Un detto molto conosciuto recita “in amore vince chi fugge”. Queste poche parole che tutti avremo sentito almeno una volta nella vita, racchiudono un significato più articolato.
Come se l'amore fosse una continua rincorsa, avrebbe la meglio chi si fa desiderare, chi è sfuggente e indecifrabile e - quindi - si avvolge di un'aura di mistero. Di certo questo è intrigante, noi esseri umani siamo portati ad appassionarci a qualcosa che ci sembra al di fuori della nostra portata, quasi a spingere il limite un po' più in là e dimostrare a noi stessi di essere all'altezza.
E se proiettassimo questo tipo di comportamento in una relazione più stabile e duratura? L'effetto sarebbe ben diverso. Stare con un partner che sfugge, che non comunica e non dialoga, può essere sfibrante. Per funzionare, una relazione dovrebbe riuscire a mantenere i partner in connessione attraverso le varie fasi della vita. Chiudersi al dialogo non è un buon metodo, cercare un confronto e uno scambio continuo è ciò che può garantire una crescita insieme.

Perché manca il dialogo nella coppia?

Per i motivi più disparati capita che le coppie smettano di comunicare su temi quotidiani, come su quelli più esistenziali. Si innescano delle routine che assottigliano pian piano il livello di confronto. I partner inseriscono il pilota automatico e smettono di nutrire i piccoli momenti di felicità e di scambio, vitali per l’evoluzione della coppia.
Sì, perché una coppia si evolve in base a come si evolvono i suoi componenti. Un po’ come ci insegna il modello sistemico, tra quelli su cui si fonda il nostro lavoro di counsellor e mediatori familiari, e che insegniamo anche nei nostri corsi.
Tutti noi, nel corso della vita, cambiamo punto di vista e atteggiamento su tanti temi. È fisiologico e normale, perciò l'elemento che può farci impensierire non è questo. Il campanello dovrebbe suonare quando questi cambiamenti non arricchiscono il fluire della vita di coppia, ma arrivano a rompere degli equilibri.

Gestire il cambiamento. Insieme.

Il cambiamento può avvenire per avvenimenti spiacevoli o tragici, come un licenziamento improvviso, la perdita di un familiare o di una persona cara, motivi di salute. Questi e altri motivi possono generare paura, sconforto, frustrazione. E tali sentimenti ed emozioni non sono sempre facili da esternare, anzi. Innanzitutto dobbiamo saperli riconoscere, leggere le nostre emozioni e dar loro una dimensione. Senza questo passaggio sarà molto difficile riuscire a elaborarle e condividerle con il partner.
Il nostro atteggiamento può cambiare anche per motivi molto meno gravi. Dallo stress lavorativo, alla preoccupazione per un figlio, tante questioni quotidiane possono incidere sul nostro stato d’animo, farci sentire a disagio. Talvolta può anche non esserci un motivo esterno, ma che viene da dentro: una volontà di rinnovamento data dalle diverse esigenze che si hanno nelle differenti fasi della vita.
Saper dare un nome alla propria esigenza è un compito individuale, così come riuscire a condividerla. Con questi presupposti, affrontare le piccole e grandi sfide quotidiane insieme può essere molto più semplice.


Parola d’ordine: comunicazione

Facciamoci caso: le liti e l’allontanamento dal partner avvengono perché non siamo in grado di comunicare in modo efficace. Non esternare cosa sentiamo, cosa vorremmo per stare meglio, cosa ci manca è - di fatto - mettere un muro che ci separa da chi amiamo. La paura di non venire capiti e che le nostre esigenze non siano accolte, ci fa chiudere in un silenzio o, peggio, in una comunicazione nervosa e ben poco positiva. Possiamo quindi dire che magari lo scambio c’è, ma passa su binari fatti di incomprensioni. E genera ulteriore frustrazione, come è normale che sia.
Ancora una volta torna il tema dell’assertività: diventa importante non solo aprirci al dialogo sui nostri bisogni, ma anche farlo nel modo giusto. Proviamo a fermarci, chiederci cosa ci serve per stare meglio e dargli un nome. Sforziamoci di lasciare da parte l'imbarazzo o la rabbia e proviamo a chiedere cosa vorremmo dalla nostra metà. Proviamo anche a ragionare su cosa possiamo fare noi per andare incontro al partner e a una sua mutata esigenza, perché anche questo non è trascurabile.
Questo processo all'inizio può sembrare faticoso, ma riuscire a farlo anche solo una volta ci farà rendere conto del beneficio che ne trarrà la coppia. E diventerà molto più semplice farlo sempre.


Il counselling e la coppia

Il counselling viene considerato spesso come un percorso individuale o, in alcuni casi, di gruppo. Più raramente viene associato alla coppia, ma in realtà è ciò su cui noi di Mediare siamo specializzati con ottimi risultati. Ciò significa che il processo di counselling usato coi singoli, può essere adeguatamente inserito anche in un contesto di coppia. Il perché è semplice: la cosa importante è il processo che il counsellor mette in atto.
L’obiettivo di un percorso per partner, come il counselling di coppia, è proprio quello di ristabilire una connessione tra due persone che si vogliono bene ma non sono capaci di far funzionare al meglio la propria relazione.
Non tutte le coppie riescono a rimettersi in comunicazione empatica se si sono raffreddate o se litigano spesso. Non tutti i partner sono in grado di soffermarsi sui bisogni di ognuno e di come conciliarli con il bisogno della coppia nella sua interezza. Un counsellor conosce le tecniche per far sentire i membri di una coppia accolti e non giudicati ed è in grado di condurre i partner su un terreno comune, quando si parla della relazione. Sa come portarli a condividere, aprirsi, riconoscersi e, finalmente, comunicare. Perché sì, in amore vince chi parla.

Abbiamo già parlato degli stili di attaccamento sul nostro blog.
L’argomento suscita interesse e questo si è rivolto soprattutto verso lo stile cosiddetto insicuro-evitante; in particolare ci è stata rivolta spesso la domanda di oggi e l’abbiamo girata al nostro direttore scientifico.

Per prima cosa, che vuol dire partner evitante? Come riconoscerlo?
L’espressione è certo equivoca: può alludere allo stile di attaccamento ma anche ad altri fenomeni.
Ad esempio può accadere che venga attribuita al partner una postura evitante quando la relazione d’amore si sta esaurendo e i due sono sempre più distanti; esistono rimedi, ma non riguardano l’attaccamento.
Poi si parla di evitamento anche per descrivere una caratteristica di personalità, che può arrivare fino ad essere un vero e proprio disturbo mentale.


Come si distingue la personalità evitante dallo stile di attaccamento evitante?
La personalità si esprime in ogni circostanza, in ogni contesto e con qualsiasi persona. Si tratta anzitutto di quei soggetti che dichiaratamente hanno timore nell’allacciare relazioni sociali, tendono a rimanere in silenzio e sullo sfondo, si sentono insicuri, sono certi di fare brutte figure e si aspettano dagli altri critiche e rifiuti. Esistono anche soggetti che vivono isolati dal mondo, quasi senza vita sociale, non esprimono timori né desideri, perché sono soddisfatti della vita che fanno anche se è emotivamente molto povera.
In tutti questi soggetti l’evitamento è rivolto non solo verso l’esterno ma anche verso loro stessi: evitano accuratamente le loro emozioni, non le sanno o non le vogliono esprimere e difficile è anche la loro attività riflessiva.

