Proseguiamo a raccontarvi Mediare da "dietro le quinte" grazie alla preziosa testimonianza di Emanuela. Ha sentito l'esigenza di comprendere meglio se stessa e acquisire strumenti utili a migliorare le sue relazioni, in primis familiari. Questi stessi strumenti le sono stati utilissimi anche nel suo delicato lavoro di infermiera pediatrica, per gestire le relazioni coi pazienti e i loro familiari. Oggi è anche una nostra tutor e ci racconta la sua intensa esperienza.


Ciao Emanuela, prima di cominciare ti ringraziamo per averci dedicato il tuo tempo. Cominciamo con le domande, per conoscere la tua esperienza con noi. Perché hai deciso di frequentare il Master in counselling e mediazione familiare di Mediare?

Io, come altri ex allievi, ho cominciato il mio percorso di counselling in un'altra scuola. Lì ho conosciuto Franco Pastore, che ci ha tenuto alcune lezioni. Da subito sono rimasta affascinata dai suoi argomenti e soprattutto dal suo modo di centrare subito la questione. Il suo metodo trova il nocciolo del problema in tempi molto rapidi e questo è un grande vantaggio che mi ha colpito molto.
Mi piaceva non solo per lavorare sulla mia coppia, ma soprattutto per il lavoro che faccio. Io ho a che fare coi bambini e coi loro genitori: mi serviva un metodo per affrontare al meglio queste situazioni. Per questo ho scelto di finire il mio percorso qui a Mediare, che è specializzato in gestione della coppia. Alla fine dell'ultimo anno mi hanno chiesto se avessi voluto fare la tutor. In questo modo posso seguire i nuovi allievi grazie alla mia esperienza e, in parallelo, approfondire qui un percorso cominciato altrove.
Mi è servito moltissimo sul piano personale, oltretutto, perché nel mentre io ero diventata mamma e il piano personale e professionale si stavano sovrapponendo. Avevo cominciato ad avere un coinvolgimento emotivo "ingombrante" sul lavoro e questo stava erodendo tutte le mie energie emotive. Dovevo lavorarci in qualche modo, per il mio bene e per quello dei pazienti.
A Mediare si lavora in modo profondo sul piano personale, perciò ho scelto di fare questo percorso. Mi è servito su di me e riesco anche a restituirlo alle persone che ho di fronte ogni giorno.

Quali sono le cose che più ti porti dietro di questa esperienza?

La prima cosa a cui penso è il modo in cui siamo seguiti.
Per scelta, Mediare accoglie un numero minore di allievi rispetto ad altre scuole di formazione. Il motivo è che vogliono seguire il percorso di ognuno, fin nel dettaglio. Questo fa sentire anche noi allievi più coinvolti e molto motivati a dare il meglio. Sappiamo che in ogni lezione e laboratorio abbiamo spazio e dobbiamo monitorare i nostri progressi. Questo, per me, è un grande plus di questa esperienza.
Il lavoro che fai è su di te e sulla coppia, cosa molto importante. Un'evoluzione personale deve essere inserita anche nel contesto di coppia e sapere come farlo, tramite gli strumenti acquisiti con Mediare, è molto importante perché non ci siano scossoni, ma anzi, un miglioramento.
La vita è dinamica, dobbiamo essere preparati a gestire i cambiamenti, a rispettare ciò che siamo veramente nelle diverse fasi della vita, a mettere in prospettiva i bisogni che abbiamo. Se penso alla mia storia personale, per esempio, io e mio marito stiamo insieme da tanti anni, prima eravamo una giovane coppia, poi nel tempo sono arrivati 3 figli, tutti e due lavoriamo tutto il giorno. Le responsabilità sono cresciute esponenzialmente e sono cambiate nel tempo. Per ovvie ragioni, anche noi siamo cambiati e il punto è proprio questo: ritrovare l'equilibrio a ogni cambiamento. Se hai gli strumenti per farlo diventa tutto meno pesante, anche quando sembra più difficile.

Cosa è cambiato nella tua vita e nella percezione degli altri, grazie a questo Master?

Per me è come se all'inizio del percorso avessi una benda spessissima sugli occhi. Man mano che andavo avanti è come se questa benda si assottigliasse sempre più, mostrando gradualmente la realtà per come è. Alla fine è come se fossi riuscita ad aprire gli occhi, dopo aver elaborato tanti aspetti ed esperienze, piano piano. Come se ci fosse di volta in volta una nuova consapevolezza su cui poi costruire la prossima. Anche per questo gli incontri sono una volta al mese, così che tutti abbiamo modo di interiorizzare le consapevolezze apprese. Dopo ogni incontro provi a metterti in gioco rispetto all'argomento affrontato. Delle volte è più semplice, altre meno, ma sei spinto a provare sempre.
Con un'altra metafora, è come se il cambiamento cominciasse sotto forma di un sentiero. All'inizio il cambiamento è poco visibile, come fossero passi in mezzo all'erba. Un percorso che sembra poco delineato, ma andando avanti diventa un sentiero sempre più chiaro, fino a diventare proprio una strada senza erbacce a confonderti sulla direzione che prendi, ma definito ed evidente.
Cambiando il modo di percepire te stesso, cambi il modo di relazionarti agli altri. Se io sento il bisogno di sentire un'amica, ora non aspetto più che sia lei a chiamarmi, per esempio. Il bisogno è il mio e lo esprimo, la cerco, le vado incontro, mi apro.
Mi sono allenata a sentire i segnali del mio corpo. Se determinati rapporti mi causano anche dei sintomi fisici (mal di testa, mal di stomaco, ecc.) sono segnali che qualcosa mi mette a disagio. Li ascolto, li comprendo, poi li elaboro e trovo il modo di dare una direzione diversa a quei rapporti, perché siano migliori per me.

