Un detto molto conosciuto recita “in amore vince chi fugge”. Queste poche parole che tutti avremo sentito almeno una volta nella vita, racchiudono un significato più articolato.
Come se l'amore fosse una continua rincorsa, avrebbe la meglio chi si fa desiderare, chi è sfuggente e indecifrabile e - quindi - si avvolge di un'aura di mistero. Di certo questo è intrigante, noi esseri umani siamo portati ad appassionarci a qualcosa che ci sembra al di fuori della nostra portata, quasi a spingere il limite un po' più in là e dimostrare a noi stessi di essere all'altezza.
E se proiettassimo questo tipo di comportamento in una relazione più stabile e duratura? L'effetto sarebbe ben diverso. Stare con un partner che sfugge, che non comunica e non dialoga, può essere sfibrante. Per funzionare, una relazione dovrebbe riuscire a mantenere i partner in connessione attraverso le varie fasi della vita. Chiudersi al dialogo non è un buon metodo, cercare un confronto e uno scambio continuo è ciò che può garantire una crescita insieme.

Perché manca il dialogo nella coppia?

Per i motivi più disparati capita che le coppie smettano di comunicare su temi quotidiani, come su quelli più esistenziali. Si innescano delle routine che assottigliano pian piano il livello di confronto. I partner inseriscono il pilota automatico e smettono di nutrire i piccoli momenti di felicità e di scambio, vitali per l’evoluzione della coppia.
Sì, perché una coppia si evolve in base a come si evolvono i suoi componenti. Un po’ come ci insegna il modello sistemico, tra quelli su cui si fonda il nostro lavoro di counsellor e mediatori familiari, e che insegniamo anche nei nostri corsi.
Tutti noi, nel corso della vita, cambiamo punto di vista e atteggiamento su tanti temi. È fisiologico e normale, perciò l'elemento che può farci impensierire non è questo. Il campanello dovrebbe suonare quando questi cambiamenti non arricchiscono il fluire della vita di coppia, ma arrivano a rompere degli equilibri.

Gestire il cambiamento. Insieme.

Il cambiamento può avvenire per avvenimenti spiacevoli o tragici, come un licenziamento improvviso, la perdita di un familiare o di una persona cara, motivi di salute. Questi e altri motivi possono generare paura, sconforto, frustrazione. E tali sentimenti ed emozioni non sono sempre facili da esternare, anzi. Innanzitutto dobbiamo saperli riconoscere, leggere le nostre emozioni e dar loro una dimensione. Senza questo passaggio sarà molto difficile riuscire a elaborarle e condividerle con il partner.
Il nostro atteggiamento può cambiare anche per motivi molto meno gravi. Dallo stress lavorativo, alla preoccupazione per un figlio, tante questioni quotidiane possono incidere sul nostro stato d’animo, farci sentire a disagio. Talvolta può anche non esserci un motivo esterno, ma che viene da dentro: una volontà di rinnovamento data dalle diverse esigenze che si hanno nelle differenti fasi della vita.
Saper dare un nome alla propria esigenza è un compito individuale, così come riuscire a condividerla. Con questi presupposti, affrontare le piccole e grandi sfide quotidiane insieme può essere molto più semplice.


Parola d’ordine: comunicazione

Facciamoci caso: le liti e l’allontanamento dal partner avvengono perché non siamo in grado di comunicare in modo efficace. Non esternare cosa sentiamo, cosa vorremmo per stare meglio, cosa ci manca è - di fatto - mettere un muro che ci separa da chi amiamo. La paura di non venire capiti e che le nostre esigenze non siano accolte, ci fa chiudere in un silenzio o, peggio, in una comunicazione nervosa e ben poco positiva. Possiamo quindi dire che magari lo scambio c’è, ma passa su binari fatti di incomprensioni. E genera ulteriore frustrazione, come è normale che sia.
Ancora una volta torna il tema dell’assertività: diventa importante non solo aprirci al dialogo sui nostri bisogni, ma anche farlo nel modo giusto. Proviamo a fermarci, chiederci cosa ci serve per stare meglio e dargli un nome. Sforziamoci di lasciare da parte l'imbarazzo o la rabbia e proviamo a chiedere cosa vorremmo dalla nostra metà. Proviamo anche a ragionare su cosa possiamo fare noi per andare incontro al partner e a una sua mutata esigenza, perché anche questo non è trascurabile.
Questo processo all'inizio può sembrare faticoso, ma riuscire a farlo anche solo una volta ci farà rendere conto del beneficio che ne trarrà la coppia. E diventerà molto più semplice farlo sempre.


Il counselling e la coppia

Il counselling viene considerato spesso come un percorso individuale o, in alcuni casi, di gruppo. Più raramente viene associato alla coppia, ma in realtà è ciò su cui noi di Mediare siamo specializzati con ottimi risultati. Ciò significa che il processo di counselling usato coi singoli, può essere adeguatamente inserito anche in un contesto di coppia. Il perché è semplice: la cosa importante è il processo che il counsellor mette in atto.
L’obiettivo di un percorso per partner, come il counselling di coppia, è proprio quello di ristabilire una connessione tra due persone che si vogliono bene ma non sono capaci di far funzionare al meglio la propria relazione.
Non tutte le coppie riescono a rimettersi in comunicazione empatica se si sono raffreddate o se litigano spesso. Non tutti i partner sono in grado di soffermarsi sui bisogni di ognuno e di come conciliarli con il bisogno della coppia nella sua interezza. Un counsellor conosce le tecniche per far sentire i membri di una coppia accolti e non giudicati ed è in grado di condurre i partner su un terreno comune, quando si parla della relazione. Sa come portarli a condividere, aprirsi, riconoscersi e, finalmente, comunicare. Perché sì, in amore vince chi parla.

Abbiamo già parlato degli stili di attaccamento sul nostro blog.
L’argomento suscita interesse e questo si è rivolto soprattutto verso lo stile cosiddetto insicuro-evitante; in particolare ci è stata rivolta spesso la domanda di oggi e l’abbiamo girata al nostro direttore scientifico.

Per prima cosa, che vuol dire partner evitante? Come riconoscerlo?
L’espressione è certo equivoca: può alludere allo stile di attaccamento ma anche ad altri fenomeni.
Ad esempio può accadere che venga attribuita al partner una postura evitante quando la relazione d’amore si sta esaurendo e i due sono sempre più distanti; esistono rimedi, ma non riguardano l’attaccamento.
Poi si parla di evitamento anche per descrivere una caratteristica di personalità, che può arrivare fino ad essere un vero e proprio disturbo mentale.


Come si distingue la personalità evitante dallo stile di attaccamento evitante?
La personalità si esprime in ogni circostanza, in ogni contesto e con qualsiasi persona. Si tratta anzitutto di quei soggetti che dichiaratamente hanno timore nell’allacciare relazioni sociali, tendono a rimanere in silenzio e sullo sfondo, si sentono insicuri, sono certi di fare brutte figure e si aspettano dagli altri critiche e rifiuti. Esistono anche soggetti che vivono isolati dal mondo, quasi senza vita sociale, non esprimono timori né desideri, perché sono soddisfatti della vita che fanno anche se è emotivamente molto povera.
In tutti questi soggetti l’evitamento è rivolto non solo verso l’esterno ma anche verso loro stessi: evitano accuratamente le loro emozioni, non le sanno o non le vogliono esprimere e difficile è anche la loro attività riflessiva.

E invece cosa viene mostrato nello stile dell’attaccamento?
Debbo ripartire dal concetto di attaccamento: il bambino, al settimo mese, riesce a distinguere le persone e perciò individua quelle che si prendono cura di lui; l’utilità delle cure li spinge ad allacciare con loro una relazione particolare, nel senso che non possono non attaccarsi. Per poter ottenere il risultato il bambino, via via nel crescere sperimenta i suoi comportamenti e seleziona quelli che danno il miglior risultato. Si formano in questo modo giudizi che si riflettono in emozioni, pensieri e comportamenti: questo insieme tende a rimanere stabile ed è lo stile di attaccamento.
Da adulti si tende a conservare lo stesso stile appreso nell’infanzia: si usa lo stile come metodo ritenuto utile per costruire le relazioni caratterizzate dalla presenza dell’intimità e della cura e soprattutto le relazioni d’amore.

E lo stile evitante che caratteristiche attribuisce?
Una caratteristica è nel fatto che l’intimità e l’aiuto sono a senso unico: la persona è accogliente e recettiva rispetto ai bisogni del partner, ma esprime poco i suoi, difficilmente chiede aiuto e tende a nascondere le proprie emozioni. In altre parole lo stile di attaccamento evitante si manifesta solo nelle relazioni significative che risultano in qualche modo non paritetiche, quasi squilibrate, per il fatto che queste persone sanno dare ma non sanno chiedere.
E poi c’è una caratteristica molto significativa: quando parlano della loro infanzia ne ricordano solo gli aspetti positivi, come se avessero cancellato il ricordo delle sofferenze.


