Come già saprete, la mediazione familiare è il fulcro del nostro lavoro. Lavorare con le coppie in crisi o che si stanno separando è diventata, nel tempo, l'attività a cui ci siamo più appassionati e che ci dà i risultati più positivi.
Con piacere abbiamo visto crescere la richiesta di professionisti adeguatamente formati: il mediatore familiare diventa una figura sempre più utile. Un po’'perché separazioni e divorzi sono in aumento, un po' perché (finalmente!) le coppie cominciano a comprendere la reale funzione del mediatore familiare e l'efficacia del suo intervento.
Dalla metà degli anni Settanta, quando è nata, a oggi, di certo la mediazione familiare si è evoluta, affinata, arricchita per rendersi sempre più adatta alle esigenze delle coppie che si separano, in una società in veloce cambiamento. Sempre più sono, quindi, le persone che scelgono di formarsi per diventare professionisti della mediazione familiare.
Oggi vogliamo parlare di come intraprendere questa carriera significhi iniziare un percorso di crescita professionale e personale continuo. Essere mediatori familiari cambierà il vostro stile di vita.

 

La crisi di coppia

I dati sembrano suggerire che oggi molte coppie entrano in crisi ma non tutte sono in grado di affrontare i periodi di difficoltà. Non c'è granché di strano secondo noi, perché nessuno ci insegna come affrontarli. Tutta la carica di emozioni negative, non espresse, non comprese, può facilmente diventare una bomba a orologeria, senza che i partner abbiano la più pallida idea di come si disinneschi.
Parliamo di emozioni perché sono un punto di partenza imprescindibile nel nostro intervento di mediazione familiare. Un mediatore familiare è formato per saper affrontare prima di tutto le proprie emozioni. Impara a riconoscerle, chiamarle per nome e gestirle. E per questo le riconosce nei clienti, grazie all'empatia che è in grado di instaurare con la coppia che ha di fronte. Riconosce nei partner la frustrazione, la rabbia, la voglia di rivalsa che hanno l'uno sull'altro e che li spinge a confliggere e non trovare una soluzione in modo autonomo.
Lo sviluppo di questa abilità presuppone un percorso di crescita personale per il mediatore familiare, ecco perché parliamo di cambiamento e miglioramento dello stile di vita. Non si tratta di imparare una professione e basta, ma di interiorizzare un modo di essere che serve in prima istanza a saper gestire le proprie vicende personali e di coppia. Innescare questo processo nella quotidianità rende il mediatore familiare il primo sperimentatore dell'efficacia di atteggiamenti e modi di fare positivi e costruttivi. Per questo è in grado di aiutare le coppie in crisi e condurle a una separazione consensuale e senza ostilità.

 

Obiettivo della mediazione familiare: la separazione consensuale

Il mediatore familiare lavora con coppie in cui l'amore ha lasciato spazio a sentimenti negativi. Il suo compito non è quello di portare le coppie al ripensamento sul divorzio (a meno che non sia quello che la coppia desidera, naturalmente).
Il compito del mediatore è quello di ristrutturare la comunicazione della coppia, in modo che torni su un livello empatico, di scambio collaborativo nell'interesse di entrambi i partner e, dove ci sono, dei figli. Questo è possibile, perché il fatto che due persone non si amino più non significa che debbano arrivare a detestarsi. Ci sono dei valori, dei sentimenti e una visione della vita che li hanno uniti. C'è stata, quindi, la fase in cui queste due persone sono riuscite a costruire un progetto con unità di intenti.
Anche nel momento in cui una coppia si separa, ha un'unità di intenti e degli interessi comuni: il benessere dei figli, una equa ripartizione del patrimonio e delle responsabilità, una vita serena anche se il progetto non è più quello di viverla insieme come prima. Il vero interesse della coppia, e quindi del mediatore, è proprio quello di raggiungere questi obiettivi senza ostilità.
Un buon professionista conosce le tecniche e gli strumenti per arrivare a questo obiettivo e in questo, nella nostra visione, il counselling è imprescindibile. Riuscire a rimettere in comunicazione efficace due persone animate da rancori è territorio prediletto del counselling. E ha la sua grande efficacia anche nel processo di mediazione.
Riuscire a condurre una coppia ostile in un territorio di ragionevolezza e ritrovata condivisione, è una soddisfazione professionale e personale che cambia in meglio anche la vita del mediatore. Lo spinge a fare meglio con ogni coppia che incontra e a trarre insegnamenti positivi, utili anche in campo privato. Ecco perché è una professione che consigliamo a tutte le persone che cercano nel lavoro un arricchimento costante.


Come si diventa mediatori familiari?

Come dicevamo prima, la richiesta di professionisti qualificati è in aumento. Inoltre, è recente la proposta di renderla obbligatoria.
Noi di Mediare abbiamo avviato i nostri corsi di formazione per mediatori familiari dal 2003.
Negli anni il percorso si è aggiornato, ha integrato nuovi metodi e modelli, per migliorare la formazione dei nostri allievi. Il nostro direttore scientifico Franco Pastore ha messo a punto un suo modello, grazie all'esperienza pluridecennale come counsellor e mediatore e allo studio costante.
Un buon mediatore, per sapere intervenire con efficacia e risultati positivi, deve passare dal counselling. Per questo la nostra formazione comincia da questa disciplina, per entrare poi nel merito delle dinamiche di coppia e della mediazione familiare.
Il corso in mediazione familiare ha durata di due anni e abilita alla professione, regolata dalla Legge 4/2013 e dalla Norma UNI 11644. Per qualsiasi domanda o informazione, siamo disponibili a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. e la nostra segreteria è attiva dal lunedì al venerdì, in orario 9.30 - 13.30, al numero 06 3721136.

Tra i tanti diritti che i figli possono vantare nei confronti dei genitori ne esiste uno particolare, che è quello di avere entrambi i genitori a loro disposizione nello stesso tempo.
Il bambino costruisce la sua sicurezza proprio contando su entrambi i genitori e soprattutto prevedendo di poterli avere nel suo futuro, quando si troveranno in una situazione di grave difficoltà, come una malattia o un ricovero in ospedale ma anche in una situazione in cui condividere loro la felicità, come la laurea, il matrimonio.
Questa sicurezza viene messa in crisi dalla separazione dei genitori a causa dei conflitti che la accompagnano: di solito la rottura della coppia genitoriale porta il figlio ad immaginare di esser costretto a contare su di loro, se tutto va bene, ma su di uno per volta.
E invece la separazione, pur rompendo l’unione d’amore non deve impedire che il figlio pensi ancora all’esistenza di una coppia, di una coppia di genitori, proprio ancora uniti nella funzione genitoriale.