E invece cosa viene mostrato nello stile dell’attaccamento?
Debbo ripartire dal concetto di attaccamento: il bambino, al settimo mese, riesce a distinguere le persone e perciò individua quelle che si prendono cura di lui; l’utilità delle cure li spinge ad allacciare con loro una relazione particolare, nel senso che non possono non attaccarsi. Per poter ottenere il risultato il bambino, via via nel crescere sperimenta i suoi comportamenti e seleziona quelli che danno il miglior risultato. Si formano in questo modo giudizi che si riflettono in emozioni, pensieri e comportamenti: questo insieme tende a rimanere stabile ed è lo stile di attaccamento.
Da adulti si tende a conservare lo stesso stile appreso nell’infanzia: si usa lo stile come metodo ritenuto utile per costruire le relazioni caratterizzate dalla presenza dell’intimità e della cura e soprattutto le relazioni d’amore.

E lo stile evitante che caratteristiche attribuisce?
Una caratteristica è nel fatto che l’intimità e l’aiuto sono a senso unico: la persona è accogliente e recettiva rispetto ai bisogni del partner, ma esprime poco i suoi, difficilmente chiede aiuto e tende a nascondere le proprie emozioni. In altre parole lo stile di attaccamento evitante si manifesta solo nelle relazioni significative che risultano in qualche modo non paritetiche, quasi squilibrate, per il fatto che queste persone sanno dare ma non sanno chiedere.
E poi c’è una caratteristica molto significativa: quando parlano della loro infanzia ne ricordano solo gli aspetti positivi, come se avessero cancellato il ricordo delle sofferenze.


Sembra di capire che questo stile è una caratteristica molto maschile.
Questa affermazione era vera tempo fa, perché lo stile evitante era una conseguenza dell’educazione che un tempo veniva dato ai maschietti: l’uomo non deve piangere, deve imparare a fare da sé e così via.
Oggi lo stile è un po’ meno frequente nei maschi e comincia ad apparire anche nelle donne, forse a causa della rivendicazione dell’autonomia da parte loro.

Lo stile si forma dunque nell’infanzia; ma c’è speranza di cambiarlo?
Questa non è una speranza ma una certezza: è possibile modificare gli schemi infantili e imparare ad usare lo stile sicuro.
La difficoltà è nel fatto che gli schemi infantili agiscono senza che il soggetto se ne renda conto, come accade per le abitudini. Le strade sono diverse: può essere utile una buona psicoterapia, è utile senza dubbio la formazione nel counseling perché questo si basa proprio sulla natura sicura dell’attaccamento. Ma anche la relazione d’amore può essere un fattore di cambiamenti.

E allora, in una relazione d’amore cosa può fare il partner per migliorare la relazione con un partner?
La prima cosa che può fare è capire che l’innamoramento reciproco può essere spiegato come un effetto della compatibilità reciproca: ciascuno viene scelto dall’altro in maniera inconsapevole proprio in relazione a certe caratteristiche della personalità, quelle espresse attraverso i comportamenti. Capito questo, occorre riflettere sulle proprie caratteristiche e individuare i comportamenti che involontariamente sostengono e giustificano l’attaccamento evitante del partner.
Posso fare solo degli esempi: può trattarsi della scarsa manifestazione di interesse a conoscere i bisogni dell’altro, oppure del richiedere troppo spesso per sé, di appoggiarsi troppo, e così via.
E poi non resta che modificare i comportamenti, che spesso sono espressione di uno stile altrettanto insicuro, uguale oppure opposto a quello del partner.

Ma in concreto cosa fare?
Per modificare lo stile di attaccamento evitante del partner occorre curare tre punti.
Il primo è l’aspettativa che il partner ha della relazione: quando ci aspettiamo una relazione positiva e sicura siamo più disposti a collaborare.
Il secondo punto è la creazione frequente di momenti emotivamente significativi, intensi e condivisi dai quali il partner può ricavare un piacere forte, magari inaspettato.
Il terzo punto è assumersi per intero la responsabilità della relazione, curandone costantemente la qualità. Più ciò sarà fatto e più l’aspettativa del partner sarà positiva: la maggiore sicurezza della relazione orienterà il partner in direzione di un attaccamento sicuro.

Come può essere utile il counselling?
L’utilità è doppia.
Per il partner evitante è utile non solo una psicoterapia, ma anche una relazione con un counsellor esperto: imparerà a trovare i suoi problemi e scoprirà il modo di risolverli.
Ancora più utile è la formazione in counselling: questa contiene anche l’addestramento ad avere uno stile sicuro di attaccamento indispensabile per essere utile ai clienti.
Sarà certo difficile ottenere che il partner si attivi: non sarà cattiva volontà ma solo il fatto che il suo modo di costruire relazioni è l’unico che conosce e non immagina neanche di poterlo cambiare.
Molto più utile è che l’iniziativa sia presa dall’altro: la formazione in counselling è diretta ad imparare come poter essere d’aiuto agli altri. E poi la formazione permette a ciascuno di scoprire cosa è la felicità per lui e come realizzarla: l’addestramento trasforma lo stile di attaccamento in quello sicuro; per effetto di questo cambiamento anche il partner sarà costretto a cambiare qualcosa.

Tante volte abbiamo sottolineato l'importanza di riconoscere i propri bisogni e dar loro spazio. È una fase fondamentale del percorso di crescita e consapevolezza, imprescindibile per poter raggiungere la felicità.
Ma cosa intendiamo quando parliamo di bisogni?
Per dare una definizione generale, possiamo dire che il bisogno è la tendenza a voler soddisfare delle necessità di vario genere. Ognuno di noi ha dei bisogni, più o meno urgenti, che vuole soddisfare per sentirsi più appagato e in equilibrio con se stesso.

Maslow e la sua piramide

A metà degli anni 50 del Novecento, lo psicologo statunitense Abraham Maslow ideò quella che ancora oggi conosciamo come piramide di Maslow. Come dice il nome stesso, è una rappresentazione in forma di piramide dei bisogni umani, classificati in base alla tipologia. Alla base della piramide ci sono i cosiddetti bisogni primari: respirare, mangiare, dormire e altri legati alla sfera fisiologica.
Subito dopo vengono quelli legati alla sicurezza: mentale, familiare, lavorativa, ecc. A metà della piramide troviamo i bisogni legati all'appartenenza: amicizia, affetti familiari, intimità sessuale. Ancora più in alto, tutti i bisogni legati alla stima: autostima, realizzazione, rispetto reciproco, ecc. All'ultimo gradino, i bisogni più complessi che sono quelli di autorealizzazione: moralità, accettazione, assenza di pregiudizi e altri.

Nuovi bisogni e nuove consapevolezze

Se i bisogni che stanno alla base della piramide sono più semplici da riconoscere e, in parte, anche da soddisfare, non sempre è lo stesso man mano che saliamo verso l'apice della piramide, perché incontriamo bisogni man mano più complessi. Tutti i bisogni sociali e relazionali, infatti, tendono a innescare meccanismi che alzano l'asticella dell'obiettivo da raggiungere. Una volta soddisfatti i bisogni di una sfera, l'essere umano tende a voler soddisfare quelli della sfera successiva.
Per dirla in maniera ancora più semplice, chi ha necessità di sfamarsi, ripararsi dal freddo o dormire, ha l'urgenza di soddisfare quei bisogni prima di tutti gli altri. Una volta raggiunta una situazione in cui la sfera fisiologica è soddisfatta, avrà la tensione a volersi sentire appagato rispetto ai bisogni della sfera successiva, cioè quella legata alla sicurezza familiare, del lavoro, ecc. Ecco perché parliamo di complessità man mano che la piramide sale verso l'apice: ci sono bisogni che soddisfiamo perché non potremmo farne a meno per vivere, altri che sono meno indispensabili all'apparenza, ma comunque importanti nel percorso di evoluzione personale.

Come riconoscere cosa ci serve?