Chi è Mediare per te, se fosse una persona?

Se fosse una persona la descriverei come una persona che non ti giudica, accogliente e aperta. Una persona che ti dice delle cose che ti trasmettono calma, serenità e che ti dà anche delle dritte. Quasi materna, che esprime amore e cura.
Forse perché queste sono le caratteristiche di Franco e di Paola (Pastore, counsellor, mediatrice familiare, esperta nella conduzione dei laboratori esperienziali, ndr), che sono i cardini di Mediare.

Quanto ti è stata utile la parte esperienziale?

Fondamentale. Questo Master si differenzia dagli altri proprio per l'intensità delle esperienze fatte nei laboratori. Avendo fatto anche dei corsi altrove, ho apprezzato molto questo aspetto. Il motivo è quello che dicevo prima, il numero di allievi per ogni classe ha un tetto. Questo poi si traduce nell'essere davvero coinvolti nei laboratori, nelle esperienze, sei proprio molto motivato a lavorare su di te, con gli altri, senti la responsabilità. Inoltre, anche se non fai un lavoro direttamente su di te ma magari è un tuo compagno di corso che porta un suo problema, ci si lavora insieme e comunque tocca delle parti di te. Perciò il lavoro è costante e questo è possibile grazie al numero contenuto di persone: tutti lavoriamo sempre su noi stessi, sugli altri e con gli altri. L'essere pochi fa sì che sia più facile entrare in intimità, costruirla e mantenerla nel tempo. Questo permette a tutti un grande miglioramento.
L'attenzione all'ambiente, poi, qui è molto evidente. C'è una stanza dedicata ai laboratori esperienziali che è rilassante, accogliente e non è per niente un aspetto da sottovalutare.

Cosa ti aspetti da Mediare, dopo aver finito il Master? Per esempio, ulteriori iniziative, confronti, ecc.

In realtà non sono uscita dal Master aspettandomi qualcosa. Al massimo mi aspettavo di essere io in grado di usare gli strumenti acquisiti, cosa che sta accadendo.
Forse posso dire ciò che lì per lì non mi aspettavo, cioè che mi chiedessero di fare la tutor. Per me è stato un onore. Nonostante il mio lavoro molto impegnativo, un marito medico e spesso in giro per il mondo per congressi e conferenze, tre figli da seguire, ho accettato. Sicuramente è un modo per continuare a tenere un legame professionale stretto, data la frequenza degli incontri. Oltre che una continua crescita personale.

I nostri ex allievi sono tanti e tutti hanno una bellissima storia da raccontare sull'esperienza dei corsi Mediare. Abbiamo incontrato Alessandra, insegnante, counsellor e mediatrice familiare. Dopo aver fatto il corso con noi, è attiva nello sportello di counselling aperto da una collega nella scuola dove insegna, per dare supporto ai ragazzi anche fuori dall'aula.
Ci racconta quanto e come è cambiata la sua vita dopo il Master, leggiamola insieme.

Ciao Alessandra e grazie di essere qui con noi a raccontarci la tua esperienza. Cominciamo con le domande.
Perché hai deciso di frequentare il Master in counselling e mediazione familiare di Mediare?

Ciao a tutti, sono contenta di poter raccontare la mia esperienza.
Dunque, per cominciare: non ho deciso facilmente, anzi, all'inizio ero molto indecisa. Mi è stato consigliato il corso da chi lo aveva già fatto e mi diceva che per me sarebbe stato un ottimo percorso, soprattutto a livello personale. Certo, avrei anche acquisito strumenti per la mia professione di insegnante, ma diciamo che il consiglio mi è stato dato più come percorso personale. Dicevo, ero talmente indecisa che, infatti, ho cominciato dal terzo incontro del primo anno, non subito.
Non avevo un'esigenza specifica - almeno all'apparenza, ma sapevo che sarebbe stato un percorso sia personale che professionale, come infatti è stato.

Quali sono le cose che più ti porti dietro di questa esperienza?