Sembra di capire che questo stile è una caratteristica molto maschile.
Questa affermazione era vera tempo fa, perché lo stile evitante era una conseguenza dell’educazione che un tempo veniva dato ai maschietti: l’uomo non deve piangere, deve imparare a fare da sé e così via.
Oggi lo stile è un po’ meno frequente nei maschi e comincia ad apparire anche nelle donne, forse a causa della rivendicazione dell’autonomia da parte loro.

Lo stile si forma dunque nell’infanzia; ma c’è speranza di cambiarlo?
Questa non è una speranza ma una certezza: è possibile modificare gli schemi infantili e imparare ad usare lo stile sicuro.
La difficoltà è nel fatto che gli schemi infantili agiscono senza che il soggetto se ne renda conto, come accade per le abitudini. Le strade sono diverse: può essere utile una buona psicoterapia, è utile senza dubbio la formazione nel counseling perché questo si basa proprio sulla natura sicura dell’attaccamento. Ma anche la relazione d’amore può essere un fattore di cambiamenti.

E allora, in una relazione d’amore cosa può fare il partner per migliorare la relazione con un partner?
La prima cosa che può fare è capire che l’innamoramento reciproco può essere spiegato come un effetto della compatibilità reciproca: ciascuno viene scelto dall’altro in maniera inconsapevole proprio in relazione a certe caratteristiche della personalità, quelle espresse attraverso i comportamenti. Capito questo, occorre riflettere sulle proprie caratteristiche e individuare i comportamenti che involontariamente sostengono e giustificano l’attaccamento evitante del partner.
Posso fare solo degli esempi: può trattarsi della scarsa manifestazione di interesse a conoscere i bisogni dell’altro, oppure del richiedere troppo spesso per sé, di appoggiarsi troppo, e così via.
E poi non resta che modificare i comportamenti, che spesso sono espressione di uno stile altrettanto insicuro, uguale oppure opposto a quello del partner.

Ma in concreto cosa fare?
Per modificare lo stile di attaccamento evitante del partner occorre curare tre punti.
Il primo è l’aspettativa che il partner ha della relazione: quando ci aspettiamo una relazione positiva e sicura siamo più disposti a collaborare.
Il secondo punto è la creazione frequente di momenti emotivamente significativi, intensi e condivisi dai quali il partner può ricavare un piacere forte, magari inaspettato.
Il terzo punto è assumersi per intero la responsabilità della relazione, curandone costantemente la qualità. Più ciò sarà fatto e più l’aspettativa del partner sarà positiva: la maggiore sicurezza della relazione orienterà il partner in direzione di un attaccamento sicuro.

Come può essere utile il counselling?
L’utilità è doppia.
Per il partner evitante è utile non solo una psicoterapia, ma anche una relazione con un counsellor esperto: imparerà a trovare i suoi problemi e scoprirà il modo di risolverli.
Ancora più utile è la formazione in counselling: questa contiene anche l’addestramento ad avere uno stile sicuro di attaccamento indispensabile per essere utile ai clienti.
Sarà certo difficile ottenere che il partner si attivi: non sarà cattiva volontà ma solo il fatto che il suo modo di costruire relazioni è l’unico che conosce e non immagina neanche di poterlo cambiare.
Molto più utile è che l’iniziativa sia presa dall’altro: la formazione in counselling è diretta ad imparare come poter essere d’aiuto agli altri. E poi la formazione permette a ciascuno di scoprire cosa è la felicità per lui e come realizzarla: l’addestramento trasforma lo stile di attaccamento in quello sicuro; per effetto di questo cambiamento anche il partner sarà costretto a cambiare qualcosa.

Tante volte abbiamo sottolineato l'importanza di riconoscere i propri bisogni e dar loro spazio. È una fase fondamentale del percorso di crescita e consapevolezza, imprescindibile per poter raggiungere la felicità.
Ma cosa intendiamo quando parliamo di bisogni?
Per dare una definizione generale, possiamo dire che il bisogno è la tendenza a voler soddisfare delle necessità di vario genere. Ognuno di noi ha dei bisogni, più o meno urgenti, che vuole soddisfare per sentirsi più appagato e in equilibrio con se stesso.

Maslow e la sua piramide

A metà degli anni 50 del Novecento, lo psicologo statunitense Abraham Maslow ideò quella che ancora oggi conosciamo come piramide di Maslow. Come dice il nome stesso, è una rappresentazione in forma di piramide dei bisogni umani, classificati in base alla tipologia. Alla base della piramide ci sono i cosiddetti bisogni primari: respirare, mangiare, dormire e altri legati alla sfera fisiologica.
Subito dopo vengono quelli legati alla sicurezza: mentale, familiare, lavorativa, ecc. A metà della piramide troviamo i bisogni legati all'appartenenza: amicizia, affetti familiari, intimità sessuale. Ancora più in alto, tutti i bisogni legati alla stima: autostima, realizzazione, rispetto reciproco, ecc. All'ultimo gradino, i bisogni più complessi che sono quelli di autorealizzazione: moralità, accettazione, assenza di pregiudizi e altri.

Nuovi bisogni e nuove consapevolezze

Se i bisogni che stanno alla base della piramide sono più semplici da riconoscere e, in parte, anche da soddisfare, non sempre è lo stesso man mano che saliamo verso l'apice della piramide, perché incontriamo bisogni man mano più complessi. Tutti i bisogni sociali e relazionali, infatti, tendono a innescare meccanismi che alzano l'asticella dell'obiettivo da raggiungere. Una volta soddisfatti i bisogni di una sfera, l'essere umano tende a voler soddisfare quelli della sfera successiva.
Per dirla in maniera ancora più semplice, chi ha necessità di sfamarsi, ripararsi dal freddo o dormire, ha l'urgenza di soddisfare quei bisogni prima di tutti gli altri. Una volta raggiunta una situazione in cui la sfera fisiologica è soddisfatta, avrà la tensione a volersi sentire appagato rispetto ai bisogni della sfera successiva, cioè quella legata alla sicurezza familiare, del lavoro, ecc. Ecco perché parliamo di complessità man mano che la piramide sale verso l'apice: ci sono bisogni che soddisfiamo perché non potremmo farne a meno per vivere, altri che sono meno indispensabili all'apparenza, ma comunque importanti nel percorso di evoluzione personale.

Come riconoscere cosa ci serve?

Una volta inquadrati i diversi tipi di bisogni, ci è più chiaro che alcuni sono più semplici da individuare, altri richiedono uno sforzo maggiore. Se sentire lo stimolo della sete ci fa comprendere che abbiamo necessità di bere per appagare un nostro bisogno primario, non è così automatico riuscire a comprendere da cosa derivino molte delle insoddisfazioni che possiamo provare. Di sicuro possiamo dire che se siamo frustrati, nervosi, perfino arrabbiati, c'è un bisogno inascoltato.
Alcuni bisogni sono dettati da una spinta interna e personale, altri sono indotti dal contesto in cui viviamo. Già riuscire a fare questa distinzione è un grande passo verso la consapevolezza. Ciò che per noi è molto importante è riconoscere i bisogni che derivano da spinte e necessità interiori e personali. Tutti noi tendiamo a voler rispondere a degli standard, a compiere azioni richieste dall'ambiente che ci circonda, che sia familiare, lavorativo, delle nostre amicizie. Non sempre, però, corrispondono a ciò che noi sentiamo di dover fare. Intendiamoci: ci sono alcune azioni che dobbiamo compiere per vivere in armonia con la società di cui siamo parte. Il punto è che se riusciamo a dare ascolto alle nostre più intime esigenze, anche le azioni che sono meno nelle nostre corde non ci risulteranno così difficili o persino sgradevoli. È a questo punto che viene la parte più difficile. Capire nel profondo cosa ci serve per star bene non è sempre esercizio semplice.
Il lavoro che fa un counsellor e un mediatore familiare che lavora con gli strumenti del counselling, è incentrato proprio sull'aspetto emotivo e di riconoscimento dei bisogni di ognuno. Il tempo sembra non bastare mai e riuscire a prenderci pause e momenti di riflessione diventa una sfida, ma proprio la complessità del mondo che ci circonda lo rende quanto mai necessario. Se incontrare una determinata persona o svolgere una mansione al lavoro ci provoca sensazioni ed emozioni poco piacevoli, non è utile soffocare tutto sotto una coltre di sopportazione. Piuttosto è utile fermarci, chiederci come ci sentiamo in quel momento. Se riusciamo a dare un nome a quella sensazione, probabilmente riusciremo a trovare anche il motivo che la fa scaturire. Ecco che troviamo un disagio e possiamo ragionare su come farlo incidere il meno possibile sul nostro benessere psicofisico. Al contrario, se conosciamo cosa ci fa stare bene perché risponde a un'esigenza intima, cerchiamo di non accantonarlo. Per fare un esempio concreto, se sappiamo che passare qualche ora o giorno lontani dalla routine ci fa sentire bene e ci permette di schiarirci le idee, troviamo il modo di farlo. Permettiamo a noi stessi di prenderci il giusto spazio.

