contatto con le persone lontane o che non possiamo vedere spesso per tante ragioni. Pensiamo a chi ha i genitori lontani, o un figlio che studia all'università in un'altra parte del Paese o del mondo. O a una coppia che si ritrova a stare lontana per un periodo, magari per motivi lavorativi o di salute.
Se vogliamo soffermarci sull'aspetto meno positivo, pensiamo che scriverci dei messaggi è un tipo di comunicazione intermediata. Partiamo dal presupposto che il nostro cervello si è evoluto per gestire relazioni e interazioni reali, perciò siamo più inclini alle relazioni vis-à-vis con le persone. Le relazioni di persona stimolano diverse aree che ci mettono in grado di provare empatia, di capire gli altri osservando il loro non-verbale e di gestire le emozioni. Tutto questo non avviene, o avviene in modo molto più limitato, se interagiamo con gli altri online. Per questo gli studi parlano di un indebolimento di queste aree e, di conseguenza, di una minore intensità dei rapporti umani. Diventa più difficile capirci, interpretare con esattezza delle parole o espressioni, manca il contatto visivo che ci permette di leggere negli occhi degli altri un'emozione o uno stato d'animo.

 

I livelli delle relazioni

La diatriba su quanto virtuale sia reale è più che mai aperta. Molti sono gli esperti che negli anni si stanno impegnando a creare un ambiente online positivo, utile e che sia davvero un luogo dove coltivare relazioni. In Italia abbiamo un esempio quando leggiamo il decalogo della comunicazione non ostile, in cui il primo punto è molto chiaro: virtuale è reale.
In questo caso prendiamo in considerazione una comunicazione verso persone che non fanno parte della nostra strettissima cerchia, quella che facciamo tramite i nostri account social, sia in pubblico che in privato, ma anche quella che fanno i giornali, i rappresentati politici, i grandi e piccoli marchi. Virtuale è reale significa, in questo caso, che il comportamento che teniamo sui social e sulla rete è di nostra responsabilità, proprio come fossimo al lavoro, a scuola, per strada, con estranei, ecc. L'intento è quello di far comprendere a tutti noi che lanciare degli insulti o delle calunnie, ad esempio, via social è un fenomeno sempre più diffuso (e qui forse vale la pena di ricordarsi del famoso esperimento di Facebook sull’influenza negativa e positiva) e va condannato, esattamente come si dovrebbe fare nella vita non intermediata dalle piattaforme online.
Diverso è quando parliamo di intessere delle relazioni personali con amici, familiari, partner: in questi casi il virtuale è qualcosa in più che ci mette in comunicazione, ma che non può sopperire al coltivare le relazioni di persona. Una cena insieme, una chiacchierata di fronte a un bicchiere di vino, una passeggiata o un'escursione insieme a chi amiamo, resta il vero modo di coltivare i rapporti nella loro pienezza. Guardare negli occhi gli altri, sentirne il profumo, il tono di voce, coglierne le espressioni, sono ancora lontani da poter essere trasmessi attraverso la rete. Per quanto ci sforziamo, non riusciremo mai a farlo come quando ci stringiamo una mano, ci diamo un bacio o un abbraccio, o ci salutiamo con un sorriso. Diamo la giusta dimensione alla nostra comunicazione e ai mezzi che utilizziamo per veicolarla. La comunicazione è relazione e perché sia completa ci occorre farne esperienza in tutte le sfaccettature: verbale, non-verbale, paraverbale e sensoriale.