Di certo le tantissime lacrime che ho pianto. Che detto così sembra terribile, in realtà mi hanno davvero aiutato a sbloccare qualcosa, ho imparato a lasciare andare come non avevo mai fatto. Mi sono proprio tolta dei sassolini molto dolorosi.
Come se avessi fatto pulizia, mi porto dietro un nuovo mondo e un nuovo modo di vedere le cose. Mi approccio agli altri in maniera molto diversa rispetto a prima. Questo è positivo, ma ha anche il suo risvolto - se vogliamo - negativo: in tanti sono entusiasti dei miei cambiamenti in meglio, altre persone invece è come se non mi riconoscessero, mi guardano come per dire: "ma tu chi sei?". Significa che il cambiamento è evidente.
Poi, senza dubbio, gli affetti e tante nuove relazioni di amicizia. In un percorso così intenso si formano legami davvero forti, che durano anche dopo.

Cosa è cambiato nella tua vita e nella percezione degli altri, grazie a questo Master?

Tutto, davvero tutto. Per farti un esempio, stamattina ho visto Franco (Pastore, direttore scientifico di Mediare, ndr) e mi ha detto: "ah eccola, la mia ex piagnona" e ci siamo fatti una risata. L’avermi definito "ex" significa che quel momento in cui io mi sono liberata di tante lacrime ha determinato come sono adesso, sono una persona diversa, nuova. Ci sono persone che mi conoscono da anni che mi dicono chiaramente che sono cambiata in tutto, in senso positivo. Io prima ero molto chiusa, facevo fatica a parlare di me. Adesso, al contrario, sono quasi senza filtri! Forse devo lavorare su un maggiore equilibrio in questo senso, ma di certo so che ora vivo meglio.
Ora vedo che gli altri mi guardano con occhi diversi: è come se prima non mi vedessero, perché io mi nascondevo e facevo di tutto per passare inosservata. Adesso, al contrario, sono molto più aperta e anche gli altri lo percepiscono e si comportano di conseguenza. Ho cambiato io la percezione degli altri e, per questo, gli altri hanno cambiato percezione di me.
Il percorso è stato lungo, ma i risultati li sto vedendo e continuo a lavorare su di me.

Chi è Mediare per te, se fosse una persona?

Ah, difficile dirlo. Diciamo che io associo Mediare alla persona reale che è Franco Pastore. Quindi ti direi una persona educata ma senza filtri, che se ha da dirti qualcosa te la dice per il tuo bene. Una persona con un modo di fare che sa insegnarti a essere te stesso.

Quanto ti è stata utile la parte esperienziale?

Al 100%. Più che la conoscenza teorica, che è la base e ci vuole, senza dubbio, il vero cuore del corso è la parte esperienziale. Mi ha proprio insegnato a lasciarmi andare, a lasciar scorrere e correre quando era necessario.
Alcune esperienze mi sono rimaste molto impresse, proprio a significare che sono momenti che rimangono dentro. Ricordo una del primo anno, in cui l'esercizio iniziale consisteva in una visualizzazione. Io ricordo che avevo visualizzato un lupo e ancora adesso, quando vedo un lupo, la mia mente torna lì. In un certo senso, rivivo quel momento, perché mi ha segnato molto. Ce ne sono anche altre che mi ricordo bene e mi piace questo. Quando ci torno con la mente, ci lavoro di nuovo e le vivo con le consapevolezze di adesso. Come se vedessi il percorso del mio cambiamento e potessi continuare a "esercitarmi" per migliorare ancora.

Cosa ti aspetti da Mediare, dopo aver finito il Master? Per esempio, ulteriori iniziative, confronti, ecc.

Mah, non ho delle vere aspettative. Sta procedendo in un modo che mi piace molto, c’è sempre un confronto e un contatto diretto, quindi non mi aspetto nulla di diverso. Per esempio, insieme alla mia collega che ha creato lo sportello di ascolto e counselling a scuola, ci dedichiamo ai ragazzi anche fuori dall’aula. Mi piace molto e anche se ho dei dubbi o mi serve un parere su un intervento da fare, so che qui trovo sempre un confronto aperto e affidabile.

Le emozioni che proviamo sono in parte innate, in parte scaturiscono dal contesto sociale in cui siamo inseriti. Insieme a poche altre, la rabbia è individuata tra le emozioni primarie, cioè quelle innate, individuabili fin dalla nascita in tutte le società del mondo.
Abbiamo già parlato delle emozioni e di quanto sia importante riconoscerle, esplorarle, sfogarle. I nostri stati emotivi parlano di noi, delineano chi siamo e come reagiamo alle situazioni che viviamo ogni giorno. Ciò vuol dire che anche i nostri problemi sono legati a doppio filo con le emozioni che proviamo.
Cosa ci provoca rabbia? Riusciamo a gestirla o ci facciamo travolgere? Possiamo considerare la rabbia come un’emozione positiva?

 

Rabbia positiva e rabbia negativa: a cosa ci serve quest’emozione?