Comunicare in modo efficace i bisogni

Se siamo già arrivati al livello di consapevolezza di cosa ci serve per star bene, è un grande passo. Ma c'è ancora un'altra piccola sfida. Se riusciamo a decodificare i messaggi che corpo e mente ci mandano rispetto alle nostre esigenze, ciò che può permetterci di raggiungere un vero benessere è saperlo comunicare.  Comunicarlo in modo efficace, certo.
Proviamo a scendere nel concreto e fare un esempio. Se sentiamo che ci farebbe star meglio un nuovo ruolo sul lavoro, perché darebbe una risposta a un nostro bisogno di crescita personale e professionale, troviamo il modo di parlarne con il capo. Sforziamoci di trovare parole e momenti per spiegare da cosa nasce questa esigenza e perché ci renderebbe felici poter avere una nuova opportunità. A prescindere dall'esito, già il solo fatto di aver trovato il modo di comunicare cosa ci serve, ci farà sentire meglio. Per stare nella sfera più personale, immaginiamo di aver bisogno di sentire la coppia più salda, perché pensiamo che il partner sia la persona giusta con cui fare un progetto a lungo termine e per noi è importante la sicurezza nel rapporto. Se argomentiamo ciò che sentiamo, sarà più semplice instaurare un confronto sereno e costruttivo col partner.
E invece, troppo spesso temiamo di non essere compresi e ci teniamo dentro desideri e aspirazioni. La paura di non essere accettati e di "tradire" l'idea che gli altri hanno di noi, ci rende prigionieri di noi stessi. Non è paradossale?
Ecco perché lavorare sul riconoscimento dei propri bisogni è importante, anzi, fondamentale. Ognuno di noi non potrà essere accettato dagli altri, se non è in grado di accettare le spinte interne che sente. Ciò che ci può rendere speciali agli occhi delle persone che contano per noi è proprio la consapevolezza di ciò che siamo e delle nostre reali necessità. Chiediamoci più spesso cosa sentiamo e di cosa abbiamo bisogno, ne va della nostra serenità e delle nostre relazioni con chi amiamo.

Proseguiamo a raccontarvi Mediare da "dietro le quinte" grazie alla preziosa testimonianza di Emanuela. Ha sentito l'esigenza di comprendere meglio se stessa e acquisire strumenti utili a migliorare le sue relazioni, in primis familiari. Questi stessi strumenti le sono stati utilissimi anche nel suo delicato lavoro di infermiera pediatrica, per gestire le relazioni coi pazienti e i loro familiari. Oggi è anche una nostra tutor e ci racconta la sua intensa esperienza.


Ciao Emanuela, prima di cominciare ti ringraziamo per averci dedicato il tuo tempo. Cominciamo con le domande, per conoscere la tua esperienza con noi. Perché hai deciso di frequentare il Master in counselling e mediazione familiare di Mediare?

Io, come altri ex allievi, ho cominciato il mio percorso di counselling in un'altra scuola. Lì ho conosciuto Franco Pastore, che ci ha tenuto alcune lezioni. Da subito sono rimasta affascinata dai suoi argomenti e soprattutto dal suo modo di centrare subito la questione. Il suo metodo trova il nocciolo del problema in tempi molto rapidi e questo è un grande vantaggio che mi ha colpito molto.
Mi piaceva non solo per lavorare sulla mia coppia, ma soprattutto per il lavoro che faccio. Io ho a che fare coi bambini e coi loro genitori: mi serviva un metodo per affrontare al meglio queste situazioni. Per questo ho scelto di finire il mio percorso qui a Mediare, che è specializzato in gestione della coppia. Alla fine dell'ultimo anno mi hanno chiesto se avessi voluto fare la tutor. In questo modo posso seguire i nuovi allievi grazie alla mia esperienza e, in parallelo, approfondire qui un percorso cominciato altrove.
Mi è servito moltissimo sul piano personale, oltretutto, perché nel mentre io ero diventata mamma e il piano personale e professionale si stavano sovrapponendo. Avevo cominciato ad avere un coinvolgimento emotivo "ingombrante" sul lavoro e questo stava erodendo tutte le mie energie emotive. Dovevo lavorarci in qualche modo, per il mio bene e per quello dei pazienti.
A Mediare si lavora in modo profondo sul piano personale, perciò ho scelto di fare questo percorso. Mi è servito su di me e riesco anche a restituirlo alle persone che ho di fronte ogni giorno.

Quali sono le cose che più ti porti dietro di questa esperienza?

La prima cosa a cui penso è il modo in cui siamo seguiti.
Per scelta, Mediare accoglie un numero minore di allievi rispetto ad altre scuole di formazione. Il motivo è che vogliono seguire il percorso di ognuno, fin nel dettaglio. Questo fa sentire anche noi allievi più coinvolti e molto motivati a dare il meglio. Sappiamo che in ogni lezione e laboratorio abbiamo spazio e dobbiamo monitorare i nostri progressi. Questo, per me, è un grande plus di questa esperienza.
Il lavoro che fai è su di te e sulla coppia, cosa molto importante. Un'evoluzione personale deve essere inserita anche nel contesto di coppia e sapere come farlo, tramite gli strumenti acquisiti con Mediare, è molto importante perché non ci siano scossoni, ma anzi, un miglioramento.
La vita è dinamica, dobbiamo essere preparati a gestire i cambiamenti, a rispettare ciò che siamo veramente nelle diverse fasi della vita, a mettere in prospettiva i bisogni che abbiamo. Se penso alla mia storia personale, per esempio, io e mio marito stiamo insieme da tanti anni, prima eravamo una giovane coppia, poi nel tempo sono arrivati 3 figli, tutti e due lavoriamo tutto il giorno. Le responsabilità sono cresciute esponenzialmente e sono cambiate nel tempo. Per ovvie ragioni, anche noi siamo cambiati e il punto è proprio questo: ritrovare l'equilibrio a ogni cambiamento. Se hai gli strumenti per farlo diventa tutto meno pesante, anche quando sembra più difficile.

Cosa è cambiato nella tua vita e nella percezione degli altri, grazie a questo Master?

Per me è come se all'inizio del percorso avessi una benda spessissima sugli occhi. Man mano che andavo avanti è come se questa benda si assottigliasse sempre più, mostrando gradualmente la realtà per come è. Alla fine è come se fossi riuscita ad aprire gli occhi, dopo aver elaborato tanti aspetti ed esperienze, piano piano. Come se ci fosse di volta in volta una nuova consapevolezza su cui poi costruire la prossima. Anche per questo gli incontri sono una volta al mese, così che tutti abbiamo modo di interiorizzare le consapevolezze apprese. Dopo ogni incontro provi a metterti in gioco rispetto all'argomento affrontato. Delle volte è più semplice, altre meno, ma sei spinto a provare sempre.
Con un'altra metafora, è come se il cambiamento cominciasse sotto forma di un sentiero. All'inizio il cambiamento è poco visibile, come fossero passi in mezzo all'erba. Un percorso che sembra poco delineato, ma andando avanti diventa un sentiero sempre più chiaro, fino a diventare proprio una strada senza erbacce a confonderti sulla direzione che prendi, ma definito ed evidente.
Cambiando il modo di percepire te stesso, cambi il modo di relazionarti agli altri. Se io sento il bisogno di sentire un'amica, ora non aspetto più che sia lei a chiamarmi, per esempio. Il bisogno è il mio e lo esprimo, la cerco, le vado incontro, mi apro.
Mi sono allenata a sentire i segnali del mio corpo. Se determinati rapporti mi causano anche dei sintomi fisici (mal di testa, mal di stomaco, ecc.) sono segnali che qualcosa mi mette a disagio. Li ascolto, li comprendo, poi li elaboro e trovo il modo di dare una direzione diversa a quei rapporti, perché siano migliori per me.

Chi è Mediare per te, se fosse una persona?

Se fosse una persona la descriverei come una persona che non ti giudica, accogliente e aperta. Una persona che ti dice delle cose che ti trasmettono calma, serenità e che ti dà anche delle dritte. Quasi materna, che esprime amore e cura.
Forse perché queste sono le caratteristiche di Franco e di Paola (Pastore, counsellor, mediatrice familiare, esperta nella conduzione dei laboratori esperienziali, ndr), che sono i cardini di Mediare.

Quanto ti è stata utile la parte esperienziale?

Fondamentale. Questo Master si differenzia dagli altri proprio per l'intensità delle esperienze fatte nei laboratori. Avendo fatto anche dei corsi altrove, ho apprezzato molto questo aspetto. Il motivo è quello che dicevo prima, il numero di allievi per ogni classe ha un tetto. Questo poi si traduce nell'essere davvero coinvolti nei laboratori, nelle esperienze, sei proprio molto motivato a lavorare su di te, con gli altri, senti la responsabilità. Inoltre, anche se non fai un lavoro direttamente su di te ma magari è un tuo compagno di corso che porta un suo problema, ci si lavora insieme e comunque tocca delle parti di te. Perciò il lavoro è costante e questo è possibile grazie al numero contenuto di persone: tutti lavoriamo sempre su noi stessi, sugli altri e con gli altri. L'essere pochi fa sì che sia più facile entrare in intimità, costruirla e mantenerla nel tempo. Questo permette a tutti un grande miglioramento.
L'attenzione all'ambiente, poi, qui è molto evidente. C'è una stanza dedicata ai laboratori esperienziali che è rilassante, accogliente e non è per niente un aspetto da sottovalutare.