Una volta inquadrati i diversi tipi di bisogni, ci è più chiaro che alcuni sono più semplici da individuare, altri richiedono uno sforzo maggiore. Se sentire lo stimolo della sete ci fa comprendere che abbiamo necessità di bere per appagare un nostro bisogno primario, non è così automatico riuscire a comprendere da cosa derivino molte delle insoddisfazioni che possiamo provare. Di sicuro possiamo dire che se siamo frustrati, nervosi, perfino arrabbiati, c'è un bisogno inascoltato.
Alcuni bisogni sono dettati da una spinta interna e personale, altri sono indotti dal contesto in cui viviamo. Già riuscire a fare questa distinzione è un grande passo verso la consapevolezza. Ciò che per noi è molto importante è riconoscere i bisogni che derivano da spinte e necessità interiori e personali. Tutti noi tendiamo a voler rispondere a degli standard, a compiere azioni richieste dall'ambiente che ci circonda, che sia familiare, lavorativo, delle nostre amicizie. Non sempre, però, corrispondono a ciò che noi sentiamo di dover fare. Intendiamoci: ci sono alcune azioni che dobbiamo compiere per vivere in armonia con la società di cui siamo parte. Il punto è che se riusciamo a dare ascolto alle nostre più intime esigenze, anche le azioni che sono meno nelle nostre corde non ci risulteranno così difficili o persino sgradevoli. È a questo punto che viene la parte più difficile. Capire nel profondo cosa ci serve per star bene non è sempre esercizio semplice.
Il lavoro che fa un counsellor e un mediatore familiare che lavora con gli strumenti del counselling, è incentrato proprio sull'aspetto emotivo e di riconoscimento dei bisogni di ognuno. Il tempo sembra non bastare mai e riuscire a prenderci pause e momenti di riflessione diventa una sfida, ma proprio la complessità del mondo che ci circonda lo rende quanto mai necessario. Se incontrare una determinata persona o svolgere una mansione al lavoro ci provoca sensazioni ed emozioni poco piacevoli, non è utile soffocare tutto sotto una coltre di sopportazione. Piuttosto è utile fermarci, chiederci come ci sentiamo in quel momento. Se riusciamo a dare un nome a quella sensazione, probabilmente riusciremo a trovare anche il motivo che la fa scaturire. Ecco che troviamo un disagio e possiamo ragionare su come farlo incidere il meno possibile sul nostro benessere psicofisico. Al contrario, se conosciamo cosa ci fa stare bene perché risponde a un'esigenza intima, cerchiamo di non accantonarlo. Per fare un esempio concreto, se sappiamo che passare qualche ora o giorno lontani dalla routine ci fa sentire bene e ci permette di schiarirci le idee, troviamo il modo di farlo. Permettiamo a noi stessi di prenderci il giusto spazio.

Comunicare in modo efficace i bisogni

Se siamo già arrivati al livello di consapevolezza di cosa ci serve per star bene, è un grande passo. Ma c'è ancora un'altra piccola sfida. Se riusciamo a decodificare i messaggi che corpo e mente ci mandano rispetto alle nostre esigenze, ciò che può permetterci di raggiungere un vero benessere è saperlo comunicare.  Comunicarlo in modo efficace, certo.
Proviamo a scendere nel concreto e fare un esempio. Se sentiamo che ci farebbe star meglio un nuovo ruolo sul lavoro, perché darebbe una risposta a un nostro bisogno di crescita personale e professionale, troviamo il modo di parlarne con il capo. Sforziamoci di trovare parole e momenti per spiegare da cosa nasce questa esigenza e perché ci renderebbe felici poter avere una nuova opportunità. A prescindere dall'esito, già il solo fatto di aver trovato il modo di comunicare cosa ci serve, ci farà sentire meglio. Per stare nella sfera più personale, immaginiamo di aver bisogno di sentire la coppia più salda, perché pensiamo che il partner sia la persona giusta con cui fare un progetto a lungo termine e per noi è importante la sicurezza nel rapporto. Se argomentiamo ciò che sentiamo, sarà più semplice instaurare un confronto sereno e costruttivo col partner.
E invece, troppo spesso temiamo di non essere compresi e ci teniamo dentro desideri e aspirazioni. La paura di non essere accettati e di "tradire" l'idea che gli altri hanno di noi, ci rende prigionieri di noi stessi. Non è paradossale?
Ecco perché lavorare sul riconoscimento dei propri bisogni è importante, anzi, fondamentale. Ognuno di noi non potrà essere accettato dagli altri, se non è in grado di accettare le spinte interne che sente. Ciò che ci può rendere speciali agli occhi delle persone che contano per noi è proprio la consapevolezza di ciò che siamo e delle nostre reali necessità. Chiediamoci più spesso cosa sentiamo e di cosa abbiamo bisogno, ne va della nostra serenità e delle nostre relazioni con chi amiamo.

I dati parlano chiaro: viviamo in una società iper-connessa.
Se non ne siete molto convinti, vediamo insieme qualche dato: su poco meno di 8 miliardi di persone al mondo, più di 4 miliardi hanno un accesso a internet e più di 3 miliardi usano regolarmente i social network. Più di 5 miliardi di utenze accedono a internet da dispositivo mobile (smartphone o tablet) e più della metà di queste (circa 3 miliardi) usano i social dal proprio dispositivo mobile.
In Italia, più del 73% della popolazione totale accede a internet e la stragrande maggioranza (83%) lo fa da dispositivi mobili. Il 57% della popolazione ha almeno un account social e circa la metà accede da smartphone o tablet. Il tempo che noi italiani spendiamo online ogni giorno è in media di 6 ore, di cui circa 2 sulle piattaforme social.
Dopo aver considerato questi numeri, forse è più chiaro l'impatto che la cosiddetta realtà virtuale ha sulla nostra vita quotidiana. Ecco perché possiamo affermare che noi non "andiamo" su internet, ma viviamo costantemente connessi.
Perché chi, come noi, si occupa di counselling, mediazione familiare, benessere e crescita personale, dovrebbe interessarsi di quanto siamo connessi? La risposta è semplice: i nostri comportamenti si stanno modificando nel tempo, anche a causa dei nuovi strumenti tecnologici e della possibilità che ci danno di intessere e mantenere le relazioni.

Cosa succede ai nostri comportamenti...

Più ci interfacciamo con la rete e i social network, più vengono avviati studi su come questi incidano sui nostri comportamenti, fin dal livello cognitivo e comportamentale.
Un aspetto molto interessante evidenziato da vari studi, è quello che riguarda l'egocentrismo e la perdita di limiti del nostro ego: sui social network tendiamo tutti a "metterci al centro del mondo". Ne deriva che, seppur nati per condividere e comunicare, sui social network rischia di non esserci una vera condivisione, ma piuttosto una spettacolarizzazione della nostra vita alla ricerca dell'approvazione altrui. Siamo disposti a essere meno noi stessi per favorire un'immagine filtrata di noi stessi, che soddisfi le aspettative degli altri?

Il potere di influenzare gli altri

Vale la pena di soffermarsi anche su quanto i nostri contatti siano in grado di influenzare il nostro comportamento e modo di pensare su un argomento. Anni fa scoppiò una polemica a causa di una sorta di esperimento condotto da Facebook nel 2012 sui propri utenti, senza che essi ne fossero coscienti. Preso un gruppo di circa 700.000 persone, la più grande piattaforma social del mondo li divise in due gruppi a cui sottoporre argomenti diversi. A un gruppo faceva comparire contenuti più positivi, all'altro contenuti più negativi e rabbiosi. Il risultato fu poi pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Science, e rivelava come le persone dei due gruppi fossero state influenzate a livello emozionale dai contenuti che erano stati loro sottoposti.
Questi e altri risultati degli studi tuttora in corso, ci dimostrano che il nostro modo di comportarci con gli altri sta cambiando. Il modo in cui ci relazioniamo con le persone sta, inevitabilmente, prendendo un nuovo corso.