 

La separazione e la rottura degli equilibri

Condividere la genitorialità è decisamente difficile nelle coppie unite e diventa quasi impossibile dopo la separazione.
I genitori sono persone molto diverse tra loro, e ciascuno ha il diritto di essere come vuole e di avere le proprie opinioni: questa diversità, però, non è un ostacolo alla condivisione e anzi è una ricchezza: due punti di vista sono meglio di uno solo. La loro utilità è proprio nella possibilità di discuterne e di trovare di volta in volta la soluzione migliore, che magari è una terza ipotesi.
Occorrono dunque il confronto continuo e la discussione: queste attività non dovranno determinare un conflitto e tanto meno un litigio, soprattutto davanti ai figli: questi penserebbero il contrario di ciò che vogliamo e che sono proprio loro la causa dei conflitti.

Collaborazione, condivisione, solidarietà

Trovata la soluzione occorre poi la coerenza rispetto a questa dei comportamenti di entrambi; occorre cioè la collaborazione reciproca dei genitori. E se i comportamenti concordati dovessero non produrre gli effetti voluti, l’errore dovrà essere attribuito a entrambi: occorrerà solo discutere di nuovo.
E poi occorre che ciascuno dei genitori sia fedele rispetto alla scelta condivisa: i comportamenti, le opinioni e gli atteggiamenti dimostrati al figlio debbono essere uguali sia in presenza che in assenza dell’altro genitore.
Tutto ciò non basta perché occorre ancora un altro ingrediente: è quello della solidarietà reciproca. Ciascun partner deve chiedersi cosa può fare affinchè l’altro sia il miglior genitore possibile per il figlio comune; il benessere psico-fisico di entrambi è la condivisione necessaria perché tutto funzioni.

 

Superare il trauma della separazione è possibile

La genitorialità che ho descritto è indispensabile nelle famiglie unite, ma è ancora più necessaria dopo la separazione perché questa è già di per sé un trauma per il figlio e sarà ridotto nella misura in cui la ex coppia riuscirà a realizzare la condivisione in modo migliore di quanto ha cercato di fare in precedenza.
Il compito è personale e non può essere affidato né alla legge né al giudice che deve applicarla: troppo spesso il provvedimento del giudice che regola la separazione arriva come un colpo d’ascia improvviso che non può tener conto degli effetti che produrrà.

La legge non basta: la mediazione familiare è la risposta

La legge può solo dare indicazioni, come quella che prescrive l’affido condiviso quando non c’è una grave indicazione contraria.
Ma la legge può anche dare indicazioni negative: è il caso del disegno di legge Pillon che istituzionalizza la teoria delle due abitazioni per il figlio, da utilizzare con un ritmo alternativo precostituito. Con questa prescrizione si realizza proprio un maggior distacco, una maggiore distanza non solo tra i due genitori ma tra i due mondi diversi che rappresentano agli occhi del figlio: due mondi che saranno in contrasto crescente tra loro. E ciò, nel migliore dei casi, produrrà solo confusione nel figlio; nel caso peggiore il figlio rimarrà estraneo ad entrambi i mondi e cercherà altrove chi potrà insegnargli a vivere.
Il compito di aiutare la ex-coppia a costruire una relazione nuova e caratterizzata dalla genitorialità condivisa può essere svolto soltanto da un counsellor di coppia o da un mediatore formato nella nostra scuola. La strada da percorrere è quella che passa attraverso la ricerca della causa che ha portato la coppia, prima felice, a non funzionare più: ne deriveranno indicazioni su come evitare che in futuro vengano ripetuti gli stessi errori.

Proseguiamo a raccontarvi Mediare da "dietro le quinte" grazie alla preziosa testimonianza di Emanuela. Ha sentito l'esigenza di comprendere meglio se stessa e acquisire strumenti utili a migliorare le sue relazioni, in primis familiari. Questi stessi strumenti le sono stati utilissimi anche nel suo delicato lavoro di infermiera pediatrica, per gestire le relazioni coi pazienti e i loro familiari. Oggi è anche una nostra tutor e ci racconta la sua intensa esperienza.


Ciao Emanuela, prima di cominciare ti ringraziamo per averci dedicato il tuo tempo. Cominciamo con le domande, per conoscere la tua esperienza con noi. Perché hai deciso di frequentare il Master in counselling e mediazione familiare di Mediare?

Io, come altri ex allievi, ho cominciato il mio percorso di counselling in un'altra scuola. Lì ho conosciuto Franco Pastore, che ci ha tenuto alcune lezioni. Da subito sono rimasta affascinata dai suoi argomenti e soprattutto dal suo modo di centrare subito la questione. Il suo metodo trova il nocciolo del problema in tempi molto rapidi e questo è un grande vantaggio che mi ha colpito molto.
Mi piaceva non solo per lavorare sulla mia coppia, ma soprattutto per il lavoro che faccio. Io ho a che fare coi bambini e coi loro genitori: mi serviva un metodo per affrontare al meglio queste situazioni. Per questo ho scelto di finire il mio percorso qui a Mediare, che è specializzato in gestione della coppia. Alla fine dell'ultimo anno mi hanno chiesto se avessi voluto fare la tutor. In questo modo posso seguire i nuovi allievi grazie alla mia esperienza e, in parallelo, approfondire qui un percorso cominciato altrove.
Mi è servito moltissimo sul piano personale, oltretutto, perché nel mentre io ero diventata mamma e il piano personale e professionale si stavano sovrapponendo. Avevo cominciato ad avere un coinvolgimento emotivo "ingombrante" sul lavoro e questo stava erodendo tutte le mie energie emotive. Dovevo lavorarci in qualche modo, per il mio bene e per quello dei pazienti.
A Mediare si lavora in modo profondo sul piano personale, perciò ho scelto di fare questo percorso. Mi è servito su di me e riesco anche a restituirlo alle persone che ho di fronte ogni giorno.

Quali sono le cose che più ti porti dietro di questa esperienza?

