Come già saprete, la mediazione familiare è il fulcro del nostro lavoro. Lavorare con le coppie in crisi o che si stanno separando è diventata, nel tempo, l'attività a cui ci siamo più appassionati e che ci dà i risultati più positivi.
Con piacere abbiamo visto crescere la richiesta di professionisti adeguatamente formati: il mediatore familiare diventa una figura sempre più utile. Un po’'perché separazioni e divorzi sono in aumento, un po' perché (finalmente!) le coppie cominciano a comprendere la reale funzione del mediatore familiare e l'efficacia del suo intervento.
Dalla metà degli anni Settanta, quando è nata, a oggi, di certo la mediazione familiare si è evoluta, affinata, arricchita per rendersi sempre più adatta alle esigenze delle coppie che si separano, in una società in veloce cambiamento. Sempre più sono, quindi, le persone che scelgono di formarsi per diventare professionisti della mediazione familiare.
Oggi vogliamo parlare di come intraprendere questa carriera significhi iniziare un percorso di crescita professionale e personale continuo. Essere mediatori familiari cambierà il vostro stile di vita.

 

La crisi di coppia

I dati sembrano suggerire che oggi molte coppie entrano in crisi ma non tutte sono in grado di affrontare i periodi di difficoltà. Non c'è granché di strano secondo noi, perché nessuno ci insegna come affrontarli. Tutta la carica di emozioni negative, non espresse, non comprese, può facilmente diventare una bomba a orologeria, senza che i partner abbiano la più pallida idea di come si disinneschi.
Parliamo di emozioni perché sono un punto di partenza imprescindibile nel nostro intervento di mediazione familiare. Un mediatore familiare è formato per saper affrontare prima di tutto le proprie emozioni. Impara a riconoscerle, chiamarle per nome e gestirle. E per questo le riconosce nei clienti, grazie all'empatia che è in grado di instaurare con la coppia che ha di fronte. Riconosce nei partner la frustrazione, la rabbia, la voglia di rivalsa che hanno l'uno sull'altro e che li spinge a confliggere e non trovare una soluzione in modo autonomo.
Lo sviluppo di questa abilità presuppone un percorso di crescita personale per il mediatore familiare, ecco perché parliamo di cambiamento e miglioramento dello stile di vita. Non si tratta di imparare una professione e basta, ma di interiorizzare un modo di essere che serve in prima istanza a saper gestire le proprie vicende personali e di coppia. Innescare questo processo nella quotidianità rende il mediatore familiare il primo sperimentatore dell'efficacia di atteggiamenti e modi di fare positivi e costruttivi. Per questo è in grado di aiutare le coppie in crisi e condurle a una separazione consensuale e senza ostilità.

 

Obiettivo della mediazione familiare: la separazione consensuale

Il mediatore familiare lavora con coppie in cui l'amore ha lasciato spazio a sentimenti negativi. Il suo compito non è quello di portare le coppie al ripensamento sul divorzio (a meno che non sia quello che la coppia desidera, naturalmente).
Il compito del mediatore è quello di ristrutturare la comunicazione della coppia, in modo che torni su un livello empatico, di scambio collaborativo nell'interesse di entrambi i partner e, dove ci sono, dei figli. Questo è possibile, perché il fatto che due persone non si amino più non significa che debbano arrivare a detestarsi. Ci sono dei valori, dei sentimenti e una visione della vita che li hanno uniti. C'è stata, quindi, la fase in cui queste due persone sono riuscite a costruire un progetto con unità di intenti.
Anche nel momento in cui una coppia si separa, ha un'unità di intenti e degli interessi comuni: il benessere dei figli, una equa ripartizione del patrimonio e delle responsabilità, una vita serena anche se il progetto non è più quello di viverla insieme come prima. Il vero interesse della coppia, e quindi del mediatore, è proprio quello di raggiungere questi obiettivi senza ostilità.
Un buon professionista conosce le tecniche e gli strumenti per arrivare a questo obiettivo e in questo, nella nostra visione, il counselling è imprescindibile. Riuscire a rimettere in comunicazione efficace due persone animate da rancori è territorio prediletto del counselling. E ha la sua grande efficacia anche nel processo di mediazione.
Riuscire a condurre una coppia ostile in un territorio di ragionevolezza e ritrovata condivisione, è una soddisfazione professionale e personale che cambia in meglio anche la vita del mediatore. Lo spinge a fare meglio con ogni coppia che incontra e a trarre insegnamenti positivi, utili anche in campo privato. Ecco perché è una professione che consigliamo a tutte le persone che cercano nel lavoro un arricchimento costante.


Come si diventa mediatori familiari?

Come dicevamo prima, la richiesta di professionisti qualificati è in aumento. Inoltre, è recente la proposta di renderla obbligatoria.
Noi di Mediare abbiamo avviato i nostri corsi di formazione per mediatori familiari dal 2003.
Negli anni il percorso si è aggiornato, ha integrato nuovi metodi e modelli, per migliorare la formazione dei nostri allievi. Il nostro direttore scientifico Franco Pastore ha messo a punto un suo modello, grazie all'esperienza pluridecennale come counsellor e mediatore e allo studio costante.
Un buon mediatore, per sapere intervenire con efficacia e risultati positivi, deve passare dal counselling. Per questo la nostra formazione comincia da questa disciplina, per entrare poi nel merito delle dinamiche di coppia e della mediazione familiare.
Il corso in mediazione familiare ha durata di due anni e abilita alla professione, regolata dalla Legge 4/2013 e dalla Norma UNI 11644. Per qualsiasi domanda o informazione, siamo disponibili a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. e la nostra segreteria è attiva dal lunedì al venerdì, in orario 9.30 - 13.30, al numero 06 3721136.

Un detto molto conosciuto recita “in amore vince chi fugge”. Queste poche parole che tutti avremo sentito almeno una volta nella vita, racchiudono un significato più articolato.
Come se l'amore fosse una continua rincorsa, avrebbe la meglio chi si fa desiderare, chi è sfuggente e indecifrabile e - quindi - si avvolge di un'aura di mistero. Di certo questo è intrigante, noi esseri umani siamo portati ad appassionarci a qualcosa che ci sembra al di fuori della nostra portata, quasi a spingere il limite un po' più in là e dimostrare a noi stessi di essere all'altezza.
E se proiettassimo questo tipo di comportamento in una relazione più stabile e duratura? L'effetto sarebbe ben diverso. Stare con un partner che sfugge, che non comunica e non dialoga, può essere sfibrante. Per funzionare, una relazione dovrebbe riuscire a mantenere i partner in connessione attraverso le varie fasi della vita. Chiudersi al dialogo non è un buon metodo, cercare un confronto e uno scambio continuo è ciò che può garantire una crescita insieme.

Perché manca il dialogo nella coppia?

Per i motivi più disparati capita che le coppie smettano di comunicare su temi quotidiani, come su quelli più esistenziali. Si innescano delle routine che assottigliano pian piano il livello di confronto. I partner inseriscono il pilota automatico e smettono di nutrire i piccoli momenti di felicità e di scambio, vitali per l’evoluzione della coppia.
Sì, perché una coppia si evolve in base a come si evolvono i suoi componenti. Un po’ come ci insegna il modello sistemico, tra quelli su cui si fonda il nostro lavoro di counsellor e mediatori familiari, e che insegniamo anche nei nostri corsi.
Tutti noi, nel corso della vita, cambiamo punto di vista e atteggiamento su tanti temi. È fisiologico e normale, perciò l'elemento che può farci impensierire non è questo. Il campanello dovrebbe suonare quando questi cambiamenti non arricchiscono il fluire della vita di coppia, ma arrivano a rompere degli equilibri.

Gestire il cambiamento. Insieme.

Il cambiamento può avvenire per avvenimenti spiacevoli o tragici, come un licenziamento improvviso, la perdita di un familiare o di una persona cara, motivi di salute. Questi e altri motivi possono generare paura, sconforto, frustrazione. E tali sentimenti ed emozioni non sono sempre facili da esternare, anzi. Innanzitutto dobbiamo saperli riconoscere, leggere le nostre emozioni e dar loro una dimensione. Senza questo passaggio sarà molto difficile riuscire a elaborarle e condividerle con il partner.
Il nostro atteggiamento può cambiare anche per motivi molto meno gravi. Dallo stress lavorativo, alla preoccupazione per un figlio, tante questioni quotidiane possono incidere sul nostro stato d’animo, farci sentire a disagio. Talvolta può anche non esserci un motivo esterno, ma che viene da dentro: una volontà di rinnovamento data dalle diverse esigenze che si hanno nelle differenti fasi della vita.
Saper dare un nome alla propria esigenza è un compito individuale, così come riuscire a condividerla. Con questi presupposti, affrontare le piccole e grandi sfide quotidiane insieme può essere molto più semplice.