Proviamo a dare una definizione di cosa sia la rabbia.
L'ira o rabbia, come più comunemente la chiamiamo, è una reazione emotiva a condizioni o situazioni avverse. Ci sono diversi livelli che corrispondono a una reazione più o meno plateale. La rabbia, infatti, non si manifesta solo in modo violento, ma anche con comportamenti e atteggiamenti più o meno aggressivi.
Quando sentiamo una minaccia, un pericolo, o pensiamo di essere vittime di ingiustizia, la nostra reazione può essere rabbiosa. Possiamo quindi iniziare a comprendere a cosa ci serve questa emozione: difesa, tentativo di preservare la soddisfazione dei nostri bisogni quando crediamo sia minacciata. Ha a che fare con l'istinto di autoconservazione, ha una funzione adattiva in principio.
Le persone con cui tendiamo ad arrabbiarci di più sono quelle a cui teniamo e che ci stanno vicine (familiari, amici, colleghi, compagni di squadra) perché magari deludono le nostre aspettative. Il fatto che siano persone che conosciamo e ci conoscono bene, ci fa pensare che non dovrebbero mai deluderci o fare qualcosa che possa ferirci.
Le nostre reazioni possono essere più o meno intense, come dicevamo, e possiamo provare a dare loro un connotato positivo e uno negativo.
La rabbia può essere considerata positiva quando ci consente di manifestare un disappunto per un comportamento o una situazione che mette in pericolo il rapporto con una persona o un gruppo di persone. Per esempio, un comportamento del partner che nuoce all'equilibrio della relazione. O il comportamento di un figlio che mina il rapporto di fiducia col genitore. O ancora, un collega che si comporta in maniera per noi poco corretta. Scatta una sorta di difesa, che ci permette di affermare che il comportamento o l'atteggiamento del partner, figlio o collega, mina la relazione di fiducia e l'equilibrio del rapporto. Il rovescio della medaglia è la componente negativa della rabbia: se espressa con troppa veemenza e senza freni inibitori, può mettere a dura prova le nostre relazioni.
Immaginiamo che il nostro partner abbia fatto qualcosa che non ci fa stare bene, magari più di una volta. Se è una cosa che ci fa soffrire, che ci fa sentire sminuiti, che può compromettere il rapporto, certamente è bene dirlo. Anche in maniera decisa, certo. Capita, però, che esprimiamo il nostro disappunto in maniera esplosiva, alzando il tono della voce, usando frasi o parole molto taglienti se non offensive, o peggio. Se da una parte è giusto e positivo comunicare cosa non va, al contempo potremmo far caso a come lo comunichiamo, per non compromettere ulteriormente la qualità della nostra relazione.
Sì, ma come si fa?

Se non controlli la tua rabbia, un counsellor può aiutarti

Tra i vari problemi che un counsellor aiuta a risolvere, c'è anche quello della migliore veicolazione delle proprie reazioni ed emozioni. Il counsellor è un esperto di aiuto, non di un problema particolare, ma del processo da mettere in atto per risolverlo.
Ecco perché, se un cliente esprime l'esigenza di riuscire a riconoscere e gestire la propria rabbia, può aiutarlo. Il compito del counselling non è quello di indagare nel profondo come farebbe la psicoterapia, ma è quello di aiutare a risolvere il problema contingente con gli strumenti che il cliente stesso ha a disposizione. Un buon counsellor cerca il modo di far diventare un'emozione come la rabbia, funzionale alla relazione del suo cliente.
Il primo passo da fare è quello di capire come trasformare questa rabbia in una comunicazione efficace. Il processo di counselling mette il cliente in grado di analizzare autonomamente il meccanismo che innesca la reazione veemente e l'emozione che prova. Le risorse che già possiede, ma non riesce a usare, verranno stimolate e attivate perché la reazione rabbiosa sia quanto più positiva possibile. Il counselling favorisce l'assertività, l'espressione dei bisogni in modo deciso, argomentato e motivato, ma non scortese o, peggio, rabbioso.
Importanti studi condotti sull'autocontrollo, dimostrano come questo si possa allenare. Esattamente come un muscolo, possiamo allenare la nostra capacità di reazione anche negli stati emotivi che ci causano frustrazione o dolore. Non si tratta di reprimere o eludere le proprie emozioni, in questo caso la rabbia, quanto di elaborarle ed essere più consapevoli rispetto alla nostra reazione. Il counselling può aiutarci a rendere una reazione rabbiosa in qualcosa di costruttivo e non distruttivo. Saper affrontare le nostre emozioni con consapevolezza ci mette in grado di poterlo fare anche con i problemi e le difficoltà quotidiane, piccole o grandi che siano. È solo una questione di allenamento, costante e possibile.