Cosa ti aspetti da Mediare, dopo aver finito il Master? Per esempio, ulteriori iniziative, confronti, ecc.

In realtà non sono uscita dal Master aspettandomi qualcosa. Al massimo mi aspettavo di essere io in grado di usare gli strumenti acquisiti, cosa che sta accadendo.
Forse posso dire ciò che lì per lì non mi aspettavo, cioè che mi chiedessero di fare la tutor. Per me è stato un onore. Nonostante il mio lavoro molto impegnativo, un marito medico e spesso in giro per il mondo per congressi e conferenze, tre figli da seguire, ho accettato. Sicuramente è un modo per continuare a tenere un legame professionale stretto, data la frequenza degli incontri. Oltre che una continua crescita personale.

I dati parlano chiaro: viviamo in una società iper-connessa.
Se non ne siete molto convinti, vediamo insieme qualche dato: su poco meno di 8 miliardi di persone al mondo, più di 4 miliardi hanno un accesso a internet e più di 3 miliardi usano regolarmente i social network. Più di 5 miliardi di utenze accedono a internet da dispositivo mobile (smartphone o tablet) e più della metà di queste (circa 3 miliardi) usano i social dal proprio dispositivo mobile.
In Italia, più del 73% della popolazione totale accede a internet e la stragrande maggioranza (83%) lo fa da dispositivi mobili. Il 57% della popolazione ha almeno un account social e circa la metà accede da smartphone o tablet. Il tempo che noi italiani spendiamo online ogni giorno è in media di 6 ore, di cui circa 2 sulle piattaforme social.
Dopo aver considerato questi numeri, forse è più chiaro l'impatto che la cosiddetta realtà virtuale ha sulla nostra vita quotidiana. Ecco perché possiamo affermare che noi non "andiamo" su internet, ma viviamo costantemente connessi.
Perché chi, come noi, si occupa di counselling, mediazione familiare, benessere e crescita personale, dovrebbe interessarsi di quanto siamo connessi? La risposta è semplice: i nostri comportamenti si stanno modificando nel tempo, anche a causa dei nuovi strumenti tecnologici e della possibilità che ci danno di intessere e mantenere le relazioni.

Cosa succede ai nostri comportamenti...

Più ci interfacciamo con la rete e i social network, più vengono avviati studi su come questi incidano sui nostri comportamenti, fin dal livello cognitivo e comportamentale.
Un aspetto molto interessante evidenziato da vari studi, è quello che riguarda l'egocentrismo e la perdita di limiti del nostro ego: sui social network tendiamo tutti a "metterci al centro del mondo". Ne deriva che, seppur nati per condividere e comunicare, sui social network rischia di non esserci una vera condivisione, ma piuttosto una spettacolarizzazione della nostra vita alla ricerca dell'approvazione altrui. Siamo disposti a essere meno noi stessi per favorire un'immagine filtrata di noi stessi, che soddisfi le aspettative degli altri?

Il potere di influenzare gli altri

Vale la pena di soffermarsi anche su quanto i nostri contatti siano in grado di influenzare il nostro comportamento e modo di pensare su un argomento. Anni fa scoppiò una polemica a causa di una sorta di esperimento condotto da Facebook nel 2012 sui propri utenti, senza che essi ne fossero coscienti. Preso un gruppo di circa 700.000 persone, la più grande piattaforma social del mondo li divise in due gruppi a cui sottoporre argomenti diversi. A un gruppo faceva comparire contenuti più positivi, all'altro contenuti più negativi e rabbiosi. Il risultato fu poi pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Science, e rivelava come le persone dei due gruppi fossero state influenzate a livello emozionale dai contenuti che erano stati loro sottoposti.
Questi e altri risultati degli studi tuttora in corso, ci dimostrano che il nostro modo di comportarci con gli altri sta cambiando. Il modo in cui ci relazioniamo con le persone sta, inevitabilmente, prendendo un nuovo corso.

… e alle nostre relazioni?

Ciò che abbiamo detto finora non ha l'intento di demonizzare internet o social network, ci teniamo a precisarlo. La rete globale è uno strumento e, in quanto tale, la responsabilità di come lo usiamo è nostra. Non sono internet o i social a essere "brutti, sporchi e cattivi", piuttosto lo possono essere le intenzioni con le quali vengono adoperati. E le intenzioni sono umane, non di uno strumento. Essere consapevoli di quanto possano influire sul modo in cui coltiviamo le nostre relazioni, è utile per migliorare il nostro rapporto con le tecnologie e anche i nostri rapporti interpersonali.
Per esempio, nel lavoro sono strumenti utilissimi: velocizzano le ricerche e le operazioni, ci permettono di informarci su dati e analisi, di crearci una rete di contatti lavorativi sempre a disposizione, ma attenzione: questi contatti sono davvero utili e validi se sappiamo anche coltivarli di persona. Questo vale ancor di più se parliamo di relazioni affettive, come amicizia o amore.
Possiamo dire che le applicazioni social o di messaggistica sono un plus, cioè ci danno la possibilità di entrare più facilmente in contatto con le persone lontane o che non possiamo vedere spesso per tante ragioni. Pensiamo a chi ha i genitori lontani, o un figlio che studia all'università in un'altra parte del Paese o del mondo. O a una coppia che si ritrova a stare lontana per un periodo, magari per motivi lavorativi o di salute.
Se vogliamo soffermarci sull'aspetto meno positivo, pensiamo che scriverci dei messaggi è un tipo di comunicazione intermediata. Partiamo dal presupposto che il nostro cervello si è evoluto per gestire relazioni e interazioni reali, perciò siamo più inclini alle relazioni vis-à-vis con le persone. Le relazioni di persona stimolano diverse aree che ci mettono in grado di provare empatia, di capire gli altri osservando il loro non-verbale e di gestire le emozioni. Tutto questo non avviene, o avviene in modo molto più limitato, se interagiamo con gli altri online. Per questo gli studi parlano di un indebolimento di queste aree e, di conseguenza, di una minore intensità dei rapporti umani. Diventa più difficile capirci, interpretare con esattezza delle parole o espressioni, manca il contatto visivo che ci permette di leggere negli occhi degli altri un'emozione o uno stato d'animo.

 

I livelli delle relazioni

La diatriba su quanto virtuale sia reale è più che mai aperta. Molti sono gli esperti che negli anni si stanno impegnando a creare un ambiente online positivo, utile e che sia davvero un luogo dove coltivare relazioni. In Italia abbiamo un esempio quando leggiamo il decalogo della comunicazione non ostile, in cui il primo punto è molto chiaro: virtuale è reale.
In questo caso prendiamo in considerazione una comunicazione verso persone che non fanno parte della nostra strettissima cerchia, quella che facciamo tramite i nostri account social, sia in pubblico che in privato, ma anche quella che fanno i giornali, i rappresentati politici, i grandi e piccoli marchi. Virtuale è reale significa, in questo caso, che il comportamento che teniamo sui social e sulla rete è di nostra responsabilità, proprio come fossimo al lavoro, a scuola, per strada, con estranei, ecc. L'intento è quello di far comprendere a tutti noi che lanciare degli insulti o delle calunnie, ad esempio, via social è un fenomeno sempre più diffuso (e qui forse vale la pena di ricordarsi del famoso esperimento di Facebook sull’influenza negativa e positiva) e va condannato, esattamente come si dovrebbe fare nella vita non intermediata dalle piattaforme online.
Diverso è quando parliamo di intessere delle relazioni personali con amici, familiari, partner: in questi casi il virtuale è qualcosa in più che ci mette in comunicazione, ma che non può sopperire al coltivare le relazioni di persona. Una cena insieme, una chiacchierata di fronte a un bicchiere di vino, una passeggiata o un'escursione insieme a chi amiamo, resta il vero modo di coltivare i rapporti nella loro pienezza. Guardare negli occhi gli altri, sentirne il profumo, il tono di voce, coglierne le espressioni, sono ancora lontani da poter essere trasmessi attraverso la rete. Per quanto ci sforziamo, non riusciremo mai a farlo come quando ci stringiamo una mano, ci diamo un bacio o un abbraccio, o ci salutiamo con un sorriso. Diamo la giusta dimensione alla nostra comunicazione e ai mezzi che utilizziamo per veicolarla. La comunicazione è relazione e perché sia completa ci occorre farne esperienza in tutte le sfaccettature: verbale, non-verbale, paraverbale e sensoriale.

I nostri ex allievi sono tanti e tutti hanno una bellissima storia da raccontare sull'esperienza dei corsi Mediare. Abbiamo incontrato Alessandra, insegnante, counsellor e mediatrice familiare. Dopo aver fatto il corso con noi, è attiva nello sportello di counselling aperto da una collega nella scuola dove insegna, per dare supporto ai ragazzi anche fuori dall'aula.
Ci racconta quanto e come è cambiata la sua vita dopo il Master, leggiamola insieme.

Ciao Alessandra e grazie di essere qui con noi a raccontarci la tua esperienza. Cominciamo con le domande.
Perché hai deciso di frequentare il Master in counselling e mediazione familiare di Mediare?