L’epoca in cui viviamo può essere definita l’era della comunicazione. I mezzi di comunicazione di massa sono nati in tempi recenti e si sono evoluti in tempi rapidissimi, moltiplicandosi e facendo cambiare pelle tante volte al nostro modo di comunicare con gli altri. Ma, a proposito, cosa vuol dire comunicazione? 
Dal latino communicatio, letteralmente “mettere insieme”, oggi per noi ha il significato di rendere partecipe qualcuno, indirizzare dei messaggi agli altri, far sapere qualcosa. È quindi un'azione che prevede un emittente (chi parla) e un destinatario (chi riceve il messaggio). Tra chi parla e chi riceve il messaggio, si sviluppano innumerevoli dinamiche, perché comunicare è mettersi in relazione. Molto più di un flusso di messaggi tra due o più persone, quindi: un vero e proprio innesco di reazioni, emozioni, sentimenti che viaggiano con le nostre parole, i nostri gesti, la nostra voce. 
Counselling e mediazione familiare lavorano sulla comunicazione con i clienti e dei clienti nella loro vita quotidiana, proprio per questo motivo. Il modo che noi abbiamo di costruire la relazione con gli altri dipende dal modo in cui comunichiamo con loro: più siamo consapevoli della nostra comunicazione, più lo saremo di noi stessi e delle nostre relazioni. 
Scopriamo insieme come comunichiamo, parlando di quali sono i tipi di comunicazione.


I tipi di comunicazione

Quando parliamo con qualcuno lo facciamo con le parole, ma assieme a ciò che pronunciamo c’è anche il non detto. È ciò che non esprimiamo a parole, appunto, ma che riguarda i nostri gesti, il modo in cui ci poniamo nello spazio, il tono della nostra voce. Stiamo quindi parlando del come comunichiamo con gli altri, dei modi che accompagnano le nostre parole e non solo di cosa diciamo. 
Le parole che usiamo sono importantissime e per questo avere padronanza del linguaggio verbale ci permette di sceglierle con cura, per rendere la nostra comunicazione il più possibile aderente a ciò che vogliamo dire. Ma spesso, molto spesso, non siamo altrettanto attenti al come stiamo pronunciando quelle parole. 
Vediamo i diversi livelli di comunicazione per capire la loro importanza.


Comunicazione verbale

La comunicazione verbale è quella che riguarda le parole che usiamo nei nostri messaggi. Delinea il contenuto dei nostri messaggi, cosa vogliamo dire. Questo livello di comunicazione viene ritenuto molto importante perché è anche il più manifesto. 
Le parole che scegliamo parlano di noi: se siamo bravi a sceglierle, se diamo alle parole importanza e ci impegniamo a conoscerne sempre di nuove, per arricchire la nostra comunicazione verbale, quest’ultima sarà sicuramente più efficace. Non servono lauree o dottorati, ma una buona dose di curiosità. Un buon esercizio per arricchire il nostro linguaggio è leggere. Quotidiani, romanzi, articoli di blog in rete. Arricchire il nostro linguaggio e saperlo usare in maniera congrua alla situazione in cui ci troviamo, è un modo per migliorare le nostre relazioni con gli altri. 
I sostantivi, i verbi, gli avverbi che utilizziamo non servono a fare sfoggio di cultura, ma a parlare di noi, della nostra esperienza, dei nostri sentimenti e delle nostre emozioni. Saper sottolineare un dettaglio, specificare una sensazione o descrivere un avvenimento con le giuste parole, fa sì che possiamo essere compresi dalle persone a cui stiamo destinando il nostro messaggio. Ecco perché counselor e mediatori familiari fanno attenzione alle parole che dicono i clienti, spronandoli a trovarne di più precise se necessario: è un esercizio che li spinge a riconoscersi nel profondo.