… e alle nostre relazioni?

Ciò che abbiamo detto finora non ha l'intento di demonizzare internet o social network, ci teniamo a precisarlo. La rete globale è uno strumento e, in quanto tale, la responsabilità di come lo usiamo è nostra. Non sono internet o i social a essere "brutti, sporchi e cattivi", piuttosto lo possono essere le intenzioni con le quali vengono adoperati. E le intenzioni sono umane, non di uno strumento. Essere consapevoli di quanto possano influire sul modo in cui coltiviamo le nostre relazioni, è utile per migliorare il nostro rapporto con le tecnologie e anche i nostri rapporti interpersonali.
Per esempio, nel lavoro sono strumenti utilissimi: velocizzano le ricerche e le operazioni, ci permettono di informarci su dati e analisi, di crearci una rete di contatti lavorativi sempre a disposizione, ma attenzione: questi contatti sono davvero utili e validi se sappiamo anche coltivarli di persona. Questo vale ancor di più se parliamo di relazioni affettive, come amicizia o amore.
Possiamo dire che le applicazioni social o di messaggistica sono un plus, cioè ci danno la possibilità di entrare più facilmente in contatto con le persone lontane o che non possiamo vedere spesso per tante ragioni. Pensiamo a chi ha i genitori lontani, o un figlio che studia all'università in un'altra parte del Paese o del mondo. O a una coppia che si ritrova a stare lontana per un periodo, magari per motivi lavorativi o di salute.
Se vogliamo soffermarci sull'aspetto meno positivo, pensiamo che scriverci dei messaggi è un tipo di comunicazione intermediata. Partiamo dal presupposto che il nostro cervello si è evoluto per gestire relazioni e interazioni reali, perciò siamo più inclini alle relazioni vis-à-vis con le persone. Le relazioni di persona stimolano diverse aree che ci mettono in grado di provare empatia, di capire gli altri osservando il loro non-verbale e di gestire le emozioni. Tutto questo non avviene, o avviene in modo molto più limitato, se interagiamo con gli altri online. Per questo gli studi parlano di un indebolimento di queste aree e, di conseguenza, di una minore intensità dei rapporti umani. Diventa più difficile capirci, interpretare con esattezza delle parole o espressioni, manca il contatto visivo che ci permette di leggere negli occhi degli altri un'emozione o uno stato d'animo.

 

I livelli delle relazioni

La diatriba su quanto virtuale sia reale è più che mai aperta. Molti sono gli esperti che negli anni si stanno impegnando a creare un ambiente online positivo, utile e che sia davvero un luogo dove coltivare relazioni. In Italia abbiamo un esempio quando leggiamo il decalogo della comunicazione non ostile, in cui il primo punto è molto chiaro: virtuale è reale.
In questo caso prendiamo in considerazione una comunicazione verso persone che non fanno parte della nostra strettissima cerchia, quella che facciamo tramite i nostri account social, sia in pubblico che in privato, ma anche quella che fanno i giornali, i rappresentati politici, i grandi e piccoli marchi. Virtuale è reale significa, in questo caso, che il comportamento che teniamo sui social e sulla rete è di nostra responsabilità, proprio come fossimo al lavoro, a scuola, per strada, con estranei, ecc. L'intento è quello di far comprendere a tutti noi che lanciare degli insulti o delle calunnie, ad esempio, via social è un fenomeno sempre più diffuso (e qui forse vale la pena di ricordarsi del famoso esperimento di Facebook sull’influenza negativa e positiva) e va condannato, esattamente come si dovrebbe fare nella vita non intermediata dalle piattaforme online.
Diverso è quando parliamo di intessere delle relazioni personali con amici, familiari, partner: in questi casi il virtuale è qualcosa in più che ci mette in comunicazione, ma che non può sopperire al coltivare le relazioni di persona. Una cena insieme, una chiacchierata di fronte a un bicchiere di vino, una passeggiata o un'escursione insieme a chi amiamo, resta il vero modo di coltivare i rapporti nella loro pienezza. Guardare negli occhi gli altri, sentirne il profumo, il tono di voce, coglierne le espressioni, sono ancora lontani da poter essere trasmessi attraverso la rete. Per quanto ci sforziamo, non riusciremo mai a farlo come quando ci stringiamo una mano, ci diamo un bacio o un abbraccio, o ci salutiamo con un sorriso. Diamo la giusta dimensione alla nostra comunicazione e ai mezzi che utilizziamo per veicolarla. La comunicazione è relazione e perché sia completa ci occorre farne esperienza in tutte le sfaccettature: verbale, non-verbale, paraverbale e sensoriale.

La contrapposizione tra egoismo e altruismo è qualcosa che tutti noi ci portiamo dietro nel percorso della nostra educazione. Due comportamenti antitetici, di cui quello “buono” è sempre stato l'altruismo. Siamo cresciuti pensando che la buona qualità delle nostre relazioni dipenda dalle scelte altruistiche che facciamo.
Cos'è, allora, l’egoismo? Rappresenta davvero il contrario dell’altruismo?
Proviamo a fare chiarezza.

Egoismo o sano egoismo?

Molte volte abbiamo letto o sentito parlare del concetto di sano egoismo. Presupponiamo, quindi, che ci siano forme diverse di ciò che viene chiamato egoismo, ma cosa significa?
Abbiamo imparato da bambini che essere egoisti vuol dire pensare a se stessi e decidere senza tener conto degli altri. Egoismo è pensare che le proprie esigenze siano più importanti di quelle di chiunque altro, sempre.
Sappiamo anche che viviamo in un mondo fatto di relazioni, che siamo inseriti in un sistema: ci influenziamo reciprocamente, qualunque cosa facciamo. Se non teniamo conto delle esigenze degli altri, possiamo generare disarmonie e conflitti.
Prima di queste relazioni, però, ci siamo noi: ognuno di noi è "solo" e deve pensare a se stesso, alle proprie esigenze. Crescendo abbiamo imparato che dobbiamo costruire una buona autostima per avere il coraggio di chiedere, saper ascoltare le nostre emozioni per capire di cosa abbiamo bisogno. Per questo, sappiamo che le relazioni ci servono anche a stare meglio e dobbiamo essere in grado di trarre il meglio da ognuna di esse. Tutto questo in modo coerente rispetto a ciò che siamo.
Talvolta è difficile riconoscere cosa ci fa essere felici e ci dà soddisfazione. Pensiamo, allora, a quando ci arrabbiamo col partner perché ci aspettiamo che soddisfi il nostro bisogno di felicità. Siamo sicuri che sia in grado di farlo? O forse siamo noi, in prima persona, a impegnarci per trovare il modo di essere felici?
Il sano egoismo possiamo, allora, sintetizzarlo così: non trascurare i nostri bisogni e i nostri desideri, senza per questo dover nuocere alle relazioni importanti della nostra vita. Solo così possiamo essere felici e migliorare la qualità dei rapporti con partner, famiglia, amici e colleghi.

 

Egoismo versus altruismo

Essere altruisti per ragioni egoistiche è possibile? Sembra paradossale se restiamo sul sentiero della contrapposizione netta tra egoismo e altruismo.
Pensiamoci meglio: se siamo generosi verso gli altri, non è forse perché ci piace sentirci così? Soddisfiamo i bisogni di qualcun altro, forse, per aspettare che ricambi e produca qualcosa di utile per noi?
A questo punto sembra proprio che altruismo ed egoismo non possano essere distinti, che siano due facce della stessa medaglia.
Cambiando punto di vista, è urgente farci un'ulteriore domanda: come possiamo prenderci cura di un’altra persona, se prima non abbiamo curato noi stessi?
Tutto questo ragionare non ci ha dato ancora grandi risposte, forse. Intanto qualcuno ci giudicherà egoisti, qualcun altro ci vedrà come altruisti. Più proviamo a capire dove stia la distinzione, il limite, più ci sembra difficile. Più ci sforziamo di decidere come sia meglio essere e meno ne veniamo a capo. Sembra un rompicapo da risolvere.