La prima cosa a cui penso è il modo in cui siamo seguiti.
Per scelta, Mediare accoglie un numero minore di allievi rispetto ad altre scuole di formazione. Il motivo è che vogliono seguire il percorso di ognuno, fin nel dettaglio. Questo fa sentire anche noi allievi più coinvolti e molto motivati a dare il meglio. Sappiamo che in ogni lezione e laboratorio abbiamo spazio e dobbiamo monitorare i nostri progressi. Questo, per me, è un grande plus di questa esperienza.
Il lavoro che fai è su di te e sulla coppia, cosa molto importante. Un'evoluzione personale deve essere inserita anche nel contesto di coppia e sapere come farlo, tramite gli strumenti acquisiti con Mediare, è molto importante perché non ci siano scossoni, ma anzi, un miglioramento.
La vita è dinamica, dobbiamo essere preparati a gestire i cambiamenti, a rispettare ciò che siamo veramente nelle diverse fasi della vita, a mettere in prospettiva i bisogni che abbiamo. Se penso alla mia storia personale, per esempio, io e mio marito stiamo insieme da tanti anni, prima eravamo una giovane coppia, poi nel tempo sono arrivati 3 figli, tutti e due lavoriamo tutto il giorno. Le responsabilità sono cresciute esponenzialmente e sono cambiate nel tempo. Per ovvie ragioni, anche noi siamo cambiati e il punto è proprio questo: ritrovare l'equilibrio a ogni cambiamento. Se hai gli strumenti per farlo diventa tutto meno pesante, anche quando sembra più difficile.

Cosa è cambiato nella tua vita e nella percezione degli altri, grazie a questo Master?

Per me è come se all'inizio del percorso avessi una benda spessissima sugli occhi. Man mano che andavo avanti è come se questa benda si assottigliasse sempre più, mostrando gradualmente la realtà per come è. Alla fine è come se fossi riuscita ad aprire gli occhi, dopo aver elaborato tanti aspetti ed esperienze, piano piano. Come se ci fosse di volta in volta una nuova consapevolezza su cui poi costruire la prossima. Anche per questo gli incontri sono una volta al mese, così che tutti abbiamo modo di interiorizzare le consapevolezze apprese. Dopo ogni incontro provi a metterti in gioco rispetto all'argomento affrontato. Delle volte è più semplice, altre meno, ma sei spinto a provare sempre.
Con un'altra metafora, è come se il cambiamento cominciasse sotto forma di un sentiero. All'inizio il cambiamento è poco visibile, come fossero passi in mezzo all'erba. Un percorso che sembra poco delineato, ma andando avanti diventa un sentiero sempre più chiaro, fino a diventare proprio una strada senza erbacce a confonderti sulla direzione che prendi, ma definito ed evidente.
Cambiando il modo di percepire te stesso, cambi il modo di relazionarti agli altri. Se io sento il bisogno di sentire un'amica, ora non aspetto più che sia lei a chiamarmi, per esempio. Il bisogno è il mio e lo esprimo, la cerco, le vado incontro, mi apro.
Mi sono allenata a sentire i segnali del mio corpo. Se determinati rapporti mi causano anche dei sintomi fisici (mal di testa, mal di stomaco, ecc.) sono segnali che qualcosa mi mette a disagio. Li ascolto, li comprendo, poi li elaboro e trovo il modo di dare una direzione diversa a quei rapporti, perché siano migliori per me.

Chi è Mediare per te, se fosse una persona?

Se fosse una persona la descriverei come una persona che non ti giudica, accogliente e aperta. Una persona che ti dice delle cose che ti trasmettono calma, serenità e che ti dà anche delle dritte. Quasi materna, che esprime amore e cura.
Forse perché queste sono le caratteristiche di Franco e di Paola (Pastore, counsellor, mediatrice familiare, esperta nella conduzione dei laboratori esperienziali, ndr), che sono i cardini di Mediare.

Quanto ti è stata utile la parte esperienziale?

Fondamentale. Questo Master si differenzia dagli altri proprio per l'intensità delle esperienze fatte nei laboratori. Avendo fatto anche dei corsi altrove, ho apprezzato molto questo aspetto. Il motivo è quello che dicevo prima, il numero di allievi per ogni classe ha un tetto. Questo poi si traduce nell'essere davvero coinvolti nei laboratori, nelle esperienze, sei proprio molto motivato a lavorare su di te, con gli altri, senti la responsabilità. Inoltre, anche se non fai un lavoro direttamente su di te ma magari è un tuo compagno di corso che porta un suo problema, ci si lavora insieme e comunque tocca delle parti di te. Perciò il lavoro è costante e questo è possibile grazie al numero contenuto di persone: tutti lavoriamo sempre su noi stessi, sugli altri e con gli altri. L'essere pochi fa sì che sia più facile entrare in intimità, costruirla e mantenerla nel tempo. Questo permette a tutti un grande miglioramento.
L'attenzione all'ambiente, poi, qui è molto evidente. C'è una stanza dedicata ai laboratori esperienziali che è rilassante, accogliente e non è per niente un aspetto da sottovalutare.

Cosa ti aspetti da Mediare, dopo aver finito il Master? Per esempio, ulteriori iniziative, confronti, ecc.

In realtà non sono uscita dal Master aspettandomi qualcosa. Al massimo mi aspettavo di essere io in grado di usare gli strumenti acquisiti, cosa che sta accadendo.
Forse posso dire ciò che lì per lì non mi aspettavo, cioè che mi chiedessero di fare la tutor. Per me è stato un onore. Nonostante il mio lavoro molto impegnativo, un marito medico e spesso in giro per il mondo per congressi e conferenze, tre figli da seguire, ho accettato. Sicuramente è un modo per continuare a tenere un legame professionale stretto, data la frequenza degli incontri. Oltre che una continua crescita personale.

I nostri ex allievi sono tanti e tutti hanno una bellissima storia da raccontare sull'esperienza dei corsi Mediare. Abbiamo incontrato Alessandra, insegnante, counsellor e mediatrice familiare. Dopo aver fatto il corso con noi, è attiva nello sportello di counselling aperto da una collega nella scuola dove insegna, per dare supporto ai ragazzi anche fuori dall'aula.
Ci racconta quanto e come è cambiata la sua vita dopo il Master, leggiamola insieme.

Ciao Alessandra e grazie di essere qui con noi a raccontarci la tua esperienza. Cominciamo con le domande.
Perché hai deciso di frequentare il Master in counselling e mediazione familiare di Mediare?

Ciao a tutti, sono contenta di poter raccontare la mia esperienza.
Dunque, per cominciare: non ho deciso facilmente, anzi, all'inizio ero molto indecisa. Mi è stato consigliato il corso da chi lo aveva già fatto e mi diceva che per me sarebbe stato un ottimo percorso, soprattutto a livello personale. Certo, avrei anche acquisito strumenti per la mia professione di insegnante, ma diciamo che il consiglio mi è stato dato più come percorso personale. Dicevo, ero talmente indecisa che, infatti, ho cominciato dal terzo incontro del primo anno, non subito.
Non avevo un'esigenza specifica - almeno all'apparenza, ma sapevo che sarebbe stato un percorso sia personale che professionale, come infatti è stato.

Quali sono le cose che più ti porti dietro di questa esperienza?