Parola d’ordine: comunicazione

Facciamoci caso: le liti e l’allontanamento dal partner avvengono perché non siamo in grado di comunicare in modo efficace. Non esternare cosa sentiamo, cosa vorremmo per stare meglio, cosa ci manca è - di fatto - mettere un muro che ci separa da chi amiamo. La paura di non venire capiti e che le nostre esigenze non siano accolte, ci fa chiudere in un silenzio o, peggio, in una comunicazione nervosa e ben poco positiva. Possiamo quindi dire che magari lo scambio c’è, ma passa su binari fatti di incomprensioni. E genera ulteriore frustrazione, come è normale che sia.
Ancora una volta torna il tema dell’assertività: diventa importante non solo aprirci al dialogo sui nostri bisogni, ma anche farlo nel modo giusto. Proviamo a fermarci, chiederci cosa ci serve per stare meglio e dargli un nome. Sforziamoci di lasciare da parte l'imbarazzo o la rabbia e proviamo a chiedere cosa vorremmo dalla nostra metà. Proviamo anche a ragionare su cosa possiamo fare noi per andare incontro al partner e a una sua mutata esigenza, perché anche questo non è trascurabile.
Questo processo all'inizio può sembrare faticoso, ma riuscire a farlo anche solo una volta ci farà rendere conto del beneficio che ne trarrà la coppia. E diventerà molto più semplice farlo sempre.


Il counselling e la coppia

Il counselling viene considerato spesso come un percorso individuale o, in alcuni casi, di gruppo. Più raramente viene associato alla coppia, ma in realtà è ciò su cui noi di Mediare siamo specializzati con ottimi risultati. Ciò significa che il processo di counselling usato coi singoli, può essere adeguatamente inserito anche in un contesto di coppia. Il perché è semplice: la cosa importante è il processo che il counsellor mette in atto.
L’obiettivo di un percorso per partner, come il counselling di coppia, è proprio quello di ristabilire una connessione tra due persone che si vogliono bene ma non sono capaci di far funzionare al meglio la propria relazione.
Non tutte le coppie riescono a rimettersi in comunicazione empatica se si sono raffreddate o se litigano spesso. Non tutti i partner sono in grado di soffermarsi sui bisogni di ognuno e di come conciliarli con il bisogno della coppia nella sua interezza. Un counsellor conosce le tecniche per far sentire i membri di una coppia accolti e non giudicati ed è in grado di condurre i partner su un terreno comune, quando si parla della relazione. Sa come portarli a condividere, aprirsi, riconoscersi e, finalmente, comunicare. Perché sì, in amore vince chi parla.

Tra i tanti diritti che i figli possono vantare nei confronti dei genitori ne esiste uno particolare, che è quello di avere entrambi i genitori a loro disposizione nello stesso tempo.
Il bambino costruisce la sua sicurezza proprio contando su entrambi i genitori e soprattutto prevedendo di poterli avere nel suo futuro, quando si troveranno in una situazione di grave difficoltà, come una malattia o un ricovero in ospedale ma anche in una situazione in cui condividere loro la felicità, come la laurea, il matrimonio.
Questa sicurezza viene messa in crisi dalla separazione dei genitori a causa dei conflitti che la accompagnano: di solito la rottura della coppia genitoriale porta il figlio ad immaginare di esser costretto a contare su di loro, se tutto va bene, ma su di uno per volta.
E invece la separazione, pur rompendo l’unione d’amore non deve impedire che il figlio pensi ancora all’esistenza di una coppia, di una coppia di genitori, proprio ancora uniti nella funzione genitoriale.

 

La separazione e la rottura degli equilibri

Condividere la genitorialità è decisamente difficile nelle coppie unite e diventa quasi impossibile dopo la separazione.
I genitori sono persone molto diverse tra loro, e ciascuno ha il diritto di essere come vuole e di avere le proprie opinioni: questa diversità, però, non è un ostacolo alla condivisione e anzi è una ricchezza: due punti di vista sono meglio di uno solo. La loro utilità è proprio nella possibilità di discuterne e di trovare di volta in volta la soluzione migliore, che magari è una terza ipotesi.
Occorrono dunque il confronto continuo e la discussione: queste attività non dovranno determinare un conflitto e tanto meno un litigio, soprattutto davanti ai figli: questi penserebbero il contrario di ciò che vogliamo e che sono proprio loro la causa dei conflitti.

Collaborazione, condivisione, solidarietà

Trovata la soluzione occorre poi la coerenza rispetto a questa dei comportamenti di entrambi; occorre cioè la collaborazione reciproca dei genitori. E se i comportamenti concordati dovessero non produrre gli effetti voluti, l’errore dovrà essere attribuito a entrambi: occorrerà solo discutere di nuovo.
E poi occorre che ciascuno dei genitori sia fedele rispetto alla scelta condivisa: i comportamenti, le opinioni e gli atteggiamenti dimostrati al figlio debbono essere uguali sia in presenza che in assenza dell’altro genitore.
Tutto ciò non basta perché occorre ancora un altro ingrediente: è quello della solidarietà reciproca. Ciascun partner deve chiedersi cosa può fare affinchè l’altro sia il miglior genitore possibile per il figlio comune; il benessere psico-fisico di entrambi è la condivisione necessaria perché tutto funzioni.

 

Superare il trauma della separazione è possibile

La genitorialità che ho descritto è indispensabile nelle famiglie unite, ma è ancora più necessaria dopo la separazione perché questa è già di per sé un trauma per il figlio e sarà ridotto nella misura in cui la ex coppia riuscirà a realizzare la condivisione in modo migliore di quanto ha cercato di fare in precedenza.
Il compito è personale e non può essere affidato né alla legge né al giudice che deve applicarla: troppo spesso il provvedimento del giudice che regola la separazione arriva come un colpo d’ascia improvviso che non può tener conto degli effetti che produrrà.

La legge non basta: la mediazione familiare è la risposta

La legge può solo dare indicazioni, come quella che prescrive l’affido condiviso quando non c’è una grave indicazione contraria.
Ma la legge può anche dare indicazioni negative: è il caso del disegno di legge Pillon che istituzionalizza la teoria delle due abitazioni per il figlio, da utilizzare con un ritmo alternativo precostituito. Con questa prescrizione si realizza proprio un maggior distacco, una maggiore distanza non solo tra i due genitori ma tra i due mondi diversi che rappresentano agli occhi del figlio: due mondi che saranno in contrasto crescente tra loro. E ciò, nel migliore dei casi, produrrà solo confusione nel figlio; nel caso peggiore il figlio rimarrà estraneo ad entrambi i mondi e cercherà altrove chi potrà insegnargli a vivere.
Il compito di aiutare la ex-coppia a costruire una relazione nuova e caratterizzata dalla genitorialità condivisa può essere svolto soltanto da un counsellor di coppia o da un mediatore formato nella nostra scuola. La strada da percorrere è quella che passa attraverso la ricerca della causa che ha portato la coppia, prima felice, a non funzionare più: ne deriveranno indicazioni su come evitare che in futuro vengano ripetuti gli stessi errori.

Abbiamo già parlato degli stili di attaccamento sul nostro blog.
L’argomento suscita interesse e questo si è rivolto soprattutto verso lo stile cosiddetto insicuro-evitante; in particolare ci è stata rivolta spesso la domanda di oggi e l’abbiamo girata al nostro direttore scientifico.

Per prima cosa, che vuol dire partner evitante? Come riconoscerlo?
L’espressione è certo equivoca: può alludere allo stile di attaccamento ma anche ad altri fenomeni.
Ad esempio può accadere che venga attribuita al partner una postura evitante quando la relazione d’amore si sta esaurendo e i due sono sempre più distanti; esistono rimedi, ma non riguardano l’attaccamento.
Poi si parla di evitamento anche per descrivere una caratteristica di personalità, che può arrivare fino ad essere un vero e proprio disturbo mentale.