Comunicazione non verbale

La comunicazione non verbale ci fa spostare sul piano del come ci poniamo durante la nostra comunicazione. La dimensione non verbale riguarda la nostra postura, il modo in cui occupiamo lo spazio intorno a noi, i gesti che facciamo quando parliamo o anche quando non diciamo nulla. 
Se qualcuno ci dice qualcosa, il modo in cui lo fa incide fortemente sul contenuto. Secondo uno studio di Albert Mehrabian del 1972, la sfera del non verbale e del paraverbale avrebbero un peso pari al 93% nelle nostre conversazioni. Ci sono pareri molto contrastanti su questi dati, che in effetti sono molto sbilanciati, quasi come se la parola non avesse peso. Non è certamente così, ma vale la pena di concentrarsi sull’aspetto non verbale e sulla sua importanza. 
Facciamo un esempio: un compagno di università ha superato un test importante e ha preso un voto più alto del nostro. Gli diciamo “bravo!” in un caso con un sorriso, un’espressione distesa e una postura rilassata; in un altro caso con le braccia incrociate, guardandolo a malapena. Il contenuto rimane lo stesso e si congratula per il suo gesto, che stiamo riconoscendo con le parole, quindi con il livello più manifesto della nostra comunicazione. Ma cosa dice il nostro non verbale? In questo caso due cose opposte, che molto probabilmente lui noterà. 
Immaginiamo invece che qualcuno ci ponga una domanda e noi non rispondiamo. Già il nostro silenzio comunica: non sappiamo cosa rispondere, siamo in difficoltà, o addirittura ignoriamo la domanda per esprimere ostilità e distanza da chi ce l’ha fatta. Tutto questo può essere compreso dall’atteggiamento non verbale. Se il silenzio è accompagnato da uno stropicciarsi di dita, da un’espressione di paura, è evidente che non rispondiamo perché non sappiamo come farlo, non eravamo preparati a quella domanda. Oppure temiamo di dare una risposta che può generare un conflitto, non troviamo le parole giuste, stiamo prendendo tempo. Se invece il silenzio è accompagnato da un’espressione di sfida, di sufficienza o di totale indifferenza come se non l’avessimo nemmeno ascoltata quella domanda, è evidente l’intenzione che comunica il nostro non verbale. Stiamo volutamente e provocatoriamente decidendo di non dire nulla, facendolo capire a chi ci ha posto la domanda senza parole, ma con il nostro modo di comportarci. 
È importante concentrarci sul modo in cui veicoliamo i nostri messaggi. 
Per questo il counselor e il mediatore familiare fanno attenzione all’espressione del non verbale da parte dei clienti, perché in maniera inconsapevole dicono molto di sé. La postura, il modo di gesticolare, tamburellare con le dita sul tavolo, guardare altrove o sostenere lo sguardo dell’interlocutore, sono tutti modi di comunicare il nostro stato d’animo a cui spesso non facciamo caso.


Comunicazione paraverbale

Siamo ancora nella sfera del come esprimiamo noi stessi. La comunicazione paraverbale riguarda il tono della voce, il volume, il timbro. 
Pensiamo all’esempio precedente del compagno che prende un voto più alto del nostro: la postura più aperta e distesa molto probabilmente sarà accompagnata da un tono squillante, positivo, amichevole. Al contrario, le braccia incrociate e lo sguardo sfuggente, probabilmente si accompagneranno a un tono più grave, sicuramente meno felice per il compagno, ma anzi, forse addirittura seccato. Se chiudessimo gli occhi e sentissimo solo il tono di voce, saremmo in grado di riconoscere lo spirito che sottende a quel “bravo!”, senza nemmeno vedere con gli occhi il non verbale. 
Pensiamo anche all’atteggiamento e al tono di voce che teniamo in situazioni diverse: a un colloquio di lavoro andiamo ben vestiti, teniamo un comportamento contenuto e professionale sia nelle parole, che nel modo di porci e di parlare, di intonare la nostra voce. Vogliamo fare un’impressione positiva come professionisti a chi ci intervista. Con gli amici o con la famiglia, siamo sempre noi ma ci permettiamo dei registri linguistici diversi, dei toni di voce diversi e più confidenziali, perché il contesto lo permette. 
Ecco perché la comunicazione è espressione della relazione che abbiamo con gli altri e la moduliamo di conseguenza. Dove non siamo capaci di comunicare in modo appropriato alla situazione, il counselling e la mediazioni familiare possono aiutarci. I professionisti si cimentano ogni giorno nel riconoscere e tenere in considerazione i diversi livelli della comunicazione, per questo sono esperti e in grado di renderci consapevoli dei nostri modi e dei contenuti che veicoliamo agli altri.