Di certo le tantissime lacrime che ho pianto. Che detto così sembra terribile, in realtà mi hanno davvero aiutato a sbloccare qualcosa, ho imparato a lasciare andare come non avevo mai fatto. Mi sono proprio tolta dei sassolini molto dolorosi.
Come se avessi fatto pulizia, mi porto dietro un nuovo mondo e un nuovo modo di vedere le cose. Mi approccio agli altri in maniera molto diversa rispetto a prima. Questo è positivo, ma ha anche il suo risvolto - se vogliamo - negativo: in tanti sono entusiasti dei miei cambiamenti in meglio, altre persone invece è come se non mi riconoscessero, mi guardano come per dire: "ma tu chi sei?". Significa che il cambiamento è evidente.
Poi, senza dubbio, gli affetti e tante nuove relazioni di amicizia. In un percorso così intenso si formano legami davvero forti, che durano anche dopo.

Cosa è cambiato nella tua vita e nella percezione degli altri, grazie a questo Master?

Tutto, davvero tutto. Per farti un esempio, stamattina ho visto Franco (Pastore, direttore scientifico di Mediare, ndr) e mi ha detto: "ah eccola, la mia ex piagnona" e ci siamo fatti una risata. L’avermi definito "ex" significa che quel momento in cui io mi sono liberata di tante lacrime ha determinato come sono adesso, sono una persona diversa, nuova. Ci sono persone che mi conoscono da anni che mi dicono chiaramente che sono cambiata in tutto, in senso positivo. Io prima ero molto chiusa, facevo fatica a parlare di me. Adesso, al contrario, sono quasi senza filtri! Forse devo lavorare su un maggiore equilibrio in questo senso, ma di certo so che ora vivo meglio.
Ora vedo che gli altri mi guardano con occhi diversi: è come se prima non mi vedessero, perché io mi nascondevo e facevo di tutto per passare inosservata. Adesso, al contrario, sono molto più aperta e anche gli altri lo percepiscono e si comportano di conseguenza. Ho cambiato io la percezione degli altri e, per questo, gli altri hanno cambiato percezione di me.
Il percorso è stato lungo, ma i risultati li sto vedendo e continuo a lavorare su di me.

Chi è Mediare per te, se fosse una persona?

Ah, difficile dirlo. Diciamo che io associo Mediare alla persona reale che è Franco Pastore. Quindi ti direi una persona educata ma senza filtri, che se ha da dirti qualcosa te la dice per il tuo bene. Una persona con un modo di fare che sa insegnarti a essere te stesso.

Quanto ti è stata utile la parte esperienziale?

Al 100%. Più che la conoscenza teorica, che è la base e ci vuole, senza dubbio, il vero cuore del corso è la parte esperienziale. Mi ha proprio insegnato a lasciarmi andare, a lasciar scorrere e correre quando era necessario.
Alcune esperienze mi sono rimaste molto impresse, proprio a significare che sono momenti che rimangono dentro. Ricordo una del primo anno, in cui l'esercizio iniziale consisteva in una visualizzazione. Io ricordo che avevo visualizzato un lupo e ancora adesso, quando vedo un lupo, la mia mente torna lì. In un certo senso, rivivo quel momento, perché mi ha segnato molto. Ce ne sono anche altre che mi ricordo bene e mi piace questo. Quando ci torno con la mente, ci lavoro di nuovo e le vivo con le consapevolezze di adesso. Come se vedessi il percorso del mio cambiamento e potessi continuare a "esercitarmi" per migliorare ancora.

Cosa ti aspetti da Mediare, dopo aver finito il Master? Per esempio, ulteriori iniziative, confronti, ecc.

Mah, non ho delle vere aspettative. Sta procedendo in un modo che mi piace molto, c’è sempre un confronto e un contatto diretto, quindi non mi aspetto nulla di diverso. Per esempio, insieme alla mia collega che ha creato lo sportello di ascolto e counselling a scuola, ci dedichiamo ai ragazzi anche fuori dall’aula. Mi piace molto e anche se ho dei dubbi o mi serve un parere su un intervento da fare, so che qui trovo sempre un confronto aperto e affidabile.

Da facoltativa a obbligatoria, la mediazione familiare è oggetto di grande interesse negli ultimi tempi, grazie al nuovo disegno di legge n. 735. Ad oggi, infatti, le coppie possono scegliere se affidarsi o meno a un percorso di mediazione familiare  prima di arrivare in tribunale.
Per noi mediatori familiari e formatori di nuovi professionisti, suona come una buona notizia, anzi ottima. Sappiamo quanto la mediazione familiare sia una strada che riduce sofferenze inutili alle coppie che si separano, tocchiamo con mano ogni giorno questa realtà.
Dopo aver letto con attenzione il cosiddetto DDL Pillon, abbiamo però rilevato alcuni aspetti critici che secondo noi non migliorano la situazione nella pratica. Il nostro direttore scientifico Franco Pastore - avvocato, psicoterapeuta e specializzato in counselling e mediazione familiare - ha analizzato sia dal punto di vista giuridico che di applicazione alla professione, il decreto. Considerando anche commenti di altri esperti, la discussione si è fatta ricca di spunti. Per questo, da professionisti di lungo corso, ci permettiamo qualche riflessione.

 

Come funziona la mediazione familiare e come si forma un professionista

Partiamo dal lato più tecnico del disegno di legge, cioè ciò che concerne l’aspetto giuridico di regolamentazione e abilitazione alla professione.
Il testo è lungo e non ci soffermeremo su ogni minimo dettaglio, anche perché non è questa la sede adatta. Alcune cose, comunque, hanno senso di essere menzionate, perché in contrasto con alcune norme.

Nell’articolo 1 viene introdotto il concetto di albo dei mediatori familiari, ma non è chiaro a quale ordine dovrebbe far capo. L’ordine dei mediatori familiari, infatti, non esiste e non se ne fa menzione nemmeno nel DDL.
Ma, cosa ancor più importante, un albo sarebbe in contrasto con la legge 4/2013, che sancisce che lo Stato italiano non istituisce più albi professionali come li conosciamo. Lascia, infatti, alle nuove figure professionali il compito di autodisciplinarsi e regolarsi, con associazioni di categoria. Al momento ne esistono già diverse sul territorio nazionale e lavorano con l’obiettivo comune di regolamentare in maniera chiara e univoca la professione di mediatore familiare.

Altro aspetto non chiaro lo riscontriamo quando parla di 350 ore contro le 320 previste adesso per un corso di formazione in mediazione familiare. La norma UNI 11644 del 2016, infatti, stabilisce che le ore di formazione per un corso di mediazione familiare debbano essere 320. Significa che verranno richieste più ore, ma non viene specificato se teoriche o di pratica e tirocinio. O se ci siano degli argomenti di maggiore interesse da introdurre, per esempio.