Come si distingue la personalità evitante dallo stile di attaccamento evitante?
La personalità si esprime in ogni circostanza, in ogni contesto e con qualsiasi persona. Si tratta anzitutto di quei soggetti che dichiaratamente hanno timore nell’allacciare relazioni sociali, tendono a rimanere in silenzio e sullo sfondo, si sentono insicuri, sono certi di fare brutte figure e si aspettano dagli altri critiche e rifiuti. Esistono anche soggetti che vivono isolati dal mondo, quasi senza vita sociale, non esprimono timori né desideri, perché sono soddisfatti della vita che fanno anche se è emotivamente molto povera.
In tutti questi soggetti l’evitamento è rivolto non solo verso l’esterno ma anche verso loro stessi: evitano accuratamente le loro emozioni, non le sanno o non le vogliono esprimere e difficile è anche la loro attività riflessiva.

E invece cosa viene mostrato nello stile dell’attaccamento?
Debbo ripartire dal concetto di attaccamento: il bambino, al settimo mese, riesce a distinguere le persone e perciò individua quelle che si prendono cura di lui; l’utilità delle cure li spinge ad allacciare con loro una relazione particolare, nel senso che non possono non attaccarsi. Per poter ottenere il risultato il bambino, via via nel crescere sperimenta i suoi comportamenti e seleziona quelli che danno il miglior risultato. Si formano in questo modo giudizi che si riflettono in emozioni, pensieri e comportamenti: questo insieme tende a rimanere stabile ed è lo stile di attaccamento.
Da adulti si tende a conservare lo stesso stile appreso nell’infanzia: si usa lo stile come metodo ritenuto utile per costruire le relazioni caratterizzate dalla presenza dell’intimità e della cura e soprattutto le relazioni d’amore.

E lo stile evitante che caratteristiche attribuisce?
Una caratteristica è nel fatto che l’intimità e l’aiuto sono a senso unico: la persona è accogliente e recettiva rispetto ai bisogni del partner, ma esprime poco i suoi, difficilmente chiede aiuto e tende a nascondere le proprie emozioni. In altre parole lo stile di attaccamento evitante si manifesta solo nelle relazioni significative che risultano in qualche modo non paritetiche, quasi squilibrate, per il fatto che queste persone sanno dare ma non sanno chiedere.
E poi c’è una caratteristica molto significativa: quando parlano della loro infanzia ne ricordano solo gli aspetti positivi, come se avessero cancellato il ricordo delle sofferenze.


Sembra di capire che questo stile è una caratteristica molto maschile.
Questa affermazione era vera tempo fa, perché lo stile evitante era una conseguenza dell’educazione che un tempo veniva dato ai maschietti: l’uomo non deve piangere, deve imparare a fare da sé e così via.
Oggi lo stile è un po’ meno frequente nei maschi e comincia ad apparire anche nelle donne, forse a causa della rivendicazione dell’autonomia da parte loro.

Lo stile si forma dunque nell’infanzia; ma c’è speranza di cambiarlo?
Questa non è una speranza ma una certezza: è possibile modificare gli schemi infantili e imparare ad usare lo stile sicuro.
La difficoltà è nel fatto che gli schemi infantili agiscono senza che il soggetto se ne renda conto, come accade per le abitudini. Le strade sono diverse: può essere utile una buona psicoterapia, è utile senza dubbio la formazione nel counseling perché questo si basa proprio sulla natura sicura dell’attaccamento. Ma anche la relazione d’amore può essere un fattore di cambiamenti.

E allora, in una relazione d’amore cosa può fare il partner per migliorare la relazione con un partner?
La prima cosa che può fare è capire che l’innamoramento reciproco può essere spiegato come un effetto della compatibilità reciproca: ciascuno viene scelto dall’altro in maniera inconsapevole proprio in relazione a certe caratteristiche della personalità, quelle espresse attraverso i comportamenti. Capito questo, occorre riflettere sulle proprie caratteristiche e individuare i comportamenti che involontariamente sostengono e giustificano l’attaccamento evitante del partner.
Posso fare solo degli esempi: può trattarsi della scarsa manifestazione di interesse a conoscere i bisogni dell’altro, oppure del richiedere troppo spesso per sé, di appoggiarsi troppo, e così via.
E poi non resta che modificare i comportamenti, che spesso sono espressione di uno stile altrettanto insicuro, uguale oppure opposto a quello del partner.

Ma in concreto cosa fare?
Per modificare lo stile di attaccamento evitante del partner occorre curare tre punti.
Il primo è l’aspettativa che il partner ha della relazione: quando ci aspettiamo una relazione positiva e sicura siamo più disposti a collaborare.
Il secondo punto è la creazione frequente di momenti emotivamente significativi, intensi e condivisi dai quali il partner può ricavare un piacere forte, magari inaspettato.
Il terzo punto è assumersi per intero la responsabilità della relazione, curandone costantemente la qualità. Più ciò sarà fatto e più l’aspettativa del partner sarà positiva: la maggiore sicurezza della relazione orienterà il partner in direzione di un attaccamento sicuro.

Come può essere utile il counselling?
L’utilità è doppia.
Per il partner evitante è utile non solo una psicoterapia, ma anche una relazione con un counsellor esperto: imparerà a trovare i suoi problemi e scoprirà il modo di risolverli.
Ancora più utile è la formazione in counselling: questa contiene anche l’addestramento ad avere uno stile sicuro di attaccamento indispensabile per essere utile ai clienti.
Sarà certo difficile ottenere che il partner si attivi: non sarà cattiva volontà ma solo il fatto che il suo modo di costruire relazioni è l’unico che conosce e non immagina neanche di poterlo cambiare.
Molto più utile è che l’iniziativa sia presa dall’altro: la formazione in counselling è diretta ad imparare come poter essere d’aiuto agli altri. E poi la formazione permette a ciascuno di scoprire cosa è la felicità per lui e come realizzarla: l’addestramento trasforma lo stile di attaccamento in quello sicuro; per effetto di questo cambiamento anche il partner sarà costretto a cambiare qualcosa.

Proseguiamo a raccontarvi Mediare da "dietro le quinte" grazie alla preziosa testimonianza di Emanuela. Ha sentito l'esigenza di comprendere meglio se stessa e acquisire strumenti utili a migliorare le sue relazioni, in primis familiari. Questi stessi strumenti le sono stati utilissimi anche nel suo delicato lavoro di infermiera pediatrica, per gestire le relazioni coi pazienti e i loro familiari. Oggi è anche una nostra tutor e ci racconta la sua intensa esperienza.


Ciao Emanuela, prima di cominciare ti ringraziamo per averci dedicato il tuo tempo. Cominciamo con le domande, per conoscere la tua esperienza con noi. Perché hai deciso di frequentare il Master in counselling e mediazione familiare di Mediare?

Io, come altri ex allievi, ho cominciato il mio percorso di counselling in un'altra scuola. Lì ho conosciuto Franco Pastore, che ci ha tenuto alcune lezioni. Da subito sono rimasta affascinata dai suoi argomenti e soprattutto dal suo modo di centrare subito la questione. Il suo metodo trova il nocciolo del problema in tempi molto rapidi e questo è un grande vantaggio che mi ha colpito molto.
Mi piaceva non solo per lavorare sulla mia coppia, ma soprattutto per il lavoro che faccio. Io ho a che fare coi bambini e coi loro genitori: mi serviva un metodo per affrontare al meglio queste situazioni. Per questo ho scelto di finire il mio percorso qui a Mediare, che è specializzato in gestione della coppia. Alla fine dell'ultimo anno mi hanno chiesto se avessi voluto fare la tutor. In questo modo posso seguire i nuovi allievi grazie alla mia esperienza e, in parallelo, approfondire qui un percorso cominciato altrove.
Mi è servito moltissimo sul piano personale, oltretutto, perché nel mentre io ero diventata mamma e il piano personale e professionale si stavano sovrapponendo. Avevo cominciato ad avere un coinvolgimento emotivo "ingombrante" sul lavoro e questo stava erodendo tutte le mie energie emotive. Dovevo lavorarci in qualche modo, per il mio bene e per quello dei pazienti.
A Mediare si lavora in modo profondo sul piano personale, perciò ho scelto di fare questo percorso. Mi è servito su di me e riesco anche a restituirlo alle persone che ho di fronte ogni giorno.

Quali sono le cose che più ti porti dietro di questa esperienza?