 

Nella nostra vita noi esseri umani costruiamo relazioni e lo facciamo tramite la comunicazione. I rapporti che abbiamo in famiglia, a scuola, sul lavoro e in generale in società, sono regolati dal nostro modo di comunicare e metterci in relazione con gli altri.
Per questo motivo attorno alla comunicazione e alle sue dinamiche si sono sviluppate intere discipline, fino alla nascita di corsi di studi universitari dedicati allo studio approfondito della materia. Chi decide di specializzarsi in comunicazione viene a contatto con tutte le altre discipline che la studiano dal loro peculiare punto di vista: sociologia, marketing, linguistica e anche counselling.
In questo ambito un contributo molto importante lo diede Paul Watzlawick, esperto e studioso di comunicazione. Insieme ad altri studiosi fu il fondatore della scuola di Palo Alto, un insieme di studiosi di diverse discipline che svilupparono con diversi contributi il modello sistemico, tra i tanti riferimenti teorici del counselling. Watzlawick teorizzò quelli che conosciamo come i 5 assiomi della comunicazione, cioè dei principi che regolano il nostro modo di comunicare e di conseguenza ci fanno comprendere come questo può essere percepito.
Vediamo nel dettaglio gli assiomi e perché sono importanti per il counselling e la mediazione familiare.

 

Non si può non comunicare

Il primo assioma della comunicazione ci dice che ogni comportamento che noi abbiamo comunica qualcosa all’esterno. La comunicazione, infatti, comprende quello che diciamo e come, ma anche i silenzi, gli sguardi, i gesti che facciamo. Rispondere a una domanda con un silenzio è, per l’appunto, una risposta. Esprime incertezza, imbarazzo, impreparazione, indifferenza o addirittura disprezzo. Senza dire niente, paradossalmente carichiamo il messaggio di più significati. Ogni nostro comportamento è infatti un messaggio che, se non esplicitato con parole chiare, potrebbe essere anche frainteso, perché ognuno di noi ha una percezione soggettiva.
Il messaggio sta in ogni nostro comportamento, non solo nelle parole che diciamo.
Se abbiamo un appuntamento e non ci presentiamo, il segnale che arriva a chi ci attende è negativo: non ci vogliamo andare, non lo reputiamo importante, non pensiamo ne valga la pena.
Insomma, è impossibile non comunicare.
Counselor e mediatori familiari conoscono bene questo principio e sanno “leggere” la comunicazione dei clienti per poter raccogliere dati utili a costruire una relazione di aiuto. Al contempo guidano il cliente alla consapevolezza dei propri gesti, parole e silenzi, perché da solo sia in grado di saper comunicare nel migliore dei modi.

 

Nella comunicazione ci sono due livelli: uno di contenuto e uno di relazione

Il secondo assioma della comunicazione distingue due livelli nella comunicazione:

  • il contenuto, cioè cosa diciamo,
  • la relazione, cioè come lo diciamo.

È indubbio che lo stesso concetto espresso con modalità diverse, infatti, susciti reazioni e percezioni differenti.
Quante volte ci è capitato di intavolare discussioni per una frase o una parola apparentemente innocua, ma detta con un tono sgradevole, aggressivo, noncurante? Magari una richiesta da parte del partner o di un collega di lavoro fatte in maniera brusca, che ci arrivano come un ordine, un’imposizione o comunque in modo poco delicato. Inoltre, anche in base alla relazione che abbiamo con una persona, siamo in grado di decifrarne i toni e accoglierne in maniera diversa il messaggio.
Ecco perché per counselor e mediatori familiari è importantissimo concentrarsi sui modi della comunicazione. Un counselor e mediatore fa attenzione al come, perché vuole costruire una buona relazione con il cliente, lo vuole aiutare e per farlo pone dei presupposti positivi a partire dalla comunicazione. Di conseguenza guida il cliente a una comunicazione che oltre al contenuto, ha anche una forma funzionale alla crescita delle sue relazioni con gli altri.