Conoscere i propri obiettivi per sapere cosa fare

Per provare a risolverlo, il rompicapo, sarebbe bene cominciare dal disfarsi delle etichette. Rinunciare a incasellare chi e come dobbiamo essere, se egoisti o altruisti. Le nostre scelte le dobbiamo valutare di volta in volta: le situazioni, i contesti determinano come è meglio scegliere. Prima impariamo questo e meglio sapremo capire come comportarci.
Consideriamo volta per volta se la scelta che stiamo facendo crei sofferenza a noi o all'altro, o magari a tutti e due. Ma soprattutto, chiediamoci quanto è importante per noi e per l’altra persona, l'obiettivo che vogliamo realizzare con la singola scelta. Forse è possibile realizzare i bisogni nostri e nello stesso tempo quello degli altri. Perché sia così, dobbiamo conoscere molto bene noi stessi, avere un'alta consapevolezza di noi e, se possibile, dell'altra persona.
Alla fine di questa riflessione, forse non avremo risolto il rompicapo, ma possiamo di certo adottare una prospettiva un po' diversa: trasformare l'altruismo in amore per l'altro e l'egoismo in amor proprio (o - come dicevamo qualche riga sopra - in sano egoismo, se ci piace di più).
Se sembra ancora troppo teorico e poco pratico come discorso, proviamo a usare gli strumenti del counselling. Ci permetteranno di conoscere meglio noi stessi, di costruire la nostra autostima. Ci permetteranno di ritagliarci tempo e spazio adeguati per riflettere sulle nostre priorità e come attuarle, focalizzare i nostri obiettivi e sapere come raggiungerli. In questo modo sarà più semplice e naturale conciliare l'amore per noi stessi e quello per gli altri. Non sentiremo nemmeno più l'esigenza di usare i concetti di altruismo ed egoismo: non saranno più validi, nell'accezione che conosciamo.

Ciò che determina la personalità di ognuno di noi ha molto a che fare con il nostro passato. Più specificamente con le nostre esperienze, tra le quali hanno particolare importanza quelle fatte nei primi anni di vita. In questa fase, infatti, i legami che si sviluppano nel nucleo familiare, specialmente con la madre, determinano i cosiddetti stili di attaccamento. 
Gli stili di attaccamento condizionano il nostro stare al mondo da adulti, il modo in cui ci relazioniamo agli altri e ai partner. Perciò counselling e mediazione familiare li ritengono importanti e utili nell’intervento di aiuto ai clienti.
La teoria dell’attaccamento nasce dagli studi di Edward John Mostyn Bowlby, psicologo e medico inglese. Nel 1940 il suo articolo “The Influence on Early Environment in the Development of the Neurosis and the Neurotic Character”, è il fondamentale apripista per i suoi lunghi studi. Bowlby dedica la sua intera vita professionale a studiare come nel rapporto con la propria madre nei primi anni, ogni adulto può trovare le risposte ai suoi comportamenti nel resto della sua vita. 
Concentrandosi sulla separazione tra madre e bambino, prosegue nello studio dei bambini in condizioni disagiate, per avvicinarsi all’etologia tramite gli studi di Lorenz sull’imprinting (1966) e di Harlow sulle scimmie (1958). I risultati degli studi sulle scimmie danno a Bowlby alcune conferme: i cuccioli di scimmia risultano più propensi a cercare un surrogato della madre tramite il contatto e il calore piuttosto che tramite l’offerta di cibo. L’attaccamento di un piccolo alla madre non è quindi determinato dalla necessità di cibo, ma è un legame affettivo da considerare come un bisogno primario. 
In collaborazione con Mary Ainsworth, Bowlby conduce molti studi e introduce i concetti di attaccamento e caregiver (colui/colei chi si prende cura del bambino) come base sicura: i genitori devono rappresentare per i figli una base sicura da cui i figli possano partire per esplorare il mondo, sapendo di poter contare sempre su di essa e farci ritorno.

Il modello operativo interno

Nel 1982 Bowlby introduce il concetto di modello operativo interno (MOI): una rappresentazione interna del sé e di ciascuna figura di attaccamento e le loro interazioni. Questi modelli aiutano a dare significato alle prime esperienze interpersonali e funzionano come base per elaborare le esperienze che ogni essere umano farà con gli altri crescendo. 
Bowlby ci dice che ognuno di noi regola il proprio comportamento in base alle aspettative formate nell’esperienza di relazione avuta con chi si doveva prendere cura di noi. Interiorizziamo, quindi, una serie di meccanismi di comportamento che diventano per noi come un pilota automatico. Naturalmente ciò non significa che questi modelli siano scolpiti nella pietra e insostituibili nel corso della nostra vita. Al contrario, possiamo affiancarne diversi e il nostro compito evolutivo è proprio quello di essere capaci di metterne in atto dei nuovi, utili per noi.

 

La “situazione insolita” e gli stili di attaccamento

Mary Ainsworth, la collaboratrice di Bowlby, sviluppa una situazione sperimentale basata sulle teorie elaborate. L’esperimento viene chiamato “strange situation”, letteralmente “situazione insolita”. Sottoponendo dei bambini a dei test in 8 episodi, l’esperimento ha consentito agli studiosi di stilare una lista dei 4 principali stili di attaccamento. 
L’importanza di riconoscerli risiede nel poter capire quale tipo di comportamento metteranno in atto questi bambini nella costruzione delle relazioni future.
Vediamo quali sono. 

Stile sicuro

Lo stile di attaccamento sicuro è quello che sviluppa un bambino che ha una madre, o una figura di riferimento (caregiver) che si dimostra presente, accudente ma disposta a fargli sperimentare se stesso nel mondo. Il bambino si dimostra in grado di utilizzare il genitore come base sicura da cui partire all’esplorazione dell’ambiente. Protesta quando si separano, ma quando si rincontrano il bambino è felice di vedere il genitore e nel mentre non ha avuto difficoltà a mettersi in relazione con estranei. Si sente degno dell’amore del genitore, sa che può esprimere anche il suo disagio ed essere confortato, perché l’altro è affidabile e accogliente.
Come sarà da adulto? Avendo sperimentato fiducia e presenza, sarà sicurò di sé, pronto a sperimentarsi ed esplorare il mondo e riconoscere i propri bisogni. Il modello che avrà di sé sarà positivo e così anche dell’altro, per questo si sentirà libero di mostrare le proprie emozioni e gestirà le relazioni con gli altri in base a questi modelli di comportamento.

Stile insicuro-evitante

Lo stile di attaccamento insicuro-evitante è tipico del bambino con una madre (o un caregiver) evitante e poco accogliente nei confronti delle sue richieste. Ha quindi sperimentato poca presenza o addirittura irritazione o rabbia quando si avvicina al genitore, perché questo non ha intenzione di occuparsi di lui ogni qual volta ne ha necessità. Per questo non manifesta turbamento al distacco dal genitore, anzi quasi indifferenza e allo stesso modo si comporta quando il genitore ritorna. Rimane concentrato sui suoi giochi o comunque su ciò che sta facendo, sperimentando una sorta di autonomia forzata. Il bambino così impara a non esprimere le proprie emozioni perché sa che non sono accolte dal genitore, rinuncia alla figura di riferimento. Si rende autonomo in maniera troppo precoce rispetto al suo processo evolutivo. 
Come sarà da adulto? Sarà un adulto distante sia sul piano fisico che emozionale. Avrà un modello di se stesso positivo, perché ha fatto esperienza di contare fin da subito su se stesso, ma un modello dell’altro negativo. Sarà una persona che non cercherà il conflitto, perché tenderà a evitare un coinvolgimento su ogni piano. Non sarà in grado di esprimere correttamente le proprie emozioni e riconoscere i propri bisogni.