La prima cosa a cui penso è il modo in cui siamo seguiti.
Per scelta, Mediare accoglie un numero minore di allievi rispetto ad altre scuole di formazione. Il motivo è che vogliono seguire il percorso di ognuno, fin nel dettaglio. Questo fa sentire anche noi allievi più coinvolti e molto motivati a dare il meglio. Sappiamo che in ogni lezione e laboratorio abbiamo spazio e dobbiamo monitorare i nostri progressi. Questo, per me, è un grande plus di questa esperienza.
Il lavoro che fai è su di te e sulla coppia, cosa molto importante. Un'evoluzione personale deve essere inserita anche nel contesto di coppia e sapere come farlo, tramite gli strumenti acquisiti con Mediare, è molto importante perché non ci siano scossoni, ma anzi, un miglioramento.
La vita è dinamica, dobbiamo essere preparati a gestire i cambiamenti, a rispettare ciò che siamo veramente nelle diverse fasi della vita, a mettere in prospettiva i bisogni che abbiamo. Se penso alla mia storia personale, per esempio, io e mio marito stiamo insieme da tanti anni, prima eravamo una giovane coppia, poi nel tempo sono arrivati 3 figli, tutti e due lavoriamo tutto il giorno. Le responsabilità sono cresciute esponenzialmente e sono cambiate nel tempo. Per ovvie ragioni, anche noi siamo cambiati e il punto è proprio questo: ritrovare l'equilibrio a ogni cambiamento. Se hai gli strumenti per farlo diventa tutto meno pesante, anche quando sembra più difficile.

Cosa è cambiato nella tua vita e nella percezione degli altri, grazie a questo Master?

Per me è come se all'inizio del percorso avessi una benda spessissima sugli occhi. Man mano che andavo avanti è come se questa benda si assottigliasse sempre più, mostrando gradualmente la realtà per come è. Alla fine è come se fossi riuscita ad aprire gli occhi, dopo aver elaborato tanti aspetti ed esperienze, piano piano. Come se ci fosse di volta in volta una nuova consapevolezza su cui poi costruire la prossima. Anche per questo gli incontri sono una volta al mese, così che tutti abbiamo modo di interiorizzare le consapevolezze apprese. Dopo ogni incontro provi a metterti in gioco rispetto all'argomento affrontato. Delle volte è più semplice, altre meno, ma sei spinto a provare sempre.
Con un'altra metafora, è come se il cambiamento cominciasse sotto forma di un sentiero. All'inizio il cambiamento è poco visibile, come fossero passi in mezzo all'erba. Un percorso che sembra poco delineato, ma andando avanti diventa un sentiero sempre più chiaro, fino a diventare proprio una strada senza erbacce a confonderti sulla direzione che prendi, ma definito ed evidente.
Cambiando il modo di percepire te stesso, cambi il modo di relazionarti agli altri. Se io sento il bisogno di sentire un'amica, ora non aspetto più che sia lei a chiamarmi, per esempio. Il bisogno è il mio e lo esprimo, la cerco, le vado incontro, mi apro.
Mi sono allenata a sentire i segnali del mio corpo. Se determinati rapporti mi causano anche dei sintomi fisici (mal di testa, mal di stomaco, ecc.) sono segnali che qualcosa mi mette a disagio. Li ascolto, li comprendo, poi li elaboro e trovo il modo di dare una direzione diversa a quei rapporti, perché siano migliori per me.

Chi è Mediare per te, se fosse una persona?

Se fosse una persona la descriverei come una persona che non ti giudica, accogliente e aperta. Una persona che ti dice delle cose che ti trasmettono calma, serenità e che ti dà anche delle dritte. Quasi materna, che esprime amore e cura.
Forse perché queste sono le caratteristiche di Franco e di Paola (Pastore, counsellor, mediatrice familiare, esperta nella conduzione dei laboratori esperienziali, ndr), che sono i cardini di Mediare.

Quanto ti è stata utile la parte esperienziale?

Fondamentale. Questo Master si differenzia dagli altri proprio per l'intensità delle esperienze fatte nei laboratori. Avendo fatto anche dei corsi altrove, ho apprezzato molto questo aspetto. Il motivo è quello che dicevo prima, il numero di allievi per ogni classe ha un tetto. Questo poi si traduce nell'essere davvero coinvolti nei laboratori, nelle esperienze, sei proprio molto motivato a lavorare su di te, con gli altri, senti la responsabilità. Inoltre, anche se non fai un lavoro direttamente su di te ma magari è un tuo compagno di corso che porta un suo problema, ci si lavora insieme e comunque tocca delle parti di te. Perciò il lavoro è costante e questo è possibile grazie al numero contenuto di persone: tutti lavoriamo sempre su noi stessi, sugli altri e con gli altri. L'essere pochi fa sì che sia più facile entrare in intimità, costruirla e mantenerla nel tempo. Questo permette a tutti un grande miglioramento.
L'attenzione all'ambiente, poi, qui è molto evidente. C'è una stanza dedicata ai laboratori esperienziali che è rilassante, accogliente e non è per niente un aspetto da sottovalutare.

Cosa ti aspetti da Mediare, dopo aver finito il Master? Per esempio, ulteriori iniziative, confronti, ecc.

In realtà non sono uscita dal Master aspettandomi qualcosa. Al massimo mi aspettavo di essere io in grado di usare gli strumenti acquisiti, cosa che sta accadendo.
Forse posso dire ciò che lì per lì non mi aspettavo, cioè che mi chiedessero di fare la tutor. Per me è stato un onore. Nonostante il mio lavoro molto impegnativo, un marito medico e spesso in giro per il mondo per congressi e conferenze, tre figli da seguire, ho accettato. Sicuramente è un modo per continuare a tenere un legame professionale stretto, data la frequenza degli incontri. Oltre che una continua crescita personale.

I nostri ex allievi sono tanti e tutti hanno una bellissima storia da raccontare sull'esperienza dei corsi Mediare. Abbiamo incontrato Alessandra, insegnante, counsellor e mediatrice familiare. Dopo aver fatto il corso con noi, è attiva nello sportello di counselling aperto da una collega nella scuola dove insegna, per dare supporto ai ragazzi anche fuori dall'aula.
Ci racconta quanto e come è cambiata la sua vita dopo il Master, leggiamola insieme.

Ciao Alessandra e grazie di essere qui con noi a raccontarci la tua esperienza. Cominciamo con le domande.
Perché hai deciso di frequentare il Master in counselling e mediazione familiare di Mediare?

Ciao a tutti, sono contenta di poter raccontare la mia esperienza.
Dunque, per cominciare: non ho deciso facilmente, anzi, all'inizio ero molto indecisa. Mi è stato consigliato il corso da chi lo aveva già fatto e mi diceva che per me sarebbe stato un ottimo percorso, soprattutto a livello personale. Certo, avrei anche acquisito strumenti per la mia professione di insegnante, ma diciamo che il consiglio mi è stato dato più come percorso personale. Dicevo, ero talmente indecisa che, infatti, ho cominciato dal terzo incontro del primo anno, non subito.
Non avevo un'esigenza specifica - almeno all'apparenza, ma sapevo che sarebbe stato un percorso sia personale che professionale, come infatti è stato.

Quali sono le cose che più ti porti dietro di questa esperienza?

Di certo le tantissime lacrime che ho pianto. Che detto così sembra terribile, in realtà mi hanno davvero aiutato a sbloccare qualcosa, ho imparato a lasciare andare come non avevo mai fatto. Mi sono proprio tolta dei sassolini molto dolorosi.
Come se avessi fatto pulizia, mi porto dietro un nuovo mondo e un nuovo modo di vedere le cose. Mi approccio agli altri in maniera molto diversa rispetto a prima. Questo è positivo, ma ha anche il suo risvolto - se vogliamo - negativo: in tanti sono entusiasti dei miei cambiamenti in meglio, altre persone invece è come se non mi riconoscessero, mi guardano come per dire: "ma tu chi sei?". Significa che il cambiamento è evidente.
Poi, senza dubbio, gli affetti e tante nuove relazioni di amicizia. In un percorso così intenso si formano legami davvero forti, che durano anche dopo.

Cosa è cambiato nella tua vita e nella percezione degli altri, grazie a questo Master?