Ciao a tutti, sono contenta di poter raccontare la mia esperienza.
Dunque, per cominciare: non ho deciso facilmente, anzi, all'inizio ero molto indecisa. Mi è stato consigliato il corso da chi lo aveva già fatto e mi diceva che per me sarebbe stato un ottimo percorso, soprattutto a livello personale. Certo, avrei anche acquisito strumenti per la mia professione di insegnante, ma diciamo che il consiglio mi è stato dato più come percorso personale. Dicevo, ero talmente indecisa che, infatti, ho cominciato dal terzo incontro del primo anno, non subito.
Non avevo un'esigenza specifica - almeno all'apparenza, ma sapevo che sarebbe stato un percorso sia personale che professionale, come infatti è stato.

Quali sono le cose che più ti porti dietro di questa esperienza?

Di certo le tantissime lacrime che ho pianto. Che detto così sembra terribile, in realtà mi hanno davvero aiutato a sbloccare qualcosa, ho imparato a lasciare andare come non avevo mai fatto. Mi sono proprio tolta dei sassolini molto dolorosi.
Come se avessi fatto pulizia, mi porto dietro un nuovo mondo e un nuovo modo di vedere le cose. Mi approccio agli altri in maniera molto diversa rispetto a prima. Questo è positivo, ma ha anche il suo risvolto - se vogliamo - negativo: in tanti sono entusiasti dei miei cambiamenti in meglio, altre persone invece è come se non mi riconoscessero, mi guardano come per dire: "ma tu chi sei?". Significa che il cambiamento è evidente.
Poi, senza dubbio, gli affetti e tante nuove relazioni di amicizia. In un percorso così intenso si formano legami davvero forti, che durano anche dopo.

Cosa è cambiato nella tua vita e nella percezione degli altri, grazie a questo Master?

Tutto, davvero tutto. Per farti un esempio, stamattina ho visto Franco (Pastore, direttore scientifico di Mediare, ndr) e mi ha detto: "ah eccola, la mia ex piagnona" e ci siamo fatti una risata. L’avermi definito "ex" significa che quel momento in cui io mi sono liberata di tante lacrime ha determinato come sono adesso, sono una persona diversa, nuova. Ci sono persone che mi conoscono da anni che mi dicono chiaramente che sono cambiata in tutto, in senso positivo. Io prima ero molto chiusa, facevo fatica a parlare di me. Adesso, al contrario, sono quasi senza filtri! Forse devo lavorare su un maggiore equilibrio in questo senso, ma di certo so che ora vivo meglio.
Ora vedo che gli altri mi guardano con occhi diversi: è come se prima non mi vedessero, perché io mi nascondevo e facevo di tutto per passare inosservata. Adesso, al contrario, sono molto più aperta e anche gli altri lo percepiscono e si comportano di conseguenza. Ho cambiato io la percezione degli altri e, per questo, gli altri hanno cambiato percezione di me.
Il percorso è stato lungo, ma i risultati li sto vedendo e continuo a lavorare su di me.

Chi è Mediare per te, se fosse una persona?

Ah, difficile dirlo. Diciamo che io associo Mediare alla persona reale che è Franco Pastore. Quindi ti direi una persona educata ma senza filtri, che se ha da dirti qualcosa te la dice per il tuo bene. Una persona con un modo di fare che sa insegnarti a essere te stesso.

Quanto ti è stata utile la parte esperienziale?

Al 100%. Più che la conoscenza teorica, che è la base e ci vuole, senza dubbio, il vero cuore del corso è la parte esperienziale. Mi ha proprio insegnato a lasciarmi andare, a lasciar scorrere e correre quando era necessario.
Alcune esperienze mi sono rimaste molto impresse, proprio a significare che sono momenti che rimangono dentro. Ricordo una del primo anno, in cui l'esercizio iniziale consisteva in una visualizzazione. Io ricordo che avevo visualizzato un lupo e ancora adesso, quando vedo un lupo, la mia mente torna lì. In un certo senso, rivivo quel momento, perché mi ha segnato molto. Ce ne sono anche altre che mi ricordo bene e mi piace questo. Quando ci torno con la mente, ci lavoro di nuovo e le vivo con le consapevolezze di adesso. Come se vedessi il percorso del mio cambiamento e potessi continuare a "esercitarmi" per migliorare ancora.

Cosa ti aspetti da Mediare, dopo aver finito il Master? Per esempio, ulteriori iniziative, confronti, ecc.

Mah, non ho delle vere aspettative. Sta procedendo in un modo che mi piace molto, c’è sempre un confronto e un contatto diretto, quindi non mi aspetto nulla di diverso. Per esempio, insieme alla mia collega che ha creato lo sportello di ascolto e counselling a scuola, ci dedichiamo ai ragazzi anche fuori dall’aula. Mi piace molto e anche se ho dei dubbi o mi serve un parere su un intervento da fare, so che qui trovo sempre un confronto aperto e affidabile.

Negli ultimi tempi si parla tanto di essere multitasking e si sono aperte molte discussioni in merito: è un vantaggio o un danno?
Innanzitutto, diamo una definizione al concetto di multitasking. Oltre che una caratteristica tecnologica, questa parola viene utilizzata anche per descrivere l'atto di compiere più azioni contemporaneamente, svolgere più compiti nello stesso momento.
Una particolare attenzione è stata posta sull'uso di dispositivi elettronici come smartphone, tablet e computer, mentre facciamo altre cose: guardare la tv, leggere, ascoltare musica, lavorare. Gli studi recenti dimostrano, infatti, che la percentuale di persone che usa smartphone e tablet mentre fa altro, è in continuo aumento. Idem per lo svolgimento di tante altre azioni e compiti, che vengono portati avanti contemporaneamente.
Tutto questo comporta un sovraccarico cognitivo e, secondo diversi studi, perfino aumento degli stati ansiosi e depressivi. Disperdiamo energie o le convogliamo in comportamenti e stati negativi.
Ma come siamo arrivati ad essere sempre più vittime di questo comportamento?

La paura di non riuscire a fare tutto ci fa fare troppo

Per descrivere l'ansia e la paura di non riuscire a fare tutto e di rimanere esclusi, è stato coniata perfino un'espressione e un suo acronimo: FOMO. Letteralmente sta per fear of missing out, che in italiano possiamo tradurre come paura di perdersi qualcosa.
In questo, senza dubbio alcuno, sono complici le nuove tecnologie, internet e i social media, che in ogni momento ci mostrano le vite degli altri. O meglio, quello che gli altri ci vogliono mostrare delle proprie vite, che sembrano sempre così piene e interessanti.
Attenzione: non intendiamo additare le nuove tecnologie come le uniche responsabili di questo fenomeno, anche se per certo aiutano a diffondere la spinta continua e costante a voler sempre essere al passo con gli altri. Sappiamo già come siamo condizionati dalle azioni degli altri, perché non siamo separati dal resto del mondo ma persone in continua relazione con le altre, in un sistema. Tendiamo a innescare molto facilmente un confronto che ci porta a pensare di essere mancanti rispetto a quello che fanno gli altri e, quindi, a voler fare sempre di più. Il tempo che abbiamo a disposizione è sempre lo stesso e per questo dobbiamo sovrapporre diverse azioni, se vogliamo riuscire a fare tutto.
Inoltre, le tecnologie hanno facilitato e velocizzato molti compiti e, per questo, anche sul luogo di lavoro finiamo per pretendere che tutte le azioni siano svolte sempre più velocemente. Se sommiamo tutto questo al fatto che l'orario di lavoro si è allungato in nome della produttività sempre crescente e della complessità del mondo che ci circonda, il tempo per noi si riduce ancora di più. Facciamo la spesa mentre controlliamo l'email, guidiamo la macchina e mandiamo un messaggio al partner o al collega, guardiamo la tv e nel mentre leggiamo le pagine Facebook dei nostri amici.
Tutto questo non solo ci affatica e ci fa disperdere una grande quantità di energie, ma nuoce alla capacità di concentrarci, con effetti potenzialmente gravi nel lungo termine. Gli studi in corso stanno cominciando a evidenziare livelli di attenzione sempre più bassi, tanto che leggere un libro per più di pochi minuti, per molte persone comincia a essere un'attività impegnativa. Gli stessi studi, tra cui quelli del Center for Brain Health dell'Università di Dallas (Stati Uniti), evidenziano perfino un aumento del livello di cortisolo, il cosiddetto ormone dello stress, nei soggetti che conducono una vita improntata al multitasking.