Negli ultimi tempi si parla tanto di essere multitasking e si sono aperte molte discussioni in merito: è un vantaggio o un danno?
Innanzitutto, diamo una definizione al concetto di multitasking. Oltre che una caratteristica tecnologica, questa parola viene utilizzata anche per descrivere l'atto di compiere più azioni contemporaneamente, svolgere più compiti nello stesso momento.
Una particolare attenzione è stata posta sull'uso di dispositivi elettronici come smartphone, tablet e computer, mentre facciamo altre cose: guardare la tv, leggere, ascoltare musica, lavorare. Gli studi recenti dimostrano, infatti, che la percentuale di persone che usa smartphone e tablet mentre fa altro, è in continuo aumento. Idem per lo svolgimento di tante altre azioni e compiti, che vengono portati avanti contemporaneamente.
Tutto questo comporta un sovraccarico cognitivo e, secondo diversi studi, perfino aumento degli stati ansiosi e depressivi. Disperdiamo energie o le convogliamo in comportamenti e stati negativi.
Ma come siamo arrivati ad essere sempre più vittime di questo comportamento?

La paura di non riuscire a fare tutto ci fa fare troppo

Per descrivere l'ansia e la paura di non riuscire a fare tutto e di rimanere esclusi, è stato coniata perfino un'espressione e un suo acronimo: FOMO. Letteralmente sta per fear of missing out, che in italiano possiamo tradurre come paura di perdersi qualcosa.
In questo, senza dubbio alcuno, sono complici le nuove tecnologie, internet e i social media, che in ogni momento ci mostrano le vite degli altri. O meglio, quello che gli altri ci vogliono mostrare delle proprie vite, che sembrano sempre così piene e interessanti.
Attenzione: non intendiamo additare le nuove tecnologie come le uniche responsabili di questo fenomeno, anche se per certo aiutano a diffondere la spinta continua e costante a voler sempre essere al passo con gli altri. Sappiamo già come siamo condizionati dalle azioni degli altri, perché non siamo separati dal resto del mondo ma persone in continua relazione con le altre, in un sistema. Tendiamo a innescare molto facilmente un confronto che ci porta a pensare di essere mancanti rispetto a quello che fanno gli altri e, quindi, a voler fare sempre di più. Il tempo che abbiamo a disposizione è sempre lo stesso e per questo dobbiamo sovrapporre diverse azioni, se vogliamo riuscire a fare tutto.
Inoltre, le tecnologie hanno facilitato e velocizzato molti compiti e, per questo, anche sul luogo di lavoro finiamo per pretendere che tutte le azioni siano svolte sempre più velocemente. Se sommiamo tutto questo al fatto che l'orario di lavoro si è allungato in nome della produttività sempre crescente e della complessità del mondo che ci circonda, il tempo per noi si riduce ancora di più. Facciamo la spesa mentre controlliamo l'email, guidiamo la macchina e mandiamo un messaggio al partner o al collega, guardiamo la tv e nel mentre leggiamo le pagine Facebook dei nostri amici.
Tutto questo non solo ci affatica e ci fa disperdere una grande quantità di energie, ma nuoce alla capacità di concentrarci, con effetti potenzialmente gravi nel lungo termine. Gli studi in corso stanno cominciando a evidenziare livelli di attenzione sempre più bassi, tanto che leggere un libro per più di pochi minuti, per molte persone comincia a essere un'attività impegnativa. Gli stessi studi, tra cui quelli del Center for Brain Health dell'Università di Dallas (Stati Uniti), evidenziano perfino un aumento del livello di cortisolo, il cosiddetto ormone dello stress, nei soggetti che conducono una vita improntata al multitasking.

Ci serve davvero essere multitasking? La scelta sta a noi

Come già abbiamo detto tante volte nei nostri articoli, non siamo certo fautori della bulimia di azioni. Il counselling e la mediazione familiare sono interventi che mirano alle azioni, al concreto, ma con un approccio ben diverso. Proprio per questo ci sembra molto importante soffermarci su un argomento come questo.
Ci sono situazioni in cui non dipende da noi fare più cose contemporaneamente. Un'urgenza sul lavoro o un contrattempo in famiglia, per esempio, sono casi in cui è possibile che dobbiamo attivarci su più fronti. Devono però essere delle eccezioni e non diventare il nostro stile di vita abituale. Sono, appunto, urgenze o contrattempi.
Il counselling e la mediazione familiare lavorano proprio sul saperci fermare, saperci ascoltare, saper sentire sensazioni ed emozioni, saper ascoltare i nostri bisogni che premono e ci chiedono di essere soddisfatti. Possiamo anche essere in grado di guidare e parlare al cellulare, per esempio, ma qual è il nostro livello di attenzione su entrambe le azioni? Senza dubbio è minore che se portassimo avanti le azioni separatamente, non per una nostra mancanza, ma perché il nostro cervello è strutturato per fare una sola cosa alla volta. Ne deriva che tutto ciò che noi sentiamo, le nostre esperienze e il modo di vedere il mondo, sono modellate su questo e fare troppe cose contemporaneamente non ci fa stare bene.
L'abitudine a fare tante cose assieme, rischia di diventare uno stile di vita anche quando non c'è bisogno. Non ci rendiamo più conto che ci stiamo perdendo qualcosa, ci stiamo abituando ad assaporare sempre meno i momenti che passiamo coi nostri cari, con gli amici, col partner, perché siamo troppo distratti e non più abituati a fare una cosa per volta.
Quando ci troviamo di fronte ai clienti, il percorso che facciamo insieme è proprio quello di soffermarci sugli stati emotivi, su dei fatti avvenuti che non sono stati metabolizzati, proprio perché siamo sempre tutti troppo impegnati a fare tante cose, una insieme all'altra. Non ci prendiamo mai il tempo di fermarci, riflettere, respirare, sentire come stiamo. Come se avessimo paura di restare fuori dalla cerchia di amici, dalla benevolenza del capo in ufficio, come se dovessimo sempre soddisfare aspettative più alte da parte degli altri.
Come ci fa stare questo?
Come ci sentiamo ad abituarci a questo ritmo, a essere risucchiati da questo vortice continuo di azioni?
Vale la pena chiederselo e, soprattutto, essere franchi nella risposta. La scelta di come vogliamo indirizzare la nostra vita dipende solo da noi, anche se la strada che scegliamo è - apparentemente - quella meno battuta e più difficile: potrebbe essere proprio quella che ci fa stare bene.