 

La punteggiatura della comunicazione determina la relazione

Nel terzo assioma della comunicazione si parla di punteggiatura, che scandisce la sequenza della comunicazione. Se per esempio noi non parliamo con il partner perché è scontroso, il partner potrà dire che è scontroso perché noi non gli/le parliamo. Questo evidenzia che c’è un’influenza reciproca nei nostri comportamenti e nella nostra comunicazione. Secondo questi principi non c’è un interlocutore attivo e uno passivo, ma la comunicazione è circolare, cioè ci influenziamo a vicenda.
Nella relazione di aiuto il counselor e mediatore familiare è in grado di portare il cliente alla comprensione di questa circolarità, rendendolo consapevole e predisponendolo a porsi nella comunicazione con l’altro in quest’ottica.

 

La comunicazione è analogica e digitale

Il quarto assioma della comunicazione ci dice che noi esseri umani comunichiamo

  • in modo analogico, cioè basato sull’analogia tra la comunicazione e il soggetto della comunicazione. Parliamo quindi di immagini e anche di comunicazione non verbale. Per esempio, se ci voltiamo dall’altra parte o stringiamo spalle e braccia, stiamo indicando chiusura. Al contrario, le braccia tese verso l’altro sono immediatamente percepite come apertura e accoglienza.
  • in modo digitale, cioè tramite le parole, i numeri, tutto ciò che è un codice di segni che designano qualcosa.

Vediamo quindi con chiarezza che la nostra comunicazione è fatta di parole, certo, ma anche di gesti, atteggiamenti e immagini che evochiamo negli altri. La comunicazione non verbale e paraverbale sono utili a counselor e mediatori familiari per comprendere il cliente. Spesso capita che all’inizio dell’incontro il cliente sia più teso, chiuso, meno propenso ad aprirsi sia verbalmente che nei gesti, per finire il colloquio più disteso e in grado di portare nella conversazione elementi utili al percorso che sta facendo. Questo accade grazie alle tecniche che il professionista della relazione di aiuto sa mettere in atto, per mettere a proprio agio il cliente nel suo interesse, cioè quello di comunicare più liberamente possibile per raggiungere il proprio obiettivo che si è dato assieme al counselor.

 

Le interazioni simmetriche e quelle complementari

 Il quinto assioma della comunicazione, l’ultimo della lista di Watzlawick, ci dice che la comunicazione può avvenire su due piani:

  • simmetrico, quando la relazione tra gli interlocutori è paritaria, cioè nessuno è in posizione dominante o di superiorità. Normalmente questo è il tipo di relazione tra fratelli, amici, partner o colleghi. Nessuno vuole prevalere sugli altri, quindi la comunicazione non è atta a sopraffare e, viceversa, a subire.
  • complementare, quando uno degli interlocutori è in posizione superiore e l’altro in posizione subordinata. È il genere di relazione che si instaura tra capo e dipendenti o tra madre e figli. È possibile affermarsi come superiori a patto che ci sia la controparte che lo permetta e sia quindi in posizione di inferiorità, perciò pronta ad ascoltare consigli o anche critiche.

Questi due piani di comunicazione si sviluppano in base a come due persone decidono di entrare in relazione. La proposta di relazione non è esplicita, ma implicita nel modo in cui una persona la fa all’altra.
Nel caso della comunicazione simmetrica, una persona si pone verso l’altra con un atteggiamento che sottende parità, secondo un meccanismo di imitazione.
Al contrario, in quella complementare, una persona si pone verso l’altra secondo un meccanismo di differenza, che quindi presuppone comportamenti diversi e subalterni.
Counselor e mediatori familiari sono d’aiuto nel ristabilire un buon livello di comunicazione anche in casi in cui si verifichi questo sbilanciamento. Proprio perché esperti di comunicazione e di costruzione di relazioni con i clienti, conoscono le giuste tecniche per guidare il cliente alla cura della propria comunicazione e, di conseguenza, delle proprie relazioni.