Stile insicuro- ambivalente

Lo stile di attaccamento insicuro-ambivalente è proprio del bambino che ha sperimentato l’ambivalenza dal genitore. Una madre (o caregiver) che risponde alle sue richieste talvolta soddisfacendole, altre volte non risponde rendendosi indisponibile. Il senso di disorientamento generato nel bambino deriva dal fatto che non sa se e quando potrà utilizzare il genitore come base sicura. Al distacco col genitore è inconsolabile ma al contempo è resistente nei suoi confronti quando questo, per esempio, lo abbraccia o cerca di prenderlo in braccio. L’equilibrio tra attaccamento ed esplorazione è molto confuso in questo bambino, che mette in atto meccanismi di resistenza anche quando il genitore si dimostra disponibile. Il fatto che il genitore si dimostri poco chiaro e univoco nei suoi atteggiamenti, naturalmente gli rende molto difficile comprendere quando possa sentirsi accolto e quando rifiutato. 
Come sarà da adulto? Insicuro, incostante, non avrà fiducia nell’altro. Avrà una visione di sé negativa e anche dell’altro. Sarà caratterizzato da grande possessività, dipendenza e alta conflittualità. Sarà ansioso e con autostima bassa e si sentirà spesso giudicato dagli altri; per questo cercherà in loro approvazione e attenzioni.

Stile disorganizzato

Lo stile di attaccamento insicuro-disorganizzato è proprio del bambino che fa esperienza di un caregiver che non abbia risolto alcuni problemi. In particolare traumi o lutti, che ancora causano forte turbamento nel genitore che è estraniato, manifesta sempre paura, dolore, collera improvvisa. La mente umana ha scarse capacità di dare significato ai segnali che scaturiscono dal dolore di un lutto o di un trauma. Il bambino quindi non riesce a decifrare i comportamenti del genitore, in base alle sue reazioni imprevedibili si sente in modi diversi: una vittima impotente, o addirittura un salvatore del genitore debole e vulnerabile. Questo stile di attaccamento è molto complesso, proprio per la complessità del comportamento del genitore che genera una grande confusione nel bambino. 
Come sarà da adulto? Sarà probabilmente incline a sviluppare relazioni amorose patologiche. Sarà in parte vittima e in parte carnefice, confuso, incontrollabile e negativo. Avrà spesso sbalzi di umore e perfino episodi di autolesionismo.

Oltre ai 4 stili già classificati, se ne può individuare un altro. La lunga esperienza del fondatore e direttore scientifico di Mediare, Franco Pastore, gli ha permesso di tracciare i contorni dello stile di attaccamento più contraddittorio di tutti, quello privo di organizzazione.

Stile privo di organizzazione

Lo stile di attaccamento privo di organizzazione è quello che il bambino sviluppa in un ambiente fortemente contraddittorio. Similmente a chi sviluppa uno stile disorganizzato, il bambino vive in un ambiente in cui fa esperienza di forti contrasti e scarsa affettività da parte del genitore. Vive completamente disorientato e in grande contraddizione con gli altri e con se stesso.
Come sarà da adulto? Sarà fortemente contraddittorio in tutti i suoi comportamenti. Nel giro di pochi istanti sarà in grado di comportarsi in modo del tutto incoerente con quanto ha appena affermato o fatto poco prima. Questo tipo di comportamenti è assimilabile a vere e proprie patologie della sfera comportamentale e psichica. Per questo non è frequente riscontrarli ma è necessario tenerli in considerazione.

 

Il tradimento è una causa di rottura per molte coppie, perché non è semplice sapersi traditi e perdonare. Ma soprattutto non è semplice tornare a fidarsi della persona che ha tradito. Non per tutte, però, è così e accade anche che una coppia riesca a far fronte al tradimento e, quindi, continui la relazione. 
Restare insieme dopo un avvenimento del genere non è cosa semplice, anzi. Si può, quindi, trovare una soluzione? Ma soprattutto, come si supera un tradimento? 
Prima di scendere nei dettagli è bene fare una premessa: il tradimento non è una cosa che accade da un giorno all’altro, non è un colpo di testa. Piuttosto è il frutto di una serie di fattori che, nel tempo, sfociano nella ricerca di alternative più o meno estemporanee al di fuori della relazione stabile. Per questo è utile soffermarsi su alcune parole chiave che rappresentano i nodi attorno ai quali ruota il tradimento.

Fiducia

Dopo un tradimento, è fisiologico che nella coppia manchi la fiducia. Chi ha tradito può anche giurare e promettere di non farlo mai più, ma il partner che è stato tradito avrà molta difficoltà a fidarsi ancora. Nonostante questo ci sono molte coppie che decidono di mandare avanti la relazione, cercando un modo per normalizzare la situazione. 
È difficile perché, nonostante la voglia di rimanere insieme, spesso chi è stato tradito combatte ogni giorno con la mancanza di fiducia nel partner. Come risolvere, allora? 
Un suggerimento è sicuramente quello di cambiare prospettiva: se chi è stato tradito non può fidarsi del partner, dovrà puntare tutto sul fidarsi di se stesso. In termini pratici significa che chi è stato tradito può spostare il baricentro della fiducia su se stesso, facendo affidamento sulla propria capacità di prevenire in futuro una situazione simile. O ancora, mettendosi in condizione di avvertire i segnali di un eventuale nuovo tradimento in arrivo, intervenendo per tempo con un dialogo costruttivo e un confronto. 
Ci sono anche casi in cui la minaccia del tradimento rende il rapporto più vivo. Diventa, paradossalmente, ciò che spinge un partner a essere più attento ai propri comportamenti per evitare che questo succeda.

Conflitto

Altra importantissima parola chiave è questa. Il tradimento, infatti, scaturisce da un conflitto interno alla coppia, anche quando questo non è manifesto. Ci sono invece le situazioni in cui il conflitto è evidente e palese attraverso litigi, continui battibecchi, ripicche. La coppia si allontana e questo favorisce la ricerca di un diversivo all’esterno della coppia. 
Quando il tradimento avviene, il conflitto si acuisce e ognuno dei partner incolpa l’altro, addossandogli responsabilità su ciò che non va bene e che porta la coppia alla crisi. Uno scenario di questo tipo è abbastanza comune: il partner che tradisce si prende tutte le colpe e promette di non farlo più, il partner che viene tradito dà la colpa all’altro del tradimento pensando di non avere responsabilità. 
In realtà le responsabilità sono di entrambi, perché l’allontanamento di un partner è conseguenza di qualcosa che si è rotto in seno alla coppia. Ecco perché è necessario un confronto costruttivo e una serie di regole.