Tutto, davvero tutto. Per farti un esempio, stamattina ho visto Franco (Pastore, direttore scientifico di Mediare, ndr) e mi ha detto: "ah eccola, la mia ex piagnona" e ci siamo fatti una risata. L’avermi definito "ex" significa che quel momento in cui io mi sono liberata di tante lacrime ha determinato come sono adesso, sono una persona diversa, nuova. Ci sono persone che mi conoscono da anni che mi dicono chiaramente che sono cambiata in tutto, in senso positivo. Io prima ero molto chiusa, facevo fatica a parlare di me. Adesso, al contrario, sono quasi senza filtri! Forse devo lavorare su un maggiore equilibrio in questo senso, ma di certo so che ora vivo meglio.
Ora vedo che gli altri mi guardano con occhi diversi: è come se prima non mi vedessero, perché io mi nascondevo e facevo di tutto per passare inosservata. Adesso, al contrario, sono molto più aperta e anche gli altri lo percepiscono e si comportano di conseguenza. Ho cambiato io la percezione degli altri e, per questo, gli altri hanno cambiato percezione di me.
Il percorso è stato lungo, ma i risultati li sto vedendo e continuo a lavorare su di me.

Chi è Mediare per te, se fosse una persona?

Ah, difficile dirlo. Diciamo che io associo Mediare alla persona reale che è Franco Pastore. Quindi ti direi una persona educata ma senza filtri, che se ha da dirti qualcosa te la dice per il tuo bene. Una persona con un modo di fare che sa insegnarti a essere te stesso.

Quanto ti è stata utile la parte esperienziale?

Al 100%. Più che la conoscenza teorica, che è la base e ci vuole, senza dubbio, il vero cuore del corso è la parte esperienziale. Mi ha proprio insegnato a lasciarmi andare, a lasciar scorrere e correre quando era necessario.
Alcune esperienze mi sono rimaste molto impresse, proprio a significare che sono momenti che rimangono dentro. Ricordo una del primo anno, in cui l'esercizio iniziale consisteva in una visualizzazione. Io ricordo che avevo visualizzato un lupo e ancora adesso, quando vedo un lupo, la mia mente torna lì. In un certo senso, rivivo quel momento, perché mi ha segnato molto. Ce ne sono anche altre che mi ricordo bene e mi piace questo. Quando ci torno con la mente, ci lavoro di nuovo e le vivo con le consapevolezze di adesso. Come se vedessi il percorso del mio cambiamento e potessi continuare a "esercitarmi" per migliorare ancora.

Cosa ti aspetti da Mediare, dopo aver finito il Master? Per esempio, ulteriori iniziative, confronti, ecc.

Mah, non ho delle vere aspettative. Sta procedendo in un modo che mi piace molto, c’è sempre un confronto e un contatto diretto, quindi non mi aspetto nulla di diverso. Per esempio, insieme alla mia collega che ha creato lo sportello di ascolto e counselling a scuola, ci dedichiamo ai ragazzi anche fuori dall’aula. Mi piace molto e anche se ho dei dubbi o mi serve un parere su un intervento da fare, so che qui trovo sempre un confronto aperto e affidabile.

Da facoltativa a obbligatoria, la mediazione familiare è oggetto di grande interesse negli ultimi tempi, grazie al nuovo disegno di legge n. 735. Ad oggi, infatti, le coppie possono scegliere se affidarsi o meno a un percorso di mediazione familiare  prima di arrivare in tribunale.
Per noi mediatori familiari e formatori di nuovi professionisti, suona come una buona notizia, anzi ottima. Sappiamo quanto la mediazione familiare sia una strada che riduce sofferenze inutili alle coppie che si separano, tocchiamo con mano ogni giorno questa realtà.
Dopo aver letto con attenzione il cosiddetto DDL Pillon, abbiamo però rilevato alcuni aspetti critici che secondo noi non migliorano la situazione nella pratica. Il nostro direttore scientifico Franco Pastore - avvocato, psicoterapeuta e specializzato in counselling e mediazione familiare - ha analizzato sia dal punto di vista giuridico che di applicazione alla professione, il decreto. Considerando anche commenti di altri esperti, la discussione si è fatta ricca di spunti. Per questo, da professionisti di lungo corso, ci permettiamo qualche riflessione.

 

Come funziona la mediazione familiare e come si forma un professionista

Partiamo dal lato più tecnico del disegno di legge, cioè ciò che concerne l’aspetto giuridico di regolamentazione e abilitazione alla professione.
Il testo è lungo e non ci soffermeremo su ogni minimo dettaglio, anche perché non è questa la sede adatta. Alcune cose, comunque, hanno senso di essere menzionate, perché in contrasto con alcune norme.

Nell’articolo 1 viene introdotto il concetto di albo dei mediatori familiari, ma non è chiaro a quale ordine dovrebbe far capo. L’ordine dei mediatori familiari, infatti, non esiste e non se ne fa menzione nemmeno nel DDL.
Ma, cosa ancor più importante, un albo sarebbe in contrasto con la legge 4/2013, che sancisce che lo Stato italiano non istituisce più albi professionali come li conosciamo. Lascia, infatti, alle nuove figure professionali il compito di autodisciplinarsi e regolarsi, con associazioni di categoria. Al momento ne esistono già diverse sul territorio nazionale e lavorano con l’obiettivo comune di regolamentare in maniera chiara e univoca la professione di mediatore familiare.

Altro aspetto non chiaro lo riscontriamo quando parla di 350 ore contro le 320 previste adesso per un corso di formazione in mediazione familiare. La norma UNI 11644 del 2016, infatti, stabilisce che le ore di formazione per un corso di mediazione familiare debbano essere 320. Significa che verranno richieste più ore, ma non viene specificato se teoriche o di pratica e tirocinio. O se ci siano degli argomenti di maggiore interesse da introdurre, per esempio.

Più avanti, leggiamo che il DDL fa riferimento alle Regioni come responsabili di certificare che un ente formativo sia in regola o meno, per istruire nuovi professionisti del settore.
Ci chiediamo quindi: che competenze hanno le Regioni per poter dire che una scuola di formazione va bene e un’altra no? Oltretutto, già anni addietro la Corte Costituzionale aveva bocciato alcune Regioni che avevano compilato degli elenchi di professionisti con particolari caratteristiche, come a certificarli. La sentenza 131/2010 ha stabilito che un’eventuale regolamentazione di enti formativi e professionisti in grado di formare e svolgere la professione, appunto, sia appannaggio dello Stato e non delle Regioni.
Anche questo elemento, dunque, va chiarito.

Queste sono solo alcune delle controversie che rendono questo DDL poco chiaro sul piano tecnico, ma anche sulla figura del mediatore familiare stesso. Vediamo in che senso.

 

Direttività e giudizio: non sono caratteristiche della mediazione familiare

Opinione diffusa sul nuovo DDL è quella che sia coercitivo e direttivo. Che vuol dire?
Significa che la mediazione viene vista come una costrizione per tutte le coppie che si separano e che il mediatore familiare si comporti in maniera direttiva verso i clienti. Dovrebbe, quindi, consigliare come agire ai coniugi che si separano.
Come forse già sapete, Mediare utilizza un metodo ben diverso nella mediazione: attinge agli strumenti del counselling per accompagnare la coppia nel confronto. Ciò significa che, proprio come il counselling, la mediazione familiare è non-direttiva.
Il mediatore familiare usa l’ascolto attivo per capire gli equilibri e le esigenze della coppia. Dopodiché, adotta gli strumenti adeguati alle diverse situazioni coniugali, per portare i coniugi a chiarire e decidere in maniera autonoma cosa sia meglio per il nuovo assetto familiare da separati.
Il mediatore familiare non consiglia, non dà pareri, non suggerisce. Soltanto le famiglie conoscono le proprie situazioni, tutte diverse e singolari. Il mediatore ha il compito di ridurre il conflitto, far cessare le ostilità e riportare i partner a un dialogo costruttivo, empatico e collaborativo. Quando è capace di condurre i coniugi in questo terreno, non ha necessità di dare nessun suggerimento. Questo è l’unico modo che garantisce che i rapporti possano essere gestiti nel lungo periodo, cosa che interessa ai mediatori per primi.
La mediazione familiare non interviene sul fatto singolo (la separazione), ma su come comportarsi l’un l’altro nella nuova relazione da separati. Come porsi coi figli, come collaborare nel loro interesse anche non vivendo più assieme. Non sostituisce avvocati e giudici, aiuta le coppie a ritrovare un dialogo e un’empatia perduti, in modo che arrivino dai legali e dai giudici più sereni e consapevoli.