 

Il linguaggio è l’insieme di suoni, gesti, movimenti che permettono di comunicare. È quindi un mezzo di espressione, che permette la condivisione di pensieri, emozioni, sentimenti, stati d’animo. Quello che usiamo noi esseri umani è molto complesso ed è oggetto di indagine di molti studiosi. La linguistica è la disciplina che raggruppa tutti gli studi sulla lingua, cioè la parte verbale del linguaggio, che sono in costante evoluzione esattamente come il nostro modo di esprimerci.
Uno dei contributi più significativi è, senza dubbio, quello dato dal linguista e filosofo Noam Chomsky. Americano, classe 1928, pubblica nel 1957 la sua opera Le strutture della sintassi (Syntactic Structures), che introduce gli elementi essenziali della cosiddetta grammatica generativo-trasformazionale.
Per un counselor e mediatore familiare è importante conoscerne alcuni concetti chiave: sono fondamentali per la comprensione dei clienti, per la corretta analisi di ciò che i clienti comunicano e di come lo comunicano.
Vediamo come la grammatica generativo-trasformazionale può essere un supporto alla relazione di aiuto.

 

La grammatica generativo-trasformazionale

Dal 1957, anno in cui viene pubblicato il suo libro sulle strutture sintattiche, Noam Chomsky ha costantemente sviluppato i suoi studi sulla lingua e sulla grammatica trasformazionale, di cui è ritenuto il fondatore. Gli elementi caratterizzanti di questa sua teoria partono dal presupposto che la lingua sia una competenza innata per noi esseri umani, che si sviluppa secondo una creatività supportata da regole strutturali precise.
Tutti noi siamo quindi in grado di parlare e di farlo su diversi livelli, sia in termini di espressione della lingua tout court, che di espressione della nostra esperienza. Ciò che a noi interessa, come counselor e mediatori familiari è la distinzione che Chomsky fa tra struttura profonda e struttura di superficie.

 

Struttura profonda e struttura di superficie

Da quando nasciamo tutti noi esseri umani facciamo esperienze. Queste si sedimentano nella cosiddetta struttura profonda del nostro linguaggio, che diventa quindi la nostra realtà soggettiva. Per esprimerci trasportiamo le nostre esperienze nella struttura di superficie, tramite le parole che usiamo. Questa è la nostra rappresentazione della realtà: il nostro modo di esprimerci costituisce quindi il nostro modo di stare nel mondo.
La struttura di superficie tende alla semplificazione e qui entra in gioco il ruolo del counselor e del mediatore familiare: aiutarci a portare nella nostra struttura di superficie quante più sfaccettature possibili, pescando nel nostro profondo.
Se esprimerci tramite il linguaggio è una capacità innata, l’esperto della relazione di aiuto saprà guidarci a trovare la giusta espressione della nostra esperienza anche dove non siamo in grado di farlo da soli. Tramite la riformulazione, counselor e mediatori sono in grado di renderci più consapevoli di ciò che stiamo esprimendo, affinché da soli possiamo trovare il modo più aderente possibile alla nostra realtà esperienziale.

 

Dal profondo alla superficie: l’intervento di counselor e mediatore familiare

I presupposti di un percorso con un counselor o mediatore familiare sono sempre gli stessi: la crescita personale, l’evoluzione verso una maggiore consapevolezza, la percezione di cosa sentiamo davvero e il lasciar spazio alle nostre emozioni, riconoscendole e dando loro voce e forma. Ognuno ha un obiettivo diverso quando chiede il supporto del counselling e della mediazione familiare, ma i presupposti sono gli stessi per tutti.
Il lavoro sul linguaggio diventa quindi una parte importante del percorso. Un counselor e mediatore è in grado di cogliere se non ci esprimiamo in maniera completa e sa come accompagnarci a farlo. Il mondo esperienziale di ognuno di noi è complesso e il nostro sforzo deve essere teso a portarlo in superficie quanto più ricco possibile.
La riformulazione nel counselling e nella mediazione mira proprio a riportarci nel profondo, per renderci consapevoli di come ci esprimiamo: siamo capaci di rappresentare la nostra realtà in modo dettagliato e fedele? Siamo in grado di comunicare quanto un’esperienza ci turbi, ci entusiasmi, ci ferisca, come ci sentiamo?