Regole

Darsi delle regole è un concetto che alcuni percepiscono come un voler ingabbiare la relazione. Soprattutto le donne, ma non solo, pensano che il partner dovrebbe sapere da solo come comportarsi in tutte le situazioni, tale da non creare attriti nella coppia. Non può, però, funzionare così. Ognuno di noi è diverso a causa della struttura familiare e di valori che ha alle spalle. Un comportamento vissuto come naturale da un partner, può essere meno accettato dall’altro. Per questo, confrontarsi e darsi delle regole non scritte ma chiare, possiamo considerarlo un gesto di buonsenso per l’armonia in coppia. 
Può sembrare banale, ma dire al proprio compagno che quando incontra un’amica ci fa sentire insicure se la abbraccia, la bacia e ha un approccio molto orientato al contatto con lei, può rendere più semplice per lui capire come comportarsi. Se per un uomo sapere che la propria compagna esce con amici maschi può essere fonte di fastidio, è bene dirlo, spiegare le insicurezze e i motivi.
Come possiamo aspettarci che l’altro si comporti come noi desideriamo per stare bene, senza che glielo diciamo chiaramente? Se non siamo in grado di darci questo tipo di regole, è molto probabile che si inneschino delle gelosie e delle incomprensioni che conducono la coppia a conflitti altrimenti evitabili. Quando questi conflitti si sommano, non ci ricordiamo più nemmeno da dove siano partiti e diventa molto difficile recuperare il bandolo della matassa per fare ordine. Le incomprensioni allontanano i partner e questo favorisce un tradimento in moltissimi casi.

Comunicazione

Come già molte altre volte abbiamo sottolineato, la comunicazione nella coppia è un campo a cui dedicare molta attenzione. 
Quante cose rimangono non dette, anche nelle coppie più longeve? 
Quante volte non riusciamo a dire ciò che vorremmo al partner? 
Partiamo dal presupposto che qualsiasi piccolo malessere, se non comunicato e discusso col partner, è destinato a sedimentarsi, crescere fino ad allontanare la coppia. Se ci allontaniamo dal partner significa che non ci stiamo mettendo in gioco insieme, ma che ognuno tiene per sé il proprio malcontento. In questo modo è molto più facile che si inneschi una dinamica che vede uno dei due, o entrambi, ricercare al di fuori una fonte di piacere. 
In questo senso, allora, dobbiamo considerare di entrambi la responsabilità: la colpa non è solo di chi tradisce, ma significa che si è interrotta la comunicazione e la voglia di risolvere assieme i problemi fisiologici di ogni coppia. Lo scambio continuo, la rinegoziazione costante del rapporto in base alle esigenze e alle fasi che ognuno vive, sono elementi vitali che scongiurano l’allontanamento e il possibile tradimento. Per questo, anche se il partner ci ha tradito, vale la pena di fare uno sforzo in questa direzione: parlarne, confrontarsi, non avere paura di esprimere tutto ciò che ci fa star male ma anche ciò che vorremmo per stare meglio.

Caratteristiche positive VS negative

Già quando abbiamo parlato di conflitto nella coppia abbiamo introdotto il concetto di monitoraggio affettivo. Significa che ogni qual volta incontriamo una persona che ci attrae, è come se compilassimo una lista mentale delle caratteristiche che ha. Naturalmente tendiamo a soffermarci più su quelle che ci piacciono e riteniamo positive, perché sono quelle che tendenzialmente soddisfano un nostro bisogno. In realtà vediamo anche le caratteristiche che non ci piacciono dell’altro/a, ma in un primo momento le mettiamo da parte. Queste ultime, in realtà, possono anch’esse avere un ruolo nel soddisfare un nostro bisogno, perciò diventano funzionali alla relazione. Per esempio: una donna riesce a conquistare un uomo che è un latin lover. Ha avuto relazioni con diverse donne della compagnia che frequentano e lei si sente migliore delle altre per averlo conquistato tutto per sé. 
È ovvio che fin dall’inizio a lei è chiara la tendenza di lui a corteggiare diverse donne, ma in quel momento diventa un elemento funzionale alla riuscita della relazione: soddisfa il bisogno di imporsi su tutte le altre donne vicine all’uomo che lei vuole. 
Naturalmente questo è solo uno dei tanti esempi, che serve però a rendere l’idea di come una caratteristica che non ci piace possa rivelarsi utile a far nascere una relazione. Ecco perché ciò che avvicina due persone, può diventare lo stesso che le mette in crisi.

 

Tutte queste azioni e accorgimenti non sono messi in atto con frequenza dalle coppie, al contrario risultano difficili. Non tutti, infatti, sono capaci di comunicare efficacemente, darsi delle regole, inquadrare il conflitto e le responsabilità oggettive. Anzi, in realtà sono pochissimi quelli che ci riescono. 
Per questo esistono counselor e mediatori familiari, che conoscono i modi più efficaci per sorreggere le coppie nella loro ricerca di equilibrio e serenità, anche dopo un tradimento. 
Le coppie che chiedono aiuto al counselling di coppia e mediazione familiare vengono messe nella condizione di farsi una serie di domande. 
È possibile continuare a dividere la propria vita con chi ha cercato il piacere al di fuori della coppia? 
Si può trovare il modo di recuperarlo, quel piacere, all’interno della coppia? 
Si aggiungono ulteriori domande nel percorso di counselling e mediazione familiare, quando i partner riescono a rovesciare la prospettiva e chiedersi: cosa ho fatto io perché l’altro non mi tradisse? Che cosa ha spinto l’altro partner a essere distante e farmi sentire persino rifiutato? Dove abbiamo perso il contatto costruttivo che ci potesse far risolvere assieme il conflitto? 
Proprio perché un tradimento non è qualcosa che deriva da un colpo di testa, ma da una situazione di malcontento, di crisi e conflitto, ha senso andare a ricercarlo insieme, chiarirsi, confrontarsi, mettere le carte in tavola e darsi delle regole. 

Da sempre l’uomo cerca la ricetta per gestire il conflitto in coppia e forse è quella più difficile da trovare. Ogni coppia, anche quella più salda, vive conflitti più o meno aspri ed è del tutto normale. Il problema non è il conflitto in sé quanto riuscire a farlo rientrare, ritrovare un equilibrio e mantenerlo. Quando questo non succede, la rottura è altamente probabile. 
Ma come si può capire perché una coppia passi dall’amore e la condivisione alla guerra quotidiana di un conflitto logorante? Una spiegazione c’è. Quando una coppia entra in crisi o si separa, spesso sentiamo dire frasi come: “metterci insieme è stato un errore”. È possibile, quindi, che scegliamo di condividere una parte della nostra vita con una persona sbagliata? E cosa vuol dire sbagliata?
Andiamo per ordine. 
Quando due persone si incontrano, decidono di formare una coppia perché entrambe fanno quello che possiamo chiamare un monitoraggio affettivo sul futuro partner. È come se prendessero nota di tutte le caratteristiche dell’altro, con particolare attenzione a quelle positive. Non significa che le caratteristiche negative non siano visibili, ma inizialmente passano in secondo piano. Questo accade non perché l’essere umano sia sciocco, ma perché ognuno di noi ha dei bisogni che cerca di soddisfare anche tramite il partner che sceglie. Possiamo dire, quindi, che scegliamo il nostro partner in base ai nostri bisogni. 
Come mai, allora, arriva il momento in cui nasce il conflitto e può diventare ingestibile?

I bisogni cambiano, i comportamenti no

Ognuno di noi ha delle caratteristiche ben precise, che si modificano nel tempo, ma non è vero che cambiamo radicalmente. Un’altra frase che sentiamo pronunciare spesso dalle coppie in crisi è “sei cambiato/a”, ma non è sufficiente a spiegare l’attrito con il partner. Piuttosto dovremmo dire che cambiano i bisogni nel corso del tempo e della fasi della coppia. 
Prendiamo un esempio: in una coppia in cui un partner è tendenzialmente autonomo e l’altro dipendente, la scintilla si accende proprio per questo motivo. L’autonomo vuole soddisfare il bisogno di avere pieno controllo su ciò che fa e, assumendosi tutto il carico di responsabilità che deriva dalla gestione di tanti aspetti, soddisfa anche il proprio bisogno di prendersi cura del partner. Viceversa, il dipendente vede nell’autonomo la persona giusta a cui appoggiarsi, proprio in virtù della sua capacità di decidere su tanti fronti, avere il controllo di tutto ed essere indipendente. 
È frequente che questo tipo di rapporto tenda ad alimentare gli aspetti dominanti di entrambi: il dipendente diventa sempre più dipendente, mentre l’autonomo si sente schiacciato dalla responsabilità di dover pensare a tutto, senza aver nessuno che faccia lo stesso nei suoi confronti. L’autonomo arriva a un punto in cui vorrebbe avere un partner pronto ad accudirlo, ma non vede soddisfatto questo bisogno e spesso non riesce nemmeno a comunicarlo nel modo giusto. Al contempo, il dipendente non riesce ad andare incontro al bisogno del partner, perché non sa come farlo.
Ecco dove si innesca il conflitto: i bisogni cambiano nel corso del ciclo vitale della coppia, mentre i pattern di comportamento spesso rimangono gli stessi.