Fatte queste considerazioni, ci soffermiamo su una figura introdotta nel DDL, che ha destato la nostra curiosità: il coordinatore genitoriale.
In breve, è una figura che avrebbe una specifica formazione, responsabile di stilare un piano genitoriale e di intervenire qualora non venisse rispettato. Intervenire come? Prendendo decisioni in luogo dei genitori, pare di capire dal testo del DDL. Torniamo alla direttività del mediatore familiare, che qui assume quasi i contorni di un giudice. Il DDL specifica che questa figura deve essere psichiatra, neuropsichiatra, psicoterapeuta, psicologo, assistente sociale, avvocato. Oppure essere un mediatore familiare già formato.
Nella nostra esperienza, un mediatore familiare è già perfettamente in grado di gestire i coniugi e portarli, di conseguenza, a saper decidere per il bene dei propri figli. Perché aggiungere questa ulteriore figura? Appare come un ennesimo controllore, più che un facilitatore dei rapporti familiari post separazione.

 

E i figli?

Infine qualche considerazione sul tanto nominato affido condiviso dei figli. Il DDL Pillon, sulla carta, intende favorirlo anzi incentivarlo. Le intenzioni sono ottime, certo, ma cosa ci dice in merito?
Partiamo dal presupposto che, come mediatori familiari, siamo senza dubbio convinti che i figli debbano avere a disposizione entrambi i genitori il più possibile anche dopo la separazione. Fatto salvo per casi gravi, i bambini e i ragazzi hanno necessità di entrambe le figure e la mediazione ha come obiettivo proprio quello di costruire una relazione migliore tra i genitori in funzione, anche, della gestione dei rapporti coi figli. Dopo questa doverosa premessa, torniamo al DDL.
Leggiamo di almeno 12 giorni al mese come durata minima da passare con entrambi i genitori. Siamo scettici rispetto a questa quantificazione così rigida. In primis perché torna il concetto di direttività discusso poco sopra: la mediazione familiare non decide come farebbe un giudice. Non può dare per certo, a priori, che ci debba essere un tot di tempo obbligatorio da passare con tutti e due i genitori, perché questo compito spetta esclusivamente ai genitori e ai figli, che insieme decidono cosa è meglio per il proprio equilibrio.
In secondo luogo, conta la qualità del tempo passato coi figli. Suona come una frase banale, ma è davvero così. E questo, siamo certi anche per l’esperienza che abbiamo, è qualcosa che preferiscono anche i genitori e i figli di genitori separati.


Mediatore familiare, avvocato e giudice hanno ruoli ben diversi

In ultimo, ci soffermiamo sulla possibilità per il giudice di omologare o meno l’accordo di mediazione in sede di tribunale, senza convocare i coniugi che si separano. In sostanza, il giudice può emettere una sentenza su una separazione, basandosi su un accordo di mediazione familiare e senza sentire in udienza i diretti interessati.
Il principio è quello di snellire tempi e pratiche di separazione. Lodevole, senza dubbio, ma… ci pare, ancora, che ci sia confusione sui ruoli di mediatore familiare, avvocato e giudice.
Il mediatore familiare lavora sulla ristrutturazione della comunicazione tra coniugi, li riporta su un piano empatico. Si occupa della parte emozionale del rapporto, in funzione del raggiungimento di un equilibrio e, anche, di un accordo post separazione. L’avvocato lavora sul piano giuridico, facendo sì che l’equilibrio raggiunto con la mediazione diventi un atto legale da sottoporre a un giudice. Infine, il giudice valuta la bontà di tali accordi e atti sulla base delle leggi vigenti e delle situazioni delle singole famiglie, prendendo in considerazione le testimonianze dei diretti interessati.
Tutti lavorano per lo stesso obiettivo: aiutare le coppie a separarsi in maniera consensuale, serena e con un occhio di riguardo alla gestione dei figli minorenni. Ognuno ha, però, il suo compito e la sua specificità, come è giusto che sia.
Temiamo che questo DDL cucia addosso al mediatore delle funzioni da avvocato o perfino da giudice. Il mediatore familiare per aver ragion d’essere e lavorare con efficacia, fa ben altro: è un esperto in relazione d’aiuto, che accompagna le coppie a costruire una nuova e sana relazione, anche dopo un trauma come la separazione.

Le emozioni che proviamo sono in parte innate, in parte scaturiscono dal contesto sociale in cui siamo inseriti. Insieme a poche altre, la rabbia è individuata tra le emozioni primarie, cioè quelle innate, individuabili fin dalla nascita in tutte le società del mondo.
Abbiamo già parlato delle emozioni e di quanto sia importante riconoscerle, esplorarle, sfogarle. I nostri stati emotivi parlano di noi, delineano chi siamo e come reagiamo alle situazioni che viviamo ogni giorno. Ciò vuol dire che anche i nostri problemi sono legati a doppio filo con le emozioni che proviamo.
Cosa ci provoca rabbia? Riusciamo a gestirla o ci facciamo travolgere? Possiamo considerare la rabbia come un’emozione positiva?

 

Rabbia positiva e rabbia negativa: a cosa ci serve quest’emozione?

Proviamo a dare una definizione di cosa sia la rabbia.
L'ira o rabbia, come più comunemente la chiamiamo, è una reazione emotiva a condizioni o situazioni avverse. Ci sono diversi livelli che corrispondono a una reazione più o meno plateale. La rabbia, infatti, non si manifesta solo in modo violento, ma anche con comportamenti e atteggiamenti più o meno aggressivi.
Quando sentiamo una minaccia, un pericolo, o pensiamo di essere vittime di ingiustizia, la nostra reazione può essere rabbiosa. Possiamo quindi iniziare a comprendere a cosa ci serve questa emozione: difesa, tentativo di preservare la soddisfazione dei nostri bisogni quando crediamo sia minacciata. Ha a che fare con l'istinto di autoconservazione, ha una funzione adattiva in principio.
Le persone con cui tendiamo ad arrabbiarci di più sono quelle a cui teniamo e che ci stanno vicine (familiari, amici, colleghi, compagni di squadra) perché magari deludono le nostre aspettative. Il fatto che siano persone che conosciamo e ci conoscono bene, ci fa pensare che non dovrebbero mai deluderci o fare qualcosa che possa ferirci.
Le nostre reazioni possono essere più o meno intense, come dicevamo, e possiamo provare a dare loro un connotato positivo e uno negativo.
La rabbia può essere considerata positiva quando ci consente di manifestare un disappunto per un comportamento o una situazione che mette in pericolo il rapporto con una persona o un gruppo di persone. Per esempio, un comportamento del partner che nuoce all'equilibrio della relazione. O il comportamento di un figlio che mina il rapporto di fiducia col genitore. O ancora, un collega che si comporta in maniera per noi poco corretta. Scatta una sorta di difesa, che ci permette di affermare che il comportamento o l'atteggiamento del partner, figlio o collega, mina la relazione di fiducia e l'equilibrio del rapporto. Il rovescio della medaglia è la componente negativa della rabbia: se espressa con troppa veemenza e senza freni inibitori, può mettere a dura prova le nostre relazioni.
Immaginiamo che il nostro partner abbia fatto qualcosa che non ci fa stare bene, magari più di una volta. Se è una cosa che ci fa soffrire, che ci fa sentire sminuiti, che può compromettere il rapporto, certamente è bene dirlo. Anche in maniera decisa, certo. Capita, però, che esprimiamo il nostro disappunto in maniera esplosiva, alzando il tono della voce, usando frasi o parole molto taglienti se non offensive, o peggio. Se da una parte è giusto e positivo comunicare cosa non va, al contempo potremmo far caso a come lo comunichiamo, per non compromettere ulteriormente la qualità della nostra relazione.
Sì, ma come si fa?