Più avanti, leggiamo che il DDL fa riferimento alle Regioni come responsabili di certificare che un ente formativo sia in regola o meno, per istruire nuovi professionisti del settore.
Ci chiediamo quindi: che competenze hanno le Regioni per poter dire che una scuola di formazione va bene e un’altra no? Oltretutto, già anni addietro la Corte Costituzionale aveva bocciato alcune Regioni che avevano compilato degli elenchi di professionisti con particolari caratteristiche, come a certificarli. La sentenza 131/2010 ha stabilito che un’eventuale regolamentazione di enti formativi e professionisti in grado di formare e svolgere la professione, appunto, sia appannaggio dello Stato e non delle Regioni.
Anche questo elemento, dunque, va chiarito.

Queste sono solo alcune delle controversie che rendono questo DDL poco chiaro sul piano tecnico, ma anche sulla figura del mediatore familiare stesso. Vediamo in che senso.

 

Direttività e giudizio: non sono caratteristiche della mediazione familiare

Opinione diffusa sul nuovo DDL è quella che sia coercitivo e direttivo. Che vuol dire?
Significa che la mediazione viene vista come una costrizione per tutte le coppie che si separano e che il mediatore familiare si comporti in maniera direttiva verso i clienti. Dovrebbe, quindi, consigliare come agire ai coniugi che si separano.
Come forse già sapete, Mediare utilizza un metodo ben diverso nella mediazione: attinge agli strumenti del counselling per accompagnare la coppia nel confronto. Ciò significa che, proprio come il counselling, la mediazione familiare è non-direttiva.
Il mediatore familiare usa l’ascolto attivo per capire gli equilibri e le esigenze della coppia. Dopodiché, adotta gli strumenti adeguati alle diverse situazioni coniugali, per portare i coniugi a chiarire e decidere in maniera autonoma cosa sia meglio per il nuovo assetto familiare da separati.
Il mediatore familiare non consiglia, non dà pareri, non suggerisce. Soltanto le famiglie conoscono le proprie situazioni, tutte diverse e singolari. Il mediatore ha il compito di ridurre il conflitto, far cessare le ostilità e riportare i partner a un dialogo costruttivo, empatico e collaborativo. Quando è capace di condurre i coniugi in questo terreno, non ha necessità di dare nessun suggerimento. Questo è l’unico modo che garantisce che i rapporti possano essere gestiti nel lungo periodo, cosa che interessa ai mediatori per primi.
La mediazione familiare non interviene sul fatto singolo (la separazione), ma su come comportarsi l’un l’altro nella nuova relazione da separati. Come porsi coi figli, come collaborare nel loro interesse anche non vivendo più assieme. Non sostituisce avvocati e giudici, aiuta le coppie a ritrovare un dialogo e un’empatia perduti, in modo che arrivino dai legali e dai giudici più sereni e consapevoli.

Fatte queste considerazioni, ci soffermiamo su una figura introdotta nel DDL, che ha destato la nostra curiosità: il coordinatore genitoriale.
In breve, è una figura che avrebbe una specifica formazione, responsabile di stilare un piano genitoriale e di intervenire qualora non venisse rispettato. Intervenire come? Prendendo decisioni in luogo dei genitori, pare di capire dal testo del DDL. Torniamo alla direttività del mediatore familiare, che qui assume quasi i contorni di un giudice. Il DDL specifica che questa figura deve essere psichiatra, neuropsichiatra, psicoterapeuta, psicologo, assistente sociale, avvocato. Oppure essere un mediatore familiare già formato.
Nella nostra esperienza, un mediatore familiare è già perfettamente in grado di gestire i coniugi e portarli, di conseguenza, a saper decidere per il bene dei propri figli. Perché aggiungere questa ulteriore figura? Appare come un ennesimo controllore, più che un facilitatore dei rapporti familiari post separazione.

 

E i figli?

Infine qualche considerazione sul tanto nominato affido condiviso dei figli. Il DDL Pillon, sulla carta, intende favorirlo anzi incentivarlo. Le intenzioni sono ottime, certo, ma cosa ci dice in merito?
Partiamo dal presupposto che, come mediatori familiari, siamo senza dubbio convinti che i figli debbano avere a disposizione entrambi i genitori il più possibile anche dopo la separazione. Fatto salvo per casi gravi, i bambini e i ragazzi hanno necessità di entrambe le figure e la mediazione ha come obiettivo proprio quello di costruire una relazione migliore tra i genitori in funzione, anche, della gestione dei rapporti coi figli. Dopo questa doverosa premessa, torniamo al DDL.
Leggiamo di almeno 12 giorni al mese come durata minima da passare con entrambi i genitori. Siamo scettici rispetto a questa quantificazione così rigida. In primis perché torna il concetto di direttività discusso poco sopra: la mediazione familiare non decide come farebbe un giudice. Non può dare per certo, a priori, che ci debba essere un tot di tempo obbligatorio da passare con tutti e due i genitori, perché questo compito spetta esclusivamente ai genitori e ai figli, che insieme decidono cosa è meglio per il proprio equilibrio.
In secondo luogo, conta la qualità del tempo passato coi figli. Suona come una frase banale, ma è davvero così. E questo, siamo certi anche per l’esperienza che abbiamo, è qualcosa che preferiscono anche i genitori e i figli di genitori separati.


Mediatore familiare, avvocato e giudice hanno ruoli ben diversi

In ultimo, ci soffermiamo sulla possibilità per il giudice di omologare o meno l’accordo di mediazione in sede di tribunale, senza convocare i coniugi che si separano. In sostanza, il giudice può emettere una sentenza su una separazione, basandosi su un accordo di mediazione familiare e senza sentire in udienza i diretti interessati.
Il principio è quello di snellire tempi e pratiche di separazione. Lodevole, senza dubbio, ma… ci pare, ancora, che ci sia confusione sui ruoli di mediatore familiare, avvocato e giudice.
Il mediatore familiare lavora sulla ristrutturazione della comunicazione tra coniugi, li riporta su un piano empatico. Si occupa della parte emozionale del rapporto, in funzione del raggiungimento di un equilibrio e, anche, di un accordo post separazione. L’avvocato lavora sul piano giuridico, facendo sì che l’equilibrio raggiunto con la mediazione diventi un atto legale da sottoporre a un giudice. Infine, il giudice valuta la bontà di tali accordi e atti sulla base delle leggi vigenti e delle situazioni delle singole famiglie, prendendo in considerazione le testimonianze dei diretti interessati.
Tutti lavorano per lo stesso obiettivo: aiutare le coppie a separarsi in maniera consensuale, serena e con un occhio di riguardo alla gestione dei figli minorenni. Ognuno ha, però, il suo compito e la sua specificità, come è giusto che sia.
Temiamo che questo DDL cucia addosso al mediatore delle funzioni da avvocato o perfino da giudice. Il mediatore familiare per aver ragion d’essere e lavorare con efficacia, fa ben altro: è un esperto in relazione d’aiuto, che accompagna le coppie a costruire una nuova e sana relazione, anche dopo un trauma come la separazione.