 

Arricchire il linguaggio per una scelta più libera e consapevole

Il counselling ci prende per mano per condurci a una maggiore onestà con noi stessi, perché ci sentiamo liberi di rappresentarci al meglio. Anche solo riuscire a verbalizzare ciò che sentiamo, spesso ci fa sentire meglio, facendoci inquadrare un evento, una sensazione, un’emozione in una cornice più nitida.
Se siamo in un momento di sconforto, sarà facile pensare “tutti ce l’hanno con me”. Compito del counselor e mediatore è usare le tecniche efficaci, portandoci a ragionare: quando diciamo tutti, sono veramente tutti? La famiglia, il partner, i colleghi, i vicini di casa? Probabilmente soffermandoci su questo “tutti” ci accorgeremo che sono alcuni colleghi a comportarsi in modo ostile con noi, ma non la famiglia, il partner, gli amici. La sensazione di sconforto può quindi ridimensionarsi, perché il nostro linguaggio ha aggiunto dei dettagli, ha arricchito la sua precisione: alcune persone hanno un atteggiamento ostile, ma tutte le altre mi stimano, mi vogliono bene e mi danno supporto.
Ecco che arricchire il nostro linguaggio, la nostra struttura di superficie, è in grado di spostare il punto di vista, dare contorni più nitidi al nostro problema, contestualizzarlo e renderci più consapevoli. Il modo di pensare e di parlare ora rappresentano meglio di prima noi stessi, siamo un passo più vicini verso il raggiungimento del nostro obiettivo.

Studiare il comportamento umano nella sua complessità è diventato ogni giorno più sfidante, richiedendo in alcuni casi una vera e propria rivoluzione del punto di vista. Nella prima metà del 900 infatti, Ludwig von Bertalanffy formula la teoria generale dei sistemi in ambito scientifico. Questa teoria investe diversi settori disciplinari, partendo da matematica e scienze naturali. Ben presto viene considerata la metodologia da applicare anche nell’ambito psicologico, antropologico e sociologico.
Dalla teoria di von Bertalanffy, un gruppo di studiosi di diverse discipline, sviluppa il modello sistemico anche in ambito psicologico. La cosiddetta scuola di Palo Alto, a metà del 900, contribuisce a spostare l’interesse del proprio studio dall’individuo alla relazione tra le persone, indagando con particolare scrupolo i rapporti nel sistema familiare e nella comunicazione. Tra i suoi esponenti principali ricordiamo Gregory Bateson e Paul Watzlawick, entrambi psicologi con specializzazioni in filosofia e antropologia uno e filosofia l’altro.

 

Cosa ci dice la teoria dei sistemi sulle nostre relazioni

Secondo la visione sistemica, ogni essere umano vive in stretta relazione con l’ambiente circostante; ogni cambiamento dell’ambiente e del contesto si ripercuote sull’altra parte, in un continuo scambio.
La comunicazione tra due o più individui non è quindi una mera emissione e ricezione di messaggi, ma una compenetrazione costante tra le complessità di ogni persona immersa nell’ambiente che la circonda.
Tutto ciò che noi abbiamo intorno condiziona fortemente i nostri comportamenti e la nostra comunicazione verso gli altri. Ognuno di noi influenza gli altri con i propri comportamenti e a sua volta è influenzato dai comportamenti altrui.
Il contesto diventa un elemento imprescindibile, che permette di inquadrare le relazioni e la comunicazione tra persone in modo più efficace. Cosa significa tutto questo? Significa che ogni sistema, coppia, famiglia e altri, è una continua evoluzione, un costante ricevere impulsi e modificarsi per ripristinare un equilibrio e ridurre il conflitto, con il fine di conservarsi e riprodursi. Quando si verifica un conflitto che non riusciamo ad arginare, significa che si è interrotto il ripristino dell’equilibrio perché una delle parti del sistema è cambiata, senza che a questo seguisse un cambiamento complementare dall’altra parte.
Questa è la situazione in cui counselor e mediatori familiari possono intervenire per guidare la coppia o la famiglia verso un nuovo assetto di equilibrio, con particolare attenzione alla comunicazione.