Se non controlli la tua rabbia, un counsellor può aiutarti

Tra i vari problemi che un counsellor aiuta a risolvere, c'è anche quello della migliore veicolazione delle proprie reazioni ed emozioni. Il counsellor è un esperto di aiuto, non di un problema particolare, ma del processo da mettere in atto per risolverlo.
Ecco perché, se un cliente esprime l'esigenza di riuscire a riconoscere e gestire la propria rabbia, può aiutarlo. Il compito del counselling non è quello di indagare nel profondo come farebbe la psicoterapia, ma è quello di aiutare a risolvere il problema contingente con gli strumenti che il cliente stesso ha a disposizione. Un buon counsellor cerca il modo di far diventare un'emozione come la rabbia, funzionale alla relazione del suo cliente.
Il primo passo da fare è quello di capire come trasformare questa rabbia in una comunicazione efficace. Il processo di counselling mette il cliente in grado di analizzare autonomamente il meccanismo che innesca la reazione veemente e l'emozione che prova. Le risorse che già possiede, ma non riesce a usare, verranno stimolate e attivate perché la reazione rabbiosa sia quanto più positiva possibile. Il counselling favorisce l'assertività, l'espressione dei bisogni in modo deciso, argomentato e motivato, ma non scortese o, peggio, rabbioso.
Importanti studi condotti sull'autocontrollo, dimostrano come questo si possa allenare. Esattamente come un muscolo, possiamo allenare la nostra capacità di reazione anche negli stati emotivi che ci causano frustrazione o dolore. Non si tratta di reprimere o eludere le proprie emozioni, in questo caso la rabbia, quanto di elaborarle ed essere più consapevoli rispetto alla nostra reazione. Il counselling può aiutarci a rendere una reazione rabbiosa in qualcosa di costruttivo e non distruttivo. Saper affrontare le nostre emozioni con consapevolezza ci mette in grado di poterlo fare anche con i problemi e le difficoltà quotidiane, piccole o grandi che siano. È solo una questione di allenamento, costante e possibile.

Quando una coppia si separa vive un momento molto doloroso. Qualsiasi sia il motivo della separazione, tutte le ostilità esplodono, il conflitto si inasprisce fino a generare voglia di rivalsa, in alcuni casi persino di vendetta. Non tutte le coppie si separano in maniera burrascosa, ma di certo tutte si trovano di fronte a scelte difficili su quello che sarà il nuovo assetto da separati.
Quello che viene visto come la soluzione a tutto questo, cioè l'iter che porta al tribunale e stabilisce gli accordi definitivi tra gli ex coniugi, nella realtà non è così risolutorio. Se una coppia arriva dagli avvocati e poi in tribunale, con uno stato d’animo carico di frustrazione, farà delle scelte che non porteranno risultati utili nel lungo periodo.
C'è un modo per arrivare di fronte al giudice più distesi e, soprattutto, consapevoli di aver scelto il meglio per la propria famiglia anche dopo una separazione. Si chiama mediazione familiare.

Avvocato, causa, tribunale: come arrivarci preparati

Per poter arrivare a degli accordi vantaggiosi per tutti i membri della famiglia, i partner in via di separazione hanno necessità di supporto tecnico e psicologico. Rivolgersi a un avvocato è fondamentale, ma bisogna arrivarci con le idee chiare.
Quando parliamo di separazione, la prima cosa a cui moltissimi pensano è l'aspetto materiale. La divisione dei beni, il mantenimento del coniuge e dei figli, l'assegnazione della casa coniugale all'uno o all'altro. Certo, sono aspetti importantissimi, ma è necessario fare un passo indietro: per prendere queste decisioni ci vuole uno stato emotivo adeguato. Un avvocato non è in grado di dare supporto in questo senso, semplicemente perché non è il suo compito. Chi è in grado di dare supporto ai partner che si separano è un mediatore familiare.
Se è vero che, comprensibilmente, una coppia che si separa è all'apice dell'ostilità, come può prendere decisioni che si rivelino ottimali nel lungo periodo?
Come può decidere nell'interesse dei figli e di ognuno dei partner, se non ha ancora risolto alcuni aspetti conflittuali?
È molto difficile che accada, per il semplice fatto che la rabbia e la frustrazione generate dalla separazione, guideranno le decisioni. Siamo esseri umani, proviamo emozioni e in base a queste facciamo delle scelte.

Counselling e mediazione familiare: ecco perché rendono tutto più semplice

Quando parliamo di emozioni, sappiamo che non è semplice distinguerle, dargli un nome ed esprimerle. Ecco a cosa serve la mediazione familiare: aiutare la coppia a comprendere le proprie emozioni, accettarle e incanalarle nella direzione più efficace per le decisioni da prendere. Gli elementi di counselling a supporto della mediazione familiare, servono a questo. Ecco perché un mediatore familiare è in grado di aiutare la coppia a eliminare l'ostilità, a favore di un riconoscimento reciproco. Il fine è quello di aiutare la coppia a decidere in modo più armonioso e più utile a tutti i membri della famiglia.
Specie quando una coppia ha figli, è fondamentale saper trovare il giusto equilibrio. La legge italiana già prevede un'attenzione particolare alla gestione dei figli, con soluzioni come l'affido condiviso. Questo punta a una suddivisione dei doveri tra i coniugi che si separano e assicura a entrambi di passare sufficiente tempo con i figli, che hanno comunque bisogno di entrambi i genitori. Questo può succedere, però, solo se la coppia è riuscita a superare le ostilità ed è disposta a costruire una relazione che si basi sulla solidarietà, anche dopo la separazione. Tutto questo si può ottenere grazie a un percorso di mediazione familiare.
Da poco anche i tribunali italiani si sono resi conto dell’utilità della mediazione familiare. A Milano e a Roma, infatti, stanno pian piano aprendo degli uffici informativi proprio su questa disciplina. All'interno dei tribunali ci sono degli spazi dedicati all'informazione, così che i coniugi che si separano possano conoscere la mediazione familiare e decidere di intraprendere un percorso in tal senso.
In questo modo i partner possono arrivare dai rispettivi avvocati con le idee più chiare grazie a una situazione emotiva più serena. Il beneficio è tangibile a tutti i livelli: si risparmia tempo, denaro e si elimina l'ostilità.

Come funziona la mediazione familiare e quali sono i vantaggi

La mediazione familiare è un percorso di un numero stabilito di sedute. In genere sono una decina, ma non è un numero obbligatorio. Ogni persona e ogni coppia ha tempi ed esigenze diverse, secondo i quali si accorda con il mediatore.
L’incontro introduttivo infatti serve a conoscersi, a inquadrare la situazione e capire l'obiettivo da raggiungere. Ciò che è certo sempre è che il mediatore familiare ha interesse a far risolvere il conflitto nel tempo più rapido possibile.
Grazie agli strumenti del counselling, il mediatore familiare è in grado di osservare gli aspetti emotivi, ma non solo: aiuta le persone che ha di fronte a riconoscersi e riconoscere l’altro. Possiede gli strumenti per accompagnare i partner che si separano a dirsi tutto, sfogarsi per riuscire di nuovo a empatizzare. Quando questo percorso termina, ecco che i partner sono messi in condizione di scegliere con consapevolezza, per il bene di tutti i membri della famiglia che si sta separando.
Solo in questo modo due persone possono mettere da parte le ostilità, ripartendo da una nuova relazione che ha obiettivi diversi.

Un percorso per fare le scelte migliori

Una volta che la coppia fa questo percorso, arriva dagli avvocati con una visione più distesa e degli obiettivi chiari. Questo è un grande vantaggio: a fronte di un percorso breve di mediazione familiare, si risparmia tempo e denaro in sede legale.
Quante cause di separazione e divorzio, infatti, hanno tempi lunghissimi perché sembra impossibile raggiungere un accordo?
Quanta sofferenza i partner continuano a infliggere a se stessi e ai figli per questo motivo?
La mediazione familiare mette una coppia in condizione di arrivare dagli avvocati in meno tempo e con molta più cognizione di cosa sia meglio per il futuro. Se ogni partner sa esattamente cosa vuole, nel proprio interesse e in quello dei figli e del bene della famiglia, saprà spiegarsi meglio anche con il legale che lo accompagnerà verso il tribunale. L'avvocato, quindi, saprà fare meglio gli interessi del suo assistito e raggiungere un accordo favorevole in tempi rapidi. Di conseguenza, anche il giudice si troverà facilitato nel prendere la decisione migliore per ogni coppia.
Le situazioni di separazione sono così diverse e personali che la legge, per quanto giusta, non può bastare a risolvere i problemi. Così come non possono bastare solo giudici e avvocati se la coppia non è in grado di venirsi incontro nonostante il conflitto. Se l’ostilità permane, ci sarà sempre qualcuno che resterà scontento e pieno di rancore e delusione. Ecco perché la mediazione familiare è un ottimo strumento di supporto e guida alla fine delle ostilità: completa le competenze di avvocati e giudici nel perseguire gli stessi obiettivi.