Le emozioni che proviamo sono in parte innate, in parte scaturiscono dal contesto sociale in cui siamo inseriti. Insieme a poche altre, la rabbia è individuata tra le emozioni primarie, cioè quelle innate, individuabili fin dalla nascita in tutte le società del mondo.
Abbiamo già parlato delle emozioni e di quanto sia importante riconoscerle, esplorarle, sfogarle. I nostri stati emotivi parlano di noi, delineano chi siamo e come reagiamo alle situazioni che viviamo ogni giorno. Ciò vuol dire che anche i nostri problemi sono legati a doppio filo con le emozioni che proviamo.
Cosa ci provoca rabbia? Riusciamo a gestirla o ci facciamo travolgere? Possiamo considerare la rabbia come un’emozione positiva?

 

Rabbia positiva e rabbia negativa: a cosa ci serve quest’emozione?

Proviamo a dare una definizione di cosa sia la rabbia.
L'ira o rabbia, come più comunemente la chiamiamo, è una reazione emotiva a condizioni o situazioni avverse. Ci sono diversi livelli che corrispondono a una reazione più o meno plateale. La rabbia, infatti, non si manifesta solo in modo violento, ma anche con comportamenti e atteggiamenti più o meno aggressivi.
Quando sentiamo una minaccia, un pericolo, o pensiamo di essere vittime di ingiustizia, la nostra reazione può essere rabbiosa. Possiamo quindi iniziare a comprendere a cosa ci serve questa emozione: difesa, tentativo di preservare la soddisfazione dei nostri bisogni quando crediamo sia minacciata. Ha a che fare con l'istinto di autoconservazione, ha una funzione adattiva in principio.
Le persone con cui tendiamo ad arrabbiarci di più sono quelle a cui teniamo e che ci stanno vicine (familiari, amici, colleghi, compagni di squadra) perché magari deludono le nostre aspettative. Il fatto che siano persone che conosciamo e ci conoscono bene, ci fa pensare che non dovrebbero mai deluderci o fare qualcosa che possa ferirci.
Le nostre reazioni possono essere più o meno intense, come dicevamo, e possiamo provare a dare loro un connotato positivo e uno negativo.
La rabbia può essere considerata positiva quando ci consente di manifestare un disappunto per un comportamento o una situazione che mette in pericolo il rapporto con una persona o un gruppo di persone. Per esempio, un comportamento del partner che nuoce all'equilibrio della relazione. O il comportamento di un figlio che mina il rapporto di fiducia col genitore. O ancora, un collega che si comporta in maniera per noi poco corretta. Scatta una sorta di difesa, che ci permette di affermare che il comportamento o l'atteggiamento del partner, figlio o collega, mina la relazione di fiducia e l'equilibrio del rapporto. Il rovescio della medaglia è la componente negativa della rabbia: se espressa con troppa veemenza e senza freni inibitori, può mettere a dura prova le nostre relazioni.
Immaginiamo che il nostro partner abbia fatto qualcosa che non ci fa stare bene, magari più di una volta. Se è una cosa che ci fa soffrire, che ci fa sentire sminuiti, che può compromettere il rapporto, certamente è bene dirlo. Anche in maniera decisa, certo. Capita, però, che esprimiamo il nostro disappunto in maniera esplosiva, alzando il tono della voce, usando frasi o parole molto taglienti se non offensive, o peggio. Se da una parte è giusto e positivo comunicare cosa non va, al contempo potremmo far caso a come lo comunichiamo, per non compromettere ulteriormente la qualità della nostra relazione.
Sì, ma come si fa?

Se non controlli la tua rabbia, un counsellor può aiutarti

Tra i vari problemi che un counsellor aiuta a risolvere, c'è anche quello della migliore veicolazione delle proprie reazioni ed emozioni. Il counsellor è un esperto di aiuto, non di un problema particolare, ma del processo da mettere in atto per risolverlo.
Ecco perché, se un cliente esprime l'esigenza di riuscire a riconoscere e gestire la propria rabbia, può aiutarlo. Il compito del counselling non è quello di indagare nel profondo come farebbe la psicoterapia, ma è quello di aiutare a risolvere il problema contingente con gli strumenti che il cliente stesso ha a disposizione. Un buon counsellor cerca il modo di far diventare un'emozione come la rabbia, funzionale alla relazione del suo cliente.
Il primo passo da fare è quello di capire come trasformare questa rabbia in una comunicazione efficace. Il processo di counselling mette il cliente in grado di analizzare autonomamente il meccanismo che innesca la reazione veemente e l'emozione che prova. Le risorse che già possiede, ma non riesce a usare, verranno stimolate e attivate perché la reazione rabbiosa sia quanto più positiva possibile. Il counselling favorisce l'assertività, l'espressione dei bisogni in modo deciso, argomentato e motivato, ma non scortese o, peggio, rabbioso.
Importanti studi condotti sull'autocontrollo, dimostrano come questo si possa allenare. Esattamente come un muscolo, possiamo allenare la nostra capacità di reazione anche negli stati emotivi che ci causano frustrazione o dolore. Non si tratta di reprimere o eludere le proprie emozioni, in questo caso la rabbia, quanto di elaborarle ed essere più consapevoli rispetto alla nostra reazione. Il counselling può aiutarci a rendere una reazione rabbiosa in qualcosa di costruttivo e non distruttivo. Saper affrontare le nostre emozioni con consapevolezza ci mette in grado di poterlo fare anche con i problemi e le difficoltà quotidiane, piccole o grandi che siano. È solo una questione di allenamento, costante e possibile.

Quando una coppia si separa vive un momento molto doloroso. Qualsiasi sia il motivo della separazione, tutte le ostilità esplodono, il conflitto si inasprisce fino a generare voglia di rivalsa, in alcuni casi persino di vendetta. Non tutte le coppie si separano in maniera burrascosa, ma di certo tutte si trovano di fronte a scelte difficili su quello che sarà il nuovo assetto da separati.
Quello che viene visto come la soluzione a tutto questo, cioè l'iter che porta al tribunale e stabilisce gli accordi definitivi tra gli ex coniugi, nella realtà non è così risolutorio. Se una coppia arriva dagli avvocati e poi in tribunale, con uno stato d’animo carico di frustrazione, farà delle scelte che non porteranno risultati utili nel lungo periodo.
C'è un modo per arrivare di fronte al giudice più distesi e, soprattutto, consapevoli di aver scelto il meglio per la propria famiglia anche dopo una separazione. Si chiama mediazione familiare.