Ci serve davvero essere multitasking? La scelta sta a noi

Come già abbiamo detto tante volte nei nostri articoli, non siamo certo fautori della bulimia di azioni. Il counselling e la mediazione familiare sono interventi che mirano alle azioni, al concreto, ma con un approccio ben diverso. Proprio per questo ci sembra molto importante soffermarci su un argomento come questo.
Ci sono situazioni in cui non dipende da noi fare più cose contemporaneamente. Un'urgenza sul lavoro o un contrattempo in famiglia, per esempio, sono casi in cui è possibile che dobbiamo attivarci su più fronti. Devono però essere delle eccezioni e non diventare il nostro stile di vita abituale. Sono, appunto, urgenze o contrattempi.
Il counselling e la mediazione familiare lavorano proprio sul saperci fermare, saperci ascoltare, saper sentire sensazioni ed emozioni, saper ascoltare i nostri bisogni che premono e ci chiedono di essere soddisfatti. Possiamo anche essere in grado di guidare e parlare al cellulare, per esempio, ma qual è il nostro livello di attenzione su entrambe le azioni? Senza dubbio è minore che se portassimo avanti le azioni separatamente, non per una nostra mancanza, ma perché il nostro cervello è strutturato per fare una sola cosa alla volta. Ne deriva che tutto ciò che noi sentiamo, le nostre esperienze e il modo di vedere il mondo, sono modellate su questo e fare troppe cose contemporaneamente non ci fa stare bene.
L'abitudine a fare tante cose assieme, rischia di diventare uno stile di vita anche quando non c'è bisogno. Non ci rendiamo più conto che ci stiamo perdendo qualcosa, ci stiamo abituando ad assaporare sempre meno i momenti che passiamo coi nostri cari, con gli amici, col partner, perché siamo troppo distratti e non più abituati a fare una cosa per volta.
Quando ci troviamo di fronte ai clienti, il percorso che facciamo insieme è proprio quello di soffermarci sugli stati emotivi, su dei fatti avvenuti che non sono stati metabolizzati, proprio perché siamo sempre tutti troppo impegnati a fare tante cose, una insieme all'altra. Non ci prendiamo mai il tempo di fermarci, riflettere, respirare, sentire come stiamo. Come se avessimo paura di restare fuori dalla cerchia di amici, dalla benevolenza del capo in ufficio, come se dovessimo sempre soddisfare aspettative più alte da parte degli altri.
Come ci fa stare questo?
Come ci sentiamo ad abituarci a questo ritmo, a essere risucchiati da questo vortice continuo di azioni?
Vale la pena chiederselo e, soprattutto, essere franchi nella risposta. La scelta di come vogliamo indirizzare la nostra vita dipende solo da noi, anche se la strada che scegliamo è - apparentemente - quella meno battuta e più difficile: potrebbe essere proprio quella che ci fa stare bene.

Se c'è un argomento di cui si parla tantissimo è proprio questo: essere se stessi. Coach, motivatori, pagine di social network dedicate interamente all'argomento, programmi tv e dibattiti, con sempre più insistenza, parlano di quanto sia importante.
Come mai se ne parla tanto?
E come mai, invece, sembra essere così difficile?
Rivendicare la propria identità e peculiarità è senza dubbio molto importante, ma il modo in cui viene trattato l’argomento appare talvolta banale, se non contraddittorio. Viene svuotato del contenuto reale e persino associato al dover somigliare a un modello virtuoso. Ma, a pensarci bene, qualcosa stona: ci viene proposto un ideale a cui tendere proprio mentre ci vien detto che essere se stessi è la cosa più importante.
Dovremmo piuttosto partire da un altro presupposto e chiederci cosa significhi – davvero - essere consapevoli della propria unicità e rivendicarla. Se ognuno di noi deve provare a realizzarsi come individuo unico e diverso dagli altri, forse non ha senso ispirarsi a questo o quel personaggio, scrittore, sportivo, e così via. Con questo non mettiamo certo in discussione i modelli positivi che, in quanto tali, possono esserci di aiuto. Ma il rischio che si corre è quello di volersi affermare come unici, ma imitando qualcuno che non siamo noi.


Rivendicare la propria unicità nell'era dei social network

Il ventunesimo secolo ci vede protagonisti di enormi trasformazioni tecnologiche e innovazioni che hanno migliorato tantissimo il nostro stile di vita. Tra queste, senza ombra di dubbio, c'è la diffusione di internet e in particolare dei social network. Ognuno di noi diventa parte attiva della conversazione globale, ha fonti di accesso e scambio di informazioni, notizie, gossip e tanto altro, in tempo reale.
Questi sono tutti aspetti positivi, che rendono queste piattaforme un vero tesoro per connettersi con gli altri, mantenere relazioni con persone lontane, trovare nuovi contatti lavorativi o di amicizia. Come tutte le cose, però, hanno anche un risvolto più oscuro. Molti psicologi, sociologi e altri studiosi, stanno osservando e monitorando il fenomeno, che pare in crescita: la dipendenza dall'approvazione altrui.
Se osserviamo la struttura di queste piattaforme, ci accorgiamo che le vite dei nostri contatti ci scorrono sotto gli occhi 24 ore su 24, 7 giorni su 7, senza nessuna interruzione. Con l'avvento degli smartphone, poi, siamo tutti perennemente connessi. Al di là di questo aspetto, che già di per sé potrebbe suggerire una qualche forma di dipendenza, ci sono studiosi che parlano di “depressione da like”. Ma di che si tratta?

Per un pugno di like

È stato dimostrato che una percentuale molto ampia di persone che sono iscritte a dei social network (Facebook, Instagram, Twitter, per citare i più noti), tende a voler mostrare su queste piattaforme solo la parte migliore di sé. Come se ci costruissimo delle vite parallele, mettiamo sui social frammenti della nostra vita perfettamente confezionati e li spacciamo come fossero spontanei. Se questo è un atteggiamento che può essere comprensibile per dei personaggi famosi, intenti a mostrare ai fan dei momenti della vita privata, in cui comunque devono mantenere certi standard (se così vogliamo chiamarli), il fenomeno si sta allargando a macchia d'olio anche per le persone “comuni”.
Tutti noi tendiamo a voler dare di noi una visione idealizzata, perfezionata, rispondente a dei modelli, per cercare approvazione dalla cerchia di contatti con cui condividiamo pensieri, foto e altro. Questo atteggiamento ci illude di essere liberi, di mostrare ciò che siamo veramente. E invece troppo spesso condividiamo delle foto di luoghi in cui siamo stati – per esempio – più per far vedere che eravamo lì, in quel bel posto rinomato, che per reale voglia di condivisione. Aspettiamo che i nostri contatti reagiscano alle nostre foto, alle parole che postiamo, per sentirci riconosciuti, parte di una comunità, per aumentare la nostra autostima. In questo senso i social network sono diventati addirittura dannosi: se riceviamo poca approvazione, subito pensiamo che in noi qualcosa non vada.
Guardiamo le foto e i profili dei nostri contatti e pensiamo che loro hanno più approvazione, che hanno degli abiti più alla moda e più costosi, delle foto più belle, che fanno delle vacanze più belle delle nostre, che abbiano una famiglia felice con tutti quegli scatti dei bimbi che condividono ogni giorno. Ci sentiamo quasi in competizione, come se dovessimo dimostrare di essere all'altezza, anche se magari degli abiti alla moda o di quella vacanza a noi non importa.
È come se fossimo esposti in una enorme vetrina di confronto continuo con gli altri, in cui scompaiono i problemi quotidiani (perché annoiano gli altri) e restano solo gli scatti patinati. Per avere consensi siamo costretti a uniformarci a degli standard anche se non ci appartengono.


Fermarsi e ricominciare per acquisire consapevolezza

Naturalmente i social network non sono da demonizzare, ma sono strumenti che ci mettono di fronte a una dura verità: siamo disposti a cedere delle parti di noi, della nostra autenticità, per essere accettati. Di conseguenza dovremmo fermarci e riflettere su alcune cose, cominciando da una domanda: quanto ci permettiamo di essere noi stessi?
Anche alla luce di ciò che abbiamo detto, non è affatto una domanda banale. Le risposte che saremo in grado di darci, ci faranno conquistare consapevolezza rispetto a chi siamo davvero e alle nostre priorità. Quanto siamo disposti a lasciarci influenzare dall'esterno, ma soprattutto, quanto pesi il giudizio degli altri perché pensiamo che sia più importante per la nostra reputazione sociale.
Facciamo una prova: immaginiamo una situazione ideale nella quale siamo soli, città deserta, possiamo scegliere di fare davvero ciò che ci pare. Proviamo, quindi, a farci qualche domanda:

  • Cosa ci fa stare bene?
  • Cosa troviamo davvero divertente e interessante?
  • Cosa è motivante per noi, nella vita di ogni giorno?
  • Cosa sappiamo fare davvero e ci piacerebbe fare sempre?
  • Quali abilità ci distinguono dagli altri?
  • Quali valori sono importanti e perché?

Vale anche per le domande al negativo:

  • Cosa non ci piace di noi stessi?
  • Quanto siamo disposti ad ammettere ciò che non ci piace di noi?
  • Perché vorremmo nascondere ciò che di noi non apprezziamo?
  • Cosa non sappiamo fare che invece ci piacerebbe imparare?

Queste sono alcune delle domande che potremmo farci, se guardando le vite degli altri (o meglio, quello che gli altri vogliono mostrarci delle proprie vite) ci sentiamo invidiosi, in competizione, o persino inferiori.