Riuscire a definire cosa siano esattamente le emozioni è impresa complessa. Nel tempo sono state classificate come risposte comportamentali, altre come risposte fisiologiche, altre ancora come risposte espressivo-motorie, infine come risposte a sensazioni. E se fossero l’insieme di tutto questo? 
Oggi si tende a definire le emozioni come un processo più che uno stato. Un processo fatto da diversi componenti, che ha dei confini temporali limitati e definiti e risponde a diverse esigenze. Si distinguono quindi dall’umore e dalla emotività, che sono rispettivamente uno stato con durata più lunga nel tempo e un tratto di personalità più o meno stabile. 
Oltre le definizioni, ciò che ci dovrebbe interessare tutti è imparare a dare un nome alle emozioni e riconoscerle. Il counselling e la mediazione familiare danno largo spazio alla sfera emozionale, perché la ritengono una parte di noi fondamentale. Counselor e mediatori incentivano i clienti a riconoscersi tramite le emozioni che provano, a dar loro un nome, sentirsi liberi di viverle e farne tesoro. 
Il dibattito continua a essere aperto, possiamo però dire che c’è una classificazione delle emozioni che possiamo ritenere indicativa, perché accomuna tutti gli esseri umani. Parliamo delle emozioni primarie. .

 

Tutti siamo in grado di provarle: le emozioni primarie

Paul Ekman, psicologo statunitense, ha condotto degli studi che sono arrivati a classificare le emozioni provate da tutti gli esseri umani del mondo, senza distinzione di cultura, stato sociale, civilizzazione, religione o qualsiasi altro elemento. Oltre la classificazione in sé, il dato importante che emerge è che sono innate in ognuno di noi e non frutto di convenzioni sociali o altre sovrastrutture. 
Le emozioni primarie sono 6:

  • Rabbia: quando la frustrazione per qualcosa si trasforma in aggressività;
  • Paura: risponde all’istinto di salvarci in una situazione di pericolo;
  • Disgusto: quando proviamo repulsione verso qualcosa o qualcuno;
  • Sorpresa: quando accade un evento inaspettato, a cui segue felicità o paura;
  • Felicità: quando siamo soddisfatti per aver realizzato i nostri desideri;
  • Tristezza: a seguito di una perdita o di un obiettivo non raggiunto.

Tutte le altre sono dettate da educazione e struttura sociale nella quale viviamo. Per questo, in alcune zone del mondo, esistono delle emozioni che altrove non sono classificate come tali e non considerate rilevanti. Sono legate al costrutto sociale di un determinato luogo, alla sua cultura. Questo è un ulteriore fattore che rende difficile definire con esattezza cosa siano le emozioni e soprattutto quali siano.
Viene da chiedersi, a questo punto, perché proviamo emozioni? A cosa ci servono?