Avvocato, causa, tribunale: come arrivarci preparati

Per poter arrivare a degli accordi vantaggiosi per tutti i membri della famiglia, i partner in via di separazione hanno necessità di supporto tecnico e psicologico. Rivolgersi a un avvocato è fondamentale, ma bisogna arrivarci con le idee chiare.
Quando parliamo di separazione, la prima cosa a cui moltissimi pensano è l'aspetto materiale. La divisione dei beni, il mantenimento del coniuge e dei figli, l'assegnazione della casa coniugale all'uno o all'altro. Certo, sono aspetti importantissimi, ma è necessario fare un passo indietro: per prendere queste decisioni ci vuole uno stato emotivo adeguato. Un avvocato non è in grado di dare supporto in questo senso, semplicemente perché non è il suo compito. Chi è in grado di dare supporto ai partner che si separano è un mediatore familiare.
Se è vero che, comprensibilmente, una coppia che si separa è all'apice dell'ostilità, come può prendere decisioni che si rivelino ottimali nel lungo periodo?
Come può decidere nell'interesse dei figli e di ognuno dei partner, se non ha ancora risolto alcuni aspetti conflittuali?
È molto difficile che accada, per il semplice fatto che la rabbia e la frustrazione generate dalla separazione, guideranno le decisioni. Siamo esseri umani, proviamo emozioni e in base a queste facciamo delle scelte.

Counselling e mediazione familiare: ecco perché rendono tutto più semplice

Quando parliamo di emozioni, sappiamo che non è semplice distinguerle, dargli un nome ed esprimerle. Ecco a cosa serve la mediazione familiare: aiutare la coppia a comprendere le proprie emozioni, accettarle e incanalarle nella direzione più efficace per le decisioni da prendere. Gli elementi di counselling a supporto della mediazione familiare, servono a questo. Ecco perché un mediatore familiare è in grado di aiutare la coppia a eliminare l'ostilità, a favore di un riconoscimento reciproco. Il fine è quello di aiutare la coppia a decidere in modo più armonioso e più utile a tutti i membri della famiglia.
Specie quando una coppia ha figli, è fondamentale saper trovare il giusto equilibrio. La legge italiana già prevede un'attenzione particolare alla gestione dei figli, con soluzioni come l'affido condiviso. Questo punta a una suddivisione dei doveri tra i coniugi che si separano e assicura a entrambi di passare sufficiente tempo con i figli, che hanno comunque bisogno di entrambi i genitori. Questo può succedere, però, solo se la coppia è riuscita a superare le ostilità ed è disposta a costruire una relazione che si basi sulla solidarietà, anche dopo la separazione. Tutto questo si può ottenere grazie a un percorso di mediazione familiare.
Da poco anche i tribunali italiani si sono resi conto dell’utilità della mediazione familiare. A Milano e a Roma, infatti, stanno pian piano aprendo degli uffici informativi proprio su questa disciplina. All'interno dei tribunali ci sono degli spazi dedicati all'informazione, così che i coniugi che si separano possano conoscere la mediazione familiare e decidere di intraprendere un percorso in tal senso.
In questo modo i partner possono arrivare dai rispettivi avvocati con le idee più chiare grazie a una situazione emotiva più serena. Il beneficio è tangibile a tutti i livelli: si risparmia tempo, denaro e si elimina l'ostilità.

Come funziona la mediazione familiare e quali sono i vantaggi

La mediazione familiare è un percorso di un numero stabilito di sedute. In genere sono una decina, ma non è un numero obbligatorio. Ogni persona e ogni coppia ha tempi ed esigenze diverse, secondo i quali si accorda con il mediatore.
L’incontro introduttivo infatti serve a conoscersi, a inquadrare la situazione e capire l'obiettivo da raggiungere. Ciò che è certo sempre è che il mediatore familiare ha interesse a far risolvere il conflitto nel tempo più rapido possibile.
Grazie agli strumenti del counselling, il mediatore familiare è in grado di osservare gli aspetti emotivi, ma non solo: aiuta le persone che ha di fronte a riconoscersi e riconoscere l’altro. Possiede gli strumenti per accompagnare i partner che si separano a dirsi tutto, sfogarsi per riuscire di nuovo a empatizzare. Quando questo percorso termina, ecco che i partner sono messi in condizione di scegliere con consapevolezza, per il bene di tutti i membri della famiglia che si sta separando.
Solo in questo modo due persone possono mettere da parte le ostilità, ripartendo da una nuova relazione che ha obiettivi diversi.

Un percorso per fare le scelte migliori

Una volta che la coppia fa questo percorso, arriva dagli avvocati con una visione più distesa e degli obiettivi chiari. Questo è un grande vantaggio: a fronte di un percorso breve di mediazione familiare, si risparmia tempo e denaro in sede legale.
Quante cause di separazione e divorzio, infatti, hanno tempi lunghissimi perché sembra impossibile raggiungere un accordo?
Quanta sofferenza i partner continuano a infliggere a se stessi e ai figli per questo motivo?
La mediazione familiare mette una coppia in condizione di arrivare dagli avvocati in meno tempo e con molta più cognizione di cosa sia meglio per il futuro. Se ogni partner sa esattamente cosa vuole, nel proprio interesse e in quello dei figli e del bene della famiglia, saprà spiegarsi meglio anche con il legale che lo accompagnerà verso il tribunale. L'avvocato, quindi, saprà fare meglio gli interessi del suo assistito e raggiungere un accordo favorevole in tempi rapidi. Di conseguenza, anche il giudice si troverà facilitato nel prendere la decisione migliore per ogni coppia.
Le situazioni di separazione sono così diverse e personali che la legge, per quanto giusta, non può bastare a risolvere i problemi. Così come non possono bastare solo giudici e avvocati se la coppia non è in grado di venirsi incontro nonostante il conflitto. Se l’ostilità permane, ci sarà sempre qualcuno che resterà scontento e pieno di rancore e delusione. Ecco perché la mediazione familiare è un ottimo strumento di supporto e guida alla fine delle ostilità: completa le competenze di avvocati e giudici nel perseguire gli stessi obiettivi.

 

Se ti stai separando forse vivi un momento di difficoltà, ma la buona notizia è che esiste un modo per arrivare a degli accordi in modo meno conflittuale, che si chiama mediazione familiare. Soprattutto se hai figli e vuoi tutelarli emotivamente, può interessarti capire di cosa stiamo parlando.
Cercheremo di spiegarti in modo semplice cosa sia la mediazione familiare e come può farti trovare armonia nella separazione.