Sì alla libera espressione, no al giudizio

Se ci sentiamo in costante competizione, forse stiamo mettendo da parte qualche priorità, per paura di ammetterla. Forse stiamo addirittura rinunciando a fare qualcosa perché pensiamo che, tanto, non verrà mai bene come all'amica che mette le sue foto su Instagram in cui ci mostra come è brava.
Se è così, la verità è che siamo noi a giudicarci per primi: non siamo abbastanza bravi e allora non vale nemmeno la pena provarci. Temiamo il giudizio altrui perché mette in evidenza esattamente ciò che di noi non ci piace e non siamo, ancora, disposti ad accettare. Nello stesso momento in cui accetteremo e ameremo perfino i nostri "difetti", il giudizio degli altri comincerà a diventare solo un ricordo. Non ci importerà più niente, perché avremo fatto pace col fatto che siamo umani e, per questo, fatti di lati positivi e negativi. La cosa paradossale è che, quando cominceremo a esprimerci per ciò che siamo e a mostrare, anche, le nostre debolezze, saremo più accettati anche dagli altri. Se ci troviamo di fronte a persone che si mostrano perfette, sarà naturale sentire un senso di inferiorità. Al contrario, avere di fronte persone che mostrano i propri difetti, ci farà sentire a nostro agio perché tutti - proprio tutti - li abbiamo.

Parlare di stress è diventato sempre più urgente, perché ci sono studi che lo classificano addirittura come la malattia del secolo. Ecco perché acquisire gli strumenti per fronteggiarlo è la sfida dei giorni nostri. 
Gestire lo stress è diventato quindi un imperativo, anche se non è certo semplice. 
Proviamo, innanzitutto, a darne una definizione: lo stress è uno stato di attivazione psicologica e biologica suscitato dalla presenza di stimoli che siano significativi a livello emozionale per ognuno di noi. Questi stimoli generano in noi una energia che dobbiamo liberare, per compiere le azioni che soddisfino i nostri bisogni. 
Questo significa che possiamo considerarlo in parte positivo (eustress), quando a causa degli stimoli esterni anche intensi, riusciamo ad attivare reazioni che ci portino al raggiungimento di un obiettivo, senza conseguenze negative. Il problema sorge quando abbiamo un bisogno, attiviamo le energie per soddisfarlo, ma non riusciamo a farlo. 
Per fare un esempio pratico, immaginiamo dei corridori ai blocchi di partenza. Lo starter li avvisa, gli atleti raccolgono tutte le energie necessarie nel momento di massima tensione e concentrazione, scattano ma la partenza è falsa e si devono fermare. Non possono, quindi, dar sfogo a tutta la potenza agonistica. Possiamo immaginare un meccanismo simile quando parliamo di stress: non riusciamo a dare sfogo alle nostre energie, per soddisfare un nostro bisogno e nel lungo periodo questo ci affatica.

Cause dello stress

Le cause dello stress sono molteplici perché dipendono da fattori strettamente individuali. Non si può quindi fare una vera e propria classifica, ma è indubbio che tra le fonti più indicate ci siano il lavoro e la famiglia. 
Viviamo un'epoca di grandi cambiamenti sociali, in cui ci vengono richieste prestazioni sempre più performanti in tutti i campi, ma al contempo i fattori di precarietà sono sempre più evidenti. Specialmente in campo lavorativo, al momento attuale non sentiamo parlare d’altro che di precarietà. È evidente che questo continuo stato di incertezza faciliti il senso di preoccupazione e frustrazione. Al contempo, o le famiglie hanno grandi aspettative su di noi e ci mettono pressione anche involontariamente, o siamo noi che a causa di questa precarietà lavorativa ci sentiamo preoccupati nell'ambito familiare. Insomma, sembra il classico caso del cane che si morde la coda. Se pensiamo poi all'alta competizione di alcuni ambienti lavorativi, è facile immaginare come molte persone si sentano continuamente sotto pressione. 
Districare questo groviglio sembra impresa ardua e, in parte, lo è, ma la buona notizia è che non è impossibile. Capita a tutti di avere momenti più pesanti da affrontare, ma il modo per trovare nuovamente un equilibrio c’è. Che riusciamo da soli o con il supporto di un professionista come un counselor e mediatore familiare, l'importante è seguire una serie di passi.


Come capire danni ed effetti?

Facciamo un punto per capire meglio cosa significhi rischiare di avere danni da stress. 
Innanzitutto, non scambiamo dei momenti di grande sollecitazione e di sforzi come qualcosa di irreversibile e dannoso. Può capitare di attraversare momenti in cui dobbiamo affrontare dei cambiamenti impegnativi, che magari ci affaticano. Se riusciamo a recuperare le forze e il riposo mentale e fisico dopo dei periodi intensi, non dobbiamo preoccuparci. 
Il problema dovremmo porcelo se i periodi in cui ci sentiamo sotto pressione sono lunghi e non ne intravediamo la fine, se siamo costantemente preoccupati, ansiosi, suscettibili, stanchi. In questo caso è bene sapere che lo stress prolungato, può causare degli effetti nel lungo periodo. 
Gli effetti dello stress non gestito si vedono a livello emotivo, cognitivo e comportamentale.

  • Effetti emotivi dello stress eccessivo
    Tra i vari effetti emotivi possiamo ricordare un aumento della tensione fisica e psicologica, un'eccessiva preoccupazione per eventuali malattie, un indebolimento dei vincoli emozionali, malumore continuo e una perdita di autostima.
  • Effetti cognitivi dello stress eccessivo
    A livello cognitivo, lo stress prolungato può causare un abbassamento della concentrazione e dell'attenzione, facilità a distrarsi, un progressivo indebolimento della memoria a breve e lungo termine, una maggiore frequenza di errore e una sempre minore capacità organizzativa e di pianificazione
  • Effetti comportamentali dello stress eccessivo
    In ultimo, tra gli effetti comportamentali, possiamo menzionare un aumento dei problemi della verbalizzazione (come, per esempio, la balbuzie), una diminuzione degli interessi e dell’entusiasmo, l’aumento dei consumi di sostanze come alcol, nicotina e altre, un calo generale dell’energia, disturbi del sonno e un aumento di atteggiamenti ostili o cinici verso chi ci circonda (per esempio colleghi, clienti, o anche amici).

Questi sono solo alcuni degli effetti indesiderati che possiamo avere se siamo vittime di stress prolungato e molto forte. Ecco perché è utile provare qualche metodo per poterlo tenere a bada. Vediamo come.


Piccole strategie antistress

In tanti parlano di tecniche antistress, ma prima di metterle in pratica ci sono alcuni passaggi che non sono per niente scontati. 
Ritorna anche qui il tema delle emozioni: quanto ci soffermiamo ad ascoltare (non solo sentire) le nostre emozioni? Cosa ci stanno dicendo? Se siamo tristi, preoccupati, ansiosi, cosa ci fa sentire così? 
Attraverso l’espressione emotiva siamo in grado di capire di cosa abbiamo bisogno. Lo stress deriva dal fatto che non stiamo soddisfacendo un bisogno per noi importante e, nel lungo periodo, divora le nostre energie. Fermarci a sentire di cosa abbiamo davvero bisogno, è il punto di partenza per la nostra personale strategia antistress.
Dopo aver ascoltato emozioni e bisogni, la parola d’ordine è mobilitazione: attivarci per fare qualcosa che cambi la situazione. Non è affatto semplice, perché nei periodi di forte affaticamento siamo soggetti ad apatia e inerzia. Già il fatto che ci mettiamo in moto per provare a disinnescare questa situazione che ci soffoca, è un ottimo punto di partenza. Significa che abbiamo consapevolezza del nostro malessere, anche se non sappiamo dargli un nome o capire come venirne fuori. Per questo è utile rivolgersi a un professionista come un counselor e mediatore familiare. L’esperto di relazione di aiuto può darci supporto per la fase successiva, quella della comprensione. In questa fase sarà necessario chiederci:

  • quali sono gli stimoli disturbanti?
  • cosa bisogna fare perché esercitino meno pressione?

A questo punto, dopo averci riflettuto, possiamo fare un elenco di tutto ciò che ci fa sentire sotto pressione. Un elenco molto dettagliato, che sia in grado di dare una dimensione più concreta possibile a ciò che ci fa male. Per esempio, non basterà dire che la causa di stress è il lavoro, ma è bene esplicitare: un comportamento del capo, l'atteggiamento di un collega, un cliente in particolare che si comporta in modo sgradevole, il fatto che dobbiamo stare troppo tempo nel traffico per raggiungere l'ufficio. Ecco che torna sempre un tema centrale, quello della consapevolezza. Più siamo consapevoli di cosa ci rende sereni e di cosa ci rende irrequieti, più siamo in grado di mettere in atto comportamenti e strategie per stare meglio.