Il filtro per capire le nostre priorità

Abbiamo capito che le emozioni sono innate, almeno una parte di esse. Ciò vuol dire che è quasi automatico provarle, ma è bene sottolineare che provare rabbia, felicità, tristezza, ecc. ci costa energia. Ma allora, perché proviamo emozioni che sono così costose per il nostro organismo? 
Al di là delle diverse interpretazioni, il dato oggettivo esiste e dipende dalla struttura del nostro cervello. Qualsiasi stimolo che riceviamo dall’esterno, viene recepito per prima cosa dal cosiddetto cervello rettiliano. È la zona più profonda del nostro cervello, e raccoglie le sensazioni per attivare delle reazioni fisiologiche. Per esempio, se sentiamo freddo il nostro organismo comincia a pompare più sangue per aumentare la pressione. Non ha a che fare quindi con un’elaborazione, ma con un meccanismo fisiologico di domanda - risposta. 
Rapidissimamente, ciò che passa dal cervello rettiliano è trasmesso alla zona di mezzo del nostro cervello, quella che ci restituisce ciò che noi chiamiamo emozione. È opportuno ricordare che emozione deriva dall’etimologia latina e-movère, che letteralmente significa portare al di fuori. Ci suggerisce quindi che è una tendenza all’azione, una reazione a un impulso esterno. Se ci troviamo in un bosco e sentiamo dei rumori tra i cespugli, probabilmente proveremo paura e avremo una reazione di allontanamento per salvarci. In quel momento non siamo comunque in grado di capire il motivo di quella emozione e, di conseguenza, dell’azione che ci provoca. Le persone intorno a noi sono in grado di capire subito la nostra reazione, vedendoci, ma perché noi la comprendiamo è necessario un altro passaggio. 
Il processo di elaborazione avviene quando le informazioni passano alla nostra corteccia cerebrale. Questa è la fase in cui da emozione passiamo a sentimento, in cui la corteccia ci mette in grado di comprendere il contenuto dell’emozione provata. Capire la reazione allo stimolo significa mettere a fuoco il bisogno a cui rispondiamo. Per questo è il momento che ci serve per capire di più di noi stessi, per soffermarci e chiederci come ci siamo sentiti, che sensazione ed emozione abbiamo provato come risposta a un determinato evento. Questo e solo questo è il modo per comprendere cosa è importante per noi, il nostro personale filtro che ci restituisce le nostre vere priorità. 
Per questa ragione questo è il livello su cui lavorano il counselling e la mediazione familiare: l’obiettivo è renderci consapevoli delle nostre emozioni come mezzo per conoscerci meglio. Conoscendo le nostre emozioni possiamo arricchire la nostra esperienza e avere una maggiore conoscenza dei nostri meccanismi interni, di chi siamo veramente.

 

L’intelligenza emotiva come arma di consapevolezza

Non siamo sempre incoraggiati a fermarci per sentire cosa ci dicono le nostre emozioni. Proprio perché prenderci tempo per ascoltarci non è cosa da poco, dovremmo chiederci più spesso come ci sentiamo. Ogni emozione ha una sua funzione adattiva, cioè ci serve per l’adattamento al contesto e alle situazioni che viviamo. Non si tratta quindi di una parte effimera di noi, ma di una sfera che ci ha permesso di evolverci e far sopravvivere la specie. 
Avere consapevolezza delle nostre emozioni significa saperci comportare nella società in cui viviamo, conoscere i nostri limiti e i nostri punti di forza, per affrontare al meglio la complessità che ci circonda, guidati dalla nostra intelligenza emotiva. 

Raggiungere i nostri obiettivi grazie alle emozioni

Secondo Daniel Goleman, l’intelligenza emotiva è “… la capacità di motivare se stessi, di persistere nel perseguire un obiettivo nonostante le frustrazioni, di controllare gli impulsi e rimandare la gratificazione, di modulare i propri stati d’animo evitando che la sofferenza ci impedisca di pensare, di essere empatici e sperare.”.

L’intelligenza emotiva è un insieme di 5 competenze fondamentali:

  • Consapevolezza: quando siamo capaci di riconoscere un sentimento. È un’attenzione alla propria esperienza che ci permette di gestire meglio le situazioni della vita.
  • Autocontrollo: quando controlliamo i nostri sentimenti positivi o negativi, in modo che siano in equilibrio tra loro e appropriati alla situazione.
  • Motivazione: quando sappiamo gestire le nostre emozione al fine di raggiungere un obiettivo per noi importante.
  • Abilità sociali: quando riusciamo a comprendere le dinamiche che legano le persone che ci stanno intorno, grazie ad altre due competenze come empatia e autocontrollo.
  • Empatia: quando siamo in grado di leggere le nostre emozioni e, di conseguenza, quelle degli altri. In questo modo siamo in grado di stabilire un contatto più profondo con chi ci sta intorno e relazioni migliori.

Coltivare tutte queste competenze è ciò che ci farà entrare in contatto con noi stessi, capire i nostri reali bisogni, capire le relazioni che ci circondano e per questo, essere capaci di raggiungere i nostri obiettivi. 
Il counselling e la mediazione familiare puntano a incentivare lo sviluppo di queste competenze nei clienti. Attraverso queste i clienti sono in grado di trovare le risorse necessarie per affrontare i problemi e le complessità. La consapevolezza di se stessi e dei legami con gli altri si rivela quindi una chiave importantissima per il raggiungimento dei propri obiettivi.

Riconoscerci per ciò che davvero siamo non è cosa semplice. Al contempo però, è anche una cosa necessaria per stare bene con noi stessi e con ciò che ci sta intorno. Insomma, per essere più felici. Sappiamo già, infatti, che siamo legati a doppio filo con l’ambiente in cui siamo immersi che sempre più spesso ci manda più stimoli di quelli che possiamo realmente gestire. Il risultato è che è molto facile che ci sentiamo disorientati, inadeguati, non all’altezza e sempre meno in sintonia con le nostre emozioni e percezioni.
Ci siamo mai soffermati a chiederci come percepiamo le cose? Siamo consapevoli di noi stessi, delle nostre capacità? Ci siamo mai preoccupati di capire se percepiamo davvero le nostre emozioni? E quindi, siamo in grado di fare delle scelte giuste per noi?
Se la risposta a queste domande è un po’ incerta, vediamo insieme in cosa possiamo migliorare per lasciare spazio a una maggiore percezione di noi stessi e dei nostri bisogni.