 

L’essere umano è in continua evoluzione e crescita. Le fasi della vita di ognuno di noi sono tappe in cui affrontiamo gradualmente eventi nuovi e una parte molto importante la sperimentiamo nella coppia. Stare in coppia, infatti, è un’esperienza edificante perché ci mette di fronte a situazioni inedite e ci sfida ogni giorno. Proprio per questo diventa urgente concentrarsi sulla coppia e sul ciclo vitale, per capire come influenzi i nostri comportamenti e ci spinga a un miglioramento costante. 
Partendo dal presupposto del modello sistemico, possiamo considerare la coppia come un sistema che ha un suo equilibrio interno e subisce continue sollecitazioni dall’esterno. Queste pressioni riducono l’equilibrio della coppia, che deve sforzarsi di reagire allo stress tra un istinto di conservazione e uno di evoluzione. Rimanere come prima per paura di cambiare, o cambiare assetto per provare a rendere migliore il rapporto?
Quando queste pressioni non vengono gestite, possono dar luogo a dei conflitti. Perché il conflitto non porti a una crisi, è fondamentale che la coppia introduca un cambiamento, per ritrovare l’equilibrio.

Quando la coppia può andare in crisi?

I conflitti nella coppia possono essere di varia natura e spesso coincidono con le diverse tappe della vita di ogni individuo, oltre che con la fase del ciclo vitale della coppia. Ripercorrendone le fasi, si possono individuare i conflitti più frequenti legati alle singole tappe. Vediamo quali sono.

Il giovane adulto

L’inizio dell’età adulta segna il momento in cui una persona giovane passa da una situazione di dipendenza dai genitori a una di maggiore autonomia e indipendenza. In questa fase spesso si sviluppa una tendenza a volersi distaccare velocemente dal nucleo familiare, per dare spazio a nuove relazioni compresa quella amorosa. La sfida qui è trovare un equilibrio tra il distacco dalla famiglia e le nuove relazioni che diventano parte sempre più consistente della vita.
Il giovane adulto forma una coppia con un’altra persona, ma spesso non si è ancora completato il processo di individuazione, cioè il giovane non è ancora riuscito a trovare la sua dimensione autonoma e indipendente. Per questo avrà ancora bisogni da figlio, possiamo dire infantili, che non potranno essere soddisfatti dall'altra metà della coppia. L’altro partner, infatti, non sarà in grado di poter soddisfare il bisogno di attaccamento e appartenenza che ancora caratterizza il giovane adulto. Il conflitto nasce a questo punto e spesso accade che le coppie in questa fase della vita entrino in una crisi che non sono in grado di superare. Quando questa crisi è superata, significa che la coppia insieme fa un percorso di crescita che permette a ognuno degli individui di affermarsi come autonomo rispetto alla sua famiglia di origine e far crescere, di conseguenza, la coppia.

La coppia stabile

Siamo nella fase in cui si stabilisce una coppia stabile, in cui il compito evolutivo è non più quello relativo all’individuazione, ma ai confini della coppia rispetto ai sistemi di provenienza. La tendenza generale è quella di un bisogno di allontanamento dell’uomo dalla sua famiglia di origine, mentre al contrario, la donna propende per stringere maggiormente il rapporto con la propria. Ogni membro della coppia può delegare all’altro la soddisfazione del bisogno opposto, che però non può accadere. Ognuno è infatti in grado di regolare l’allontanamento o meno dal proprio nucleo familiare originario, ma non può farlo con la famiglia dell’altro. 
In questo caso il conflitto può quindi riguardare la rinegoziazione del rapporto che ogni membro della coppia ha con il suo sistema di appartenenza originario. Riuscire a trovare una distanza equilibrata in questa fase, è il compito evolutivo della coppia e le garantirà maggiore stabilità.

Nasce un figlio

Questa fase è molto complessa perché comprende un cambiamento molto importante. Il sistema da coppia passa a triade, in più la madre e il bambino costituiscono un sottosistema già dalla gravidanza. La coppia qui ha un compito importante: assumersi nuove responsabilità e assicurarsi che questo sottosistema non diventi un sistema a se stante. Il rischio che l’uomo si senta escluso dal rapporto madre-figlio è, infatti, molto alto. Anche la madre può, di conseguenza, sentire un senso di solitudine nell'affrontare la nascita e la crescita senza un apporto significativo del padre. Ne derivano ulteriori implicazioni legate alla gestione sessista della genitorialità e delle responsabilità che riguardano l’intero nucleo familiare. Se questo stress viene espresso dalla coppia può portare a una rottura, se madre e padre non sono in grado di assumersi le responsabilità adeguate, innescando un cambiamento.

La coppia con figli adolescenti

I figli in età adolescenziale sottopongono la coppia a delle grandi prove. Le dinamiche che si instaurano nella famiglia ruotano attorno alla permanenza o meno dei figli nel nucleo familiare. Se i genitori spingono i figli a uscirne, i figli tenderanno a voler restare; al contrario, se i genitori vogliono trattenere i figli, questi avranno la tendenza a volersi allontanare. Naturalmente questo crea una frustrazione che dal rapporto genitori - figli passa alla coppia. Ulteriore elemento di instabilità può derivare dai genitori della coppia, che essendo in età avanzata, si aspettano cure e premure dai figli, mettendoli sotto pressione. La coppia può quindi sentirsi caricata di responsabilità da una parte – i figli – e dall’altra – i genitori – sentendo di non avere più spazio per la propria crescita e realizzazione personale e di coppia. Gestire questo equilibrio è operazione delicata e di grande consapevolezza, unica via che permette alla coppia di non essere schiacciata dalla pressione di una delle parti o da entrambe. Per farlo deve fermarsi, mettere a fuoco il problema e discuterne, capire come affrontare insieme le difficoltà e mettere in atto un cambiamento e una rinegoziazione degli equilibri dove necessario.

I figli escono dal nucleo familiare

Questa fase può coincidere con depressione e senso di smarrimento. Viene chiamata anche sindrome del nido vuoto. I genitori si ritrovano da soli, con tempo a disposizione e in questa fase cominciano ad affrontare i problemi reali, cioè quelli che hanno cause evidenti e non derivanti da motivi diversi rispetto alla manifestazione del problema. Questi problemi si manifestano dopo essere stati rimandati e accantonati negli anni. In realtà quindi, si rivelano essere problemi con origine nel passato e non causati dalla situazione contingente. 
Può succedere che la coppia stenti a riconoscersi, che ognuno vada avanti da solo e porti avanti la coppia per inerzia, senza però trarne felicità o appagamento. In questo caso il compito della coppia è affrontare questi problemi e ridurre il conflitto, per dirigersi insieme verso i tratti finali della vita, sicuri di avere l’appoggio l’uno dell’altro.


Il percorso di aiuto e crescita più lungo ed efficace

La vera difficoltà in tutte le fattispecie elencate è sempre la stessa: la coppia spesso non è incline a fermarsi, prendersi del tempo e parlare apertamente del problema che la affligge. Se questa continua rinegoziazione sugli equilibri, sulle esigenze e punti di vista non viene fatta durante tutto il percorso, i problemi si sommeranno l'uno sull'altro. Un po' come fa una valanga che si ingrossa sempre più mentre scivola giù per la montagna, così faranno i problemi della coppia se non gestiti di volta in volta. Il rischio è, infatti, quello di arrivare a un punto tale in cui non si capisca nemmeno più da cosa sia partito il conflitto e quindi la coppia non è più in grado di recuperare, facendosi travolgere dalla valanga. 
Alla luce di tutte le criticità che abbiamo elencato, è comprensibile come mantenere un equilibrio in coppia sia un vero percorso a ostacoli. Riuscire a farlo tutto fino in fondo è faticoso, ma incredibilmente soddisfacente. Anche urtando qualche ostacolo o inciampando, riuscire a rialzarsi e continuare la strada, è da considerarsi come il più grande percorso di crescita personale che possiamo intraprendere. Confrontarsi con il partner, essere disposti a mettersi in gioco e cambiare degli elementi di sé per il bene della coppia e della famiglia, è la più grande conquista per un essere umano, è (forse) la vera chiave per la felicità.

 

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