Azioni antistress quotidiane

Ci sono poi altre azioni concrete e buone pratiche, che sono utilissime. 
L’attività fisica è un vero toccasana, perché mette in moto ormoni come l’endorfina e abbassa il cortisolo, cosiddetto ormone dello stress. Se non c’è tempo per iscriversi in palestra, troviamo il modo di andare al lavoro in bici o a piedi, anche solo per un tratto, fare una passeggiata dopo il lavoro o nei weekend. 
Ritagliamoci anche uno spazio per fare esercizi di respirazione, bastano davvero pochi minuti al giorno, possiamo farli ovunque e gli effetti benefici sono pressoché immediati. 
Ma più di tutto cerchiamo sempre di affrontare il problema, non teniamocelo dentro ma condividiamolo. Talvolta anche solo parlarne con amici ci fa rendere conto che anche altre persone hanno una situazione simile e magari possono darci dei consigli, o anche solo empatizzare e farci sentire compresi. Questo è in grado di attivare in noi maggiori livelli di autostima, che ci portano ad avere una visione più lucida e trovare una soluzione. 
Quando tutto questo è difficile farlo da soli – perché sì, non è facile – ci sono i professionisti che possono darci una mano. Counselling e mediazione familiare nascono proprio per dare un supporto a chi non riesce da solo a gestire dei problemi, anche piccoli. 
Gestire lo stress è una cosa importante, da non sottovalutare. Non dobbiamo cadere nell'errore di pensare che siamo troppo deboli perché non sopportiamo sollecitazioni esterne. Dobbiamo invece saper chiedere aiuto senza timori, anche a un professionista, se necessario.

 

Come già abbiamo visto nel corso del tempo, il counselling ha caratteristiche trasversali: è una relazione d’aiuto individuale, di coppia, di gruppo ed è applicabile a tantissimi ambiti. Abbiamo visto cosa sia anche la mediazione familiare, cioè un supporto per le coppie e/o famiglie in conflitto.
Rispetto al passaggio da counselling individuale a counselling di coppia, per noi di Mediare ci sono due questioni fondamentali:

  • cosa cambia da un percorso individuale a uno di coppia;
  • come il counselling di coppia per noi sia equivalente alla mediazione familiare, nel senso che quest’ultima ha un’efficacia molto più evidente se affrontata con gli strumenti del counselling.

Ecco perché consideriamo che siano sostanzialmente coincidenti. Andiamo per ordine.


Dall’individuo alla coppia: come si pone il counselor?

Il primo aspetto da considerare nel counselling di coppia è l’equilibrio che cambia tra l’esperto di aiuto e i clienti. Un conto è affrontare uno specifico tema con una persona che chiede aiuto, un altro è dare supporto a una coppia, quindi a due individui che hanno una relazione che li pone di fronte a dei conflitti.
Nel counselling di coppia e nella mediazione familiare, il counselor di trova di fronte a 3 soggetti:

  • il partner numero 1
  • il partner numero 2
  • la relazione

Considerato questo, vediamo quali elementi sono importanti per il counselor in funzione della coppia.

Accoglienza

Sappiamo già che l’accoglienza dei clienti è uno dei pilastri della relazione di aiuto. Nel caso della coppia, la prima cosa a cui il counselor deve prestare attenzione è il fatto che si presentino entrambi i partner o uno solo dei due, che porta con sé il terzo soggetto, cioè la relazione. Nel caso in cui si presenti solo un partner, il counselor deve informarsi per capire il perché. Già da qui può ricavare informazioni utili a inquadrare il conflitto in seno alla coppia.
Se invece la coppia si presenta assieme, fin dalla fase dell’accoglienza il counselor deve osservare le dinamiche che intercorrono tra i due. Non solo nelle parole che pronunciano, ma anche nel non verbale, negli sguardi e nel modo in cui mettono in atto il conflitto e arrivano a sviscerare il problema che li ha portati a chiedere aiuto.

Equivicinanza e neutralità

Una delle sfide più grandi per il counselor è quella di riuscire a tenere un atteggiamento più neutrale possibile rispetto a entrambi i partner. Il counselor e mediatore familiare sa che l'equivicinanza è molto importante perché anche i clienti avvertano che non propende per nessuno dei due. Si sente vicino a entrambi nello stesso modo ed è aperto ad accogliere le motivazioni di ognuno, ascoltare e interagire con entrambi allo stesso modo. Solo così i partner si sentono accolti e invogliati ad aprirsi al confronto.

Direttività

Sappiamo che il counselling non è direttivo, cioè non dice ai clienti come devono risolvere, cosa devono fare, non dispensa consigli. Usa piuttosto delle tecniche che aiutino il cliente a trovare da solo la soluzione, a ragionare e trovare dentro di sé le risorse.
Quando parliamo di direttività nel counselling di coppia ci riferiamo, però, a come un professionista deve gestire il processo e l’interazione. È importante che lo faccia con un singolo, ma ancora di più quando parla con una coppia. Deve quindi gestire i tempi della comunicazione, assicurarsi che entrambi i partner abbiano sufficiente tempo per parlare, che uno non prevalga sull'altro. Non riuscire a gestire il flusso delle interazioni, rischia di innescare ulteriori conflitti che vanno evitati.

Comunicazione

Il counselor ha un ruolo cruciale nella ristrutturazione della comunicazione nella coppia. Nella maggior parte dei casi, infatti, i partner arrivano da un counselor e mediatore familiare che non riescono più a condividere le proprie emozioni e tante altre cose oppure lo fanno in modo aggressivo e conflittuale. Il risultato è sempre la difficoltà a comprendersi. Un buon livello di comunicazione serve al counselor per ricavare informazioni utili a capire come aiutare la coppia. E serve alla coppia per entrare in contatto nel modo più efficace e funzionale.
Per questo motivo il counselor deve osservare qual è il livello di comunicazione della coppia, per sapere come instradarla a ritrovare un buon equilibrio, una condivisione e un riconoscimento emotivo reciproco.

Empatia

Altro concetto chiave del counselling, tanto più valido nella coppia, è l’empatia. Il counselor deve mostrarsi empatico con entrambi i partner perché anche loro imparino a esserlo tra loro.
Ricordiamoci che molte volte non facciamo qualcosa per il semplice motivo che non sappiamo come si fa. L’empatia sentita e mostrata dal professionista favorisce l’apertura dei partner alla comunicazione verso il counselor e mediatore familiare, ma soprattutto reciproca. Se uno dei due si mostra empatico verso l’altro, automaticamente favorisce la sua condivisione, apertura e voglia di condividere.


Modello sistemico

Da tempo lavoriamo perché la pratica sia prevalente rispetto ai modelli. Vogliamo che i modelli siano un riferimento importante, ma non che imbriglino il nostro lavoro coi clienti. Per questo preferiamo non soffermarci troppo sui modelli, ma ricavare dall'esperienza quanto di più utile per affrontare le diverse situazioni. È vero però, che i riferimenti teorici ci tornano utili in alcuni casi e in alcuni ambiti.
A questo proposito, specialmente nella relazione di coppia, è importante pensare a cosa ci dice il modello sistemico: ognuno di noi è inserito in un contesto, in un sistema. Se una parte di questo sistema cambia, anche noi siamo costretti a cambiare.
Facciamo un esempio: una coppia arriva da un counselor e mediatore familiare e uno dei partner sostiene di non sentirsi compreso dall’altro. Questo è un fattore che determina il conflitto.
Un buon professionista si accerta prima di tutto di una cosa: il partner che non si sente compreso, comunica all’altro in maniera efficace? Se non lo fa, è facile che poi non si senta compreso, perché non sta comunicando i propri bisogni, che non potranno quindi essere compresi e soddisfatti dall’altro. Quando, invece, comincia a comunicare chiaramente con il partner, questo sarà costretto a cambiare il suo atteggiamento e venire incontro alle richieste, facendo scomparire pian piano le incomprensioni.
Ecco perché usiamo il concetto di costringere: un comportamento ne innesca un altro conseguente, perché i partner sono connessi in un sistema in cui se cambia una parte, cambierà anche l’altra.


Counselling di coppia e mediazione familiare

Alla luce di tutto ciò che abbiamo detto, ci sembra giusto concludere soffermandoci sulla correlazione che per noi c’è tra mediazione familiare e counselling di coppia.
La diversa denominazione è data dal fatto che il counselling di coppia interviene sulle coppie in conflitto, che decidono di continuare la relazione. La mediazione familiare, invece, è quella che lavora con le coppie in fase di separazione.
Ciò che le accomuna è l’attenzione alla relazione futura dei partner. Al professionista non interessa che la coppia resti unita o si separi, perché la decisione spetta unicamente alla coppia stessa. Importa, piuttosto, che sappia gestire il rapporto in entrambi i casi. Counselling di coppia e mediazione familiare hanno entrambi l’obiettivo di sostenere le coppie senza interferire con il contenuto della decisione.
Per questo, da quasi 20 anni, Mediare lavora nella mediazione familiare con gli strumenti del counselling, più precisamente quelli del counselling di coppia. Cambia il nome ma non la sostanza: usiamo le stesse leve nella gestione del conflitto, con risultati eccellenti.
Riuscire a ristabilire una buona comunicazione nella coppia, anche in una fase critica come una separazione, non solo è possibile, ma è vitale perché la negoziazione sia efficace. Riuscire a rimettere in contatto empatico i partner dopo una forte crisi, è fondamentale perché riescano a comprendersi e trovino l’equilibrio ottimale.
Crediamo molto nel nostro metodo, perché i risultati ci danno ragione e ci confermano che riusciamo ad aiutare tantissime coppie anche nei momenti più difficili.

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