 

1. Esplorare percezioni ed emozioni

Emozione deriva dal latino e-movere, cioè tendenza all’azione. Già questo ci fa capire quanto siano importanti le nostre emozioni: scegliamo in base a ciò che sentiamo, in base a cosa ci fa provare gioia o paura, rabbia o tristezza. Il problema si manifesta quando non siamo in grado di esplorare le nostre emozioni, quando non ci prendiamo il tempo per capire davvero cosa stiamo sentendo o non sappiamo dargli un nome.
Forse è per questo che non siamo sempre in grado di scegliere con convinzione ciò che davvero è meglio per noi, perché non riusciamo a percepire cosa vogliamo veramente. Uno dei fondamentali obiettivi del counselling è proprio renderci consapevoli dei nostri impulsi ad agire, di quello che sentiamo dentro e che è bene guidi le nostre scelte e definisca i nostri obiettivi. Prenderci il tempo per soffermarci su cosa sentiamo non è tempo perso, ma anzi, il migliore investimento che possiamo fare.

 

 2. Il corpo e la mente sono connessi: ascoltiamoli

È importante imparare a considerarci un insieme di più parti e non dei compartimenti stagni che non comunicano tra loro, perché questo ci può dare dei segnali su come stiamo. La stretta connessione tra il nostro corpo e la nostra sfera emozionale e cognitiva è ormai considerata assodata anche in larga parte dell’ambito medico. Il tutto è più di una somma delle sue parti, è un insieme di diversi livelli: fisico, emotivo, cognitivo, spirituale.
Dovremmo quindi far caso se abbiamo dei malesseri o disturbi, perché con buona probabilità ci stanno comunicando qualcosa di noi che invece stiamo trascurando. Molte manifestazioni come dermatiti, rash cutanei, gastriti o altro, possono essere originate da disagi emotivi che non sappiamo riconoscere, semplicemente perché non ci soffermiamo a farlo. Oltre la medicina per alleviare o curare il sintomo, eliminare la causa scatenante del malessere è una medicina ancora più potente. Il nostro corpo ci manda dei segnali e noi possiamo imparare ad ascoltarli.

 

3. Riconoscere i propri bisogni

Saper riconoscere cosa ci fa stare bene è il primo passo per poter interagire meglio con gli altri e dare il meglio di noi stessi. Rispondere a un bisogno, infatti, ci mette in condizione di portare avanti i contatti e le relazioni con gli altri in modo sereno, di definirci anche nei confronti di chi abbiamo di fronte. Essere consapevoli di cosa vogliamo è importante per permettere a noi stessi di vivere le esperienze pienamente, senza sensi di colpa o rimpianti.
Capita a tutti di fare delle scelte di cui poi ci si pente oppure avere dei momenti in cui non sappiamo decidere che direzione prendere. Per esempio nella scelta di un lavoro o di un corso di studi, nell’acquisto di una casa o nell’intraprendere una relazione. Per questo è fondamentale saper riconoscere i propri bisogni per essere sicuri di fare delle scelte che davvero ci rispecchiano a pieno.

 

4. Le aspettative e il diritto a essere se stessi

Gli stimoli esterni per alcuni possono essere vissuti come determinanti, ma possono anche creare aspettative distorte. Il mondo in cui viviamo ci propone modelli che sembrano essere imprescindibili ma che non sono validi per tutti. Ognuno di noi è se stessoe interagisce con l’ambiente e con gli altri secondo i propri canoni e valori, per questo rincorrere modelli o aspettarsi risultati precostituiti è un metodo che può rivelarsi dannoso. Rivendicare la propria unicitàe quindi diversità rispetto agli altri è un grande passo di consapevolezza. Per questo pensare di soddisfare le aspettative degli altri a tutti i costi o crearsi delle aspettative irrealistiche su delle persone o situazioni, sarà solo fonte di frustrazione. 
Molte volte la paura di non essere accolti ci blocca, tendiamo a uniformarci a un modello per sentirci parte del nostro ambiente. Magari immaginiamo che il prezzo da pagare per essere noi stessi sia la solitudine e l’esclusione dall’ambiente che ci circonda.
La percezione del mondo è diversa per ognuno di noi, a fronte di realtà oggettive, c’è il livello soggettivo che è altrettanto importante. È importante legittimarsi a fare le proprie scelte e percorsi che ci rispecchino e parlino di noi, perché ognuno di noi è unico e in base a questa unicità dovrà scegliere il meglio per se stesso.

 

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