La mediazione familiare nasce negli USA negli anni 70, per spinta di James Coogler, avvocato e psicologo. Consiste nell’intervento di un professionista che prende in carico la coppia per accompagnarla nella risoluzione del conflitto, in fase di separazione. Il mediatore familiare è formato appositamente per usare tecniche e strumenti utili a ridurre le incomprensioni dei partner che si stanno separando.
La mediazione familiare prende in considerazione la sfera delle emozioni delle persone coinvolte in una fase così delicata. Va oltre, quindi, il mero aspetto legale che offre tutela ma non contempla la sfera delle emozioni e sentimenti di una coppia che vuole dirsi addio. Questo stato emotivo complica le decisioni da prendere, rendendo la separazione ancora più dolorosa. James Coogler lo aveva compreso, per questo ha voluto dar spazio all’aspetto della gestione emotiva tramite un esperto della relazione d’aiuto.

 

La mediazione familiare e il conflitto nella coppia

Le coppie che arrivano in mediazione generalmente sono già decise a separarsi. In molti casi, grazie all’intervento del mediatore familiare, accade che le coppie si riavvicinino. Restiamo però sul tema della separazione e del conflitto.
Innanzitutto, il conflitto nella coppia si sviluppa su diversi livelli: sui valori, sulle regole, sull’attribuzione all’altro delle colpe, sui confini che noi stessi ci diamo dentro la relazione, ecc. Questi poi si traducono in recriminazioni o mancati accordi sulla gestione dei figli, aspetti economici, di organizzazione del tempo e altri aspetti concreti della vita di una famiglia. Al mediatore interessa capire che tipo di conflitto ha di fronte per capire come affrontarlo. È in grado di stabilirlo osservando i comportamenti della coppia in fase di colloquio, sul livello verbale e comportamentale.

Una volta stabilito questo, si sofferma sulla fenomenologia e le dinamiche del conflitto: come la coppia mette in atto il conflitto?  Come si può intervenire per scavare più a fondo trovandone l’origine, ma non tanto da scendere nel campo della psicoterapia? Domande che un professionista della mediazione familiare deve farsi per svolgere bene il proprio compito.  Solo così il mediatore familiare aiuta i partner a capire perché non devono avere paura del conflitto ma, anzi, capire quanto questo sia utile nel processo di svelamento dei non detti della coppia.

Come funziona il conflitto?

Per capire meglio di cosa parliamo, vediamo insieme delle possibili dinamiche di conflitto che una coppia mette in atto e come siano trattabili con la mediazione familiare.
Il mediatore può trovarsi di fronte diversi tipi di conflitto, anche molto distanti tra loro. Non è necessario essere esperti di un problema specifico per poter aiutare una coppia a risolvere il suo. Il buon mediatore familiare mette in atto un processo utile a dinamiche e persone molto diverse.
Per esempio, ci sono coppie che evitano di litigare, di fatto escludendosi reciprocamente dal contatto, mantenendo i toni bassi e sembrando molto distanti tra loro. Il fatto che venga evitato, non significa che il conflitto non ci sia più e qui entra in gioco l’esperienza del mediatore. Attraverso le sue tecniche, è in grado di far esprimere alla coppia la emozioni taciute nel tempo, per liberarsi di questo fardello e poter inquadrare in modo più chiaro necessità, bisogni e possibilità di ognuno dei due partner.
Al contrario, ci sono coppie che manifestano apertamente il conflitto e che lo alimentano a vicenda. Spesso i partner si attribuiscono colpe e responsabilità a vicenda, tendono a ignorare il mediatore perché troppo occupati a recriminare fatti e situazioni più o meno recenti, che li hanno portati alla separazione. Il mediatore non parteggerà per nessuno dei due, ma si impegnerà a riportare su un piano oggettivo le accuse che i partner si fanno a vicenda. In questo modo il percorso che farà la coppia sarà quello di ristabilire un equilibrio utile a prendersi un impegno a gestire tutti gli aspetti in maniera più oggettiva e pratica, senza caricare la separazione di ulteriore tensione.
Ci sono poi coppie che innescano dinamiche di “vittima-carnefice”, dove al crescere del lato conflittuale di un partner, si attenua quello dell’altro partner. O ancora coppie che ricercano nel mediatore e, più in generale nelle persone che hanno intorno, degli alleati da usare contro il partner da cui si stanno separando.
In queste situazioni il bravo mediatore sa che non deve propendere per una parte o per l’altra, ma aiutare ognuno dei partner a rimettersi in equilibrio e prendersi l’impegno di gestire al meglio la separazione e ciò che ne consegue.

 

Corsi di mediazione familiare

Nel tempo la mediazione familiare prende piede, perché strumento efficace. Per questo ci sono sempre più persone che scelgono la formazione in questo campo. Non esiste una laurea, ma diversi master e corsi di mediazione familiare.  L’offerta è abbastanza variegata, da quelli che inquadrano la materia dal punto di vista più giuridico, a quelli che trattano maggiormente l’aspetto psicologico, o entrambi.
La scelta del corso è sicuramente subordinata alla formazione pregressa. Se hai una laurea in giurisprudenza, per esempio, ti sarà più utile approfondire l’aspetto psicologico, emozionale e gestionale.

Noi a Mediare abbiamo sviluppato un percorso, con l’esperienza e il tempo, che ci rende peculiari nella nostra attività. Abbiamo infatti integrato il counselling alla mediazione familiare, con un eccellente risultato. Abbiamo quindi trasportato questa nostra conoscenza in un corso di formazione, convinti che sia il modello vincente per la mediazione familiare.

Il Master biennale in counselling e mediazione familiare

Mediare opera nel settore del counselling e della mediazione familiare a Roma da molti anni. Proprio grazie a questa esperienza e alla continua ricerca del nostro direttore scientifico Franco Pastore, siamo riusciti a creare un corso di formazione veramente completo.
Il nostro Master biennale in counselling e mediazione familiare, prevede una prima annualità dedicata allo studio e alla pratica del counselling. Lo riteniamo uno strumento potentissimo e molto utile per la crescita personale, per l’aiuto ai singoli ma anche per la gestione delle dinamiche conflittuali di una separazione.
Il secondo anno è dedicato interamente alle dinamiche di coppia, alla relazione, alla gestione dei problemi in coppia e a una panoramica del contesto giuridico in cui si inserisce la mediazione familiare.
Il nostro obiettivo è formare prima di tutto persone e poi professionisti in grado di essere d’aiuto anche nelle situazioni più difficili.

Per qualsiasi informazione sulla formazione o su un intervento di mediazione familiare, siamo a tua disposizione.
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