 

I livelli della comunicazione

Secondo Paul Watzlawick, uno dei fondatori del modello sistemico, la comunicazione tra esseri umani riveste una particolare importanza nelle relazioni. Un buon counselor e mediatore familiare deve quindi considerare gli aspetti relazionali della comunicazione, servendosi di questo approccio sistemico come strumento di decodifica.
Partiamo da un presupposto fondamentale: è impossibile non comunicare. I nostri gesti, atteggiamenti, movimenti, tono di voce e tutto il resto dei nostri comportamenti, comunicano anche senza le parole. Se consideriamo questo punto di vista, è semplice capire perché talvolta si inneschino conflitti in una coppia, in una famiglia, in una relazione di amicizia o di lavoro. Non è solo ciò che diciamo a influenzare gli altri, ma come lo diciamo, come ci poniamo quando lo diciamo, o anche quando non diciamo proprio niente.
Inoltre, la comunicazione non riguarda solo il contenuto del messaggio, ma sottolinea anche la relazione che c’è tra chi emette il messaggio e chi lo riceve. Per esempio una relazione di dominio/subordinazione tra un superiore e un dipendente al lavoro. O tra un genitore e un figlio in una famiglia. Ciò che una persona dice a un’altra, viene percepito anche in base alla relazione che intercorre tra loro. Se la relazione è conflittuale, per esempio, non è necessario che un messaggio sia brusco, minaccioso o ostile, verrà probabilmente percepito in maniera ostile a prescindere, perché inserito in un contesto di difficoltà e incomprensione.
Vediamo quindi come la comunicazione sia fatta di diversi livelli, uno più manifesto che è quello verbale, uno meno manifesto ma altrettanto importante che è quello non verbale e paraverbale.
Per tutti questi motivi, il counselor e il mediatore familiare prestano particolare attenzione a tutti i livelli della comunicazione dei propri clienti. Soprattutto nell’ambito della coppia e della famiglia, il contesto comunicativo rivela al counselor e mediatore familiare molti elementi che sono utilissimi per poter tracciare un quadro della situazione conflittuale e guidare i clienti alla presa di coscienza e alla soluzione.

 

Relazione e comunicazione: influenze e modifiche

Proprio per il fatto che facciamo parte di sistemi complessi e interconnessi, in cui i livelli di comunicazione sono molteplici, il modello sistemico offre a counselor e mediatori familiari un buon metodo di indagine per trarre gli strumenti utili all’aiuto. Se a ogni partner o familiare viene chiesto come percepisce le relazioni all’interno della sua coppia o famiglia, vengono evidenziati diversi punti di vista che spingono gli altri a modificare il proprio. I conflitti che si creano per l’incapacità di saper comunicare dei disagi o dei problemi, possono in questo modo appianarsi o comunque essere visti da un’angolazione differente, che favorisce la comprensione di aspetti non sempre chiari per tutte le persone coinvolte.
Anche per questo, spesso, counselor e mediatori familiari favoriscono una comunicazione anche visiva tra i clienti: guardarsi comunica quanto le parole, talvolta uno sguardo può trasmettere molto più delle parole e compito del counselor e mediatore è proprio quello di ristabilire una buona comunicazione su tutti i livelli.
Non siamo sempre portati a considerare il punto di vista altrui, anche se si tratta del nostro partner o di nostro figlio. Il modello sistemico pone l’attenzione su come la comunicazione e la relazione siano influenzate e modificate dai comportamenti reciproci. Ci insegna quanto sia importante considerare questi aspetti specialmente nei momenti in cui ci sono conflitti e incomprensioni.

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