“È colpa tua!”, “No, è colpa tua!”

Una delle cose che accadono più spesso nei litigi e nelle crisi di coppia è darsi le colpe a vicenda. Ognuno dei partner non riesce a mettere a fuoco la sua responsabilità e incolpa l’altro di essere la causa del problema che porta la coppia al litigio. In gergo tecnico è quello che viene chiamato conflitto di attribuzione. 
È un meccanismo che ci serve per difenderci, per tirarci fuori dalla responsabilità di aver contribuito all’innesco del conflitto. Lo mettiamo in atto anche perché non è facile riuscire a fermarci, provare a mettere a fuoco la situazione e ammettere che proprio un nostro comportamento può aver scatenato una discussione o permesso a un conflitto di sedimentarsi. Com’è possibile riuscirci?

 

Come gestire il conflitto di coppia con il counselling e la mediazione familiare

Se una coppia pensa di averle provate tutte ma il conflitto rimane, può essere il momento di rivolgersi al counselling di coppia e mediazione familiare. Proprio perché non è facile riuscire a individuare le proprie responsabilità e, ancor prima, i propri bisogni, un professionista della relazione di aiuto è in grado di dare l’adeguato supporto a ogni tipo di coppia. 
Torniamo all’esempio della coppia in cui un partner tende a essere autonomo e l’altro dipendente. Con buona probabilità non si renderanno conto da soli di questo equilibrio tra loro. Un counselor e mediatore familiare è in grado di riconoscere queste caratteristiche nei singoli e decifrare come vengano messe in atto in coppia. Dopo aver raccolto questi dati tramite racconti, osservazione della coppia e delle dinamiche di comunicazione tra i partner, è in grado di portare ognuno di loro al riconoscimento di se stesso, innanzitutto. Ecco come in maniera autonoma potranno capire quali responsabilità hanno nella coppia, nel conflitto e come migliorarsi per evitarlo. 

Rinegoziare il rapporto e fare nuove esperienze

Ognuno di noi agisce in base alle proprie esperienze: siamo il frutto di ciò che ci è stato insegnato, dello stile di attaccamento che abbiamo sviluppato nella nostra infanzia. Per questo spesso inseriamo il pilota automatico e replichiamo dei comportamenti come fossero ormai abitudinari. Non ne conosciamo altri e non sappiamo come metterli in pratica. 
Per questo, capire che comportamento mettiamo in atto fa sì che riusciamo anche a cambiarlo. Counselling di coppia e mediazione familiare attivano in noi la capacità di farlo, quando non ne siamo in grado da soli. Ci mettono di fronte alla possibilità di fare esperienze diverse per migliorare gli equilibri della nostra vita quotidiana. 
Mettere in atto dinamiche nuove è frutto di una rinegoziazione del rapporto: i partner sono in grado di esprimere le proprie esigenze individuali all’interno del perimetro della coppia. Saperle comunicare mette i partner in grado di confrontarsi e trovare insieme la soluzione migliore.
La chiave per la felicità della coppia passa, quindi, da un rinnovamento costante, dalla voglia di mettersi in gioco e cambiare guardando nella stessa direzione.

Sempre più spesso ci sentiamo in affanno per le troppe cose da fare e, intorno a noi, tutti quelli che conosciamo sono sempre di corsa, come e più di noi. Il mondo in cui viviamo ci impone questi ritmi frenetici in cui trovare un momento per fermarci sembra diventato impossibile. Il lavoro, i bambini da crescere e seguire, il corso di aggiornamento, la spesa, i panni da mettere in lavatrice, la cena con i colleghi… e noi? Come stiamo noi? Non abbiamo nemmeno il tempo per chiedercelo, perché siamo troppo stanchi ma comunque pensiamo che non dobbiamo fermarci mai. Certi impegni sono imprescindibili, ma nulla dovrebbe impedirci di ritagliarci uno spazio in cui prendere un bel respiro. Anzi, più di uno.

 

Il respiro consapevole: far fluire le emozioni

Facciamo una prova: se ci prendiamo 10 minuti, solo 10 minuti, e ci sediamo sulla nostra sedia o poltrona preferita, chiudiamo gli occhi e ascoltiamo il nostro respiro, che succede? Sicuramente siamo in grado di sentirne il ritmo e capire se è veloce, se è affannoso oppure lento. Concentriamoci ora sull’equilibrare inspirazione ed espirazione e poi sulle nostre emozioni. Cosa proviamo? Cosa sentiamo davvero? Sono sensazioni positive o negative? Ascoltando il respiro, ci renderemo conto se è rilassato o corto, veloce o lento. Questo ci dice molto di cosa succede dentro di noi. Solo prendendo tempo possiamo capire cosa ci dice il nostro corpo e la nostra mente, di cosa abbiamo bisogno, possiamo goderci un momento bello e piacevole anziché farcelo passare davanti e negarci la gioia di viverlo, celebrarlo. Vale lo stesso se ci accorgiamo di sentire un’emozione negativa: siamo in grado di focalizzarla, capire di cosa si tratti e da dove venga, cosa ci abbia fatto sentire così. Immaginiamo, allora, di avvolgerla con il nostro respiro e di lasciarla andare ogni volta che espiriamo. Buttiamo fuori un po’ per volta l’ansia, la tristezza, la preoccupazione, la rabbia, soffiamola via. Funziona, vero? Ci sono tante ragioni per cui la respirazione è un vero e proprio strumento di benessere. Vediamone alcune.

Espirare e inspirare: dare e ricevere

Come abbiamo detto, il respiro dice molto di noi e di come stiamo. Evidenzia se ci sono dei blocchi emozionali, per esempio. Nell’ottica psicologica, il respiro è legato anche al meccanismo di dare e ricevere. Inspirare è simbolo del prendere, del ricevere; al contrario, espirare significa dare e anche lasciare andare. L’equilibrio tra dare e ricevere è fondamentale per ogni essere umano e si riflette nel nostro respiro. Voler prendere troppo è sintomo di avidità a cui deve essere controbilanciata una giusta capacità di dare agli altri, all’ambiente che ci circonda. Allo stesso modo, dare tanto senza volere in cambio non ci fa bene. Riuscire a trovare un equilibrio tra inspirazione ed espirazione è in grado di riportarci a un equilibrio anche tra dare e ricevere, perché ci rimette in equilibrio con noi stessi.

Ossigeno per il corpo e per la mente

Sappiamo che respirare ci permette di ossigenarci, perciò respirare in maniera consapevole ci permette di ossigenarci di più e meglio. Portare più ossigeno ai nostri polmoni significa aumentarlo nel sangue e migliorare la pressione arteriosa e il ritmo del nostro battito cardiaco. Quando siamo ansiosi il ritmo del nostro cuore è accelerato o irregolare e questo, a lungo andare, è dannoso per il nostro organismo. Prenderci del tempo per inspirare ed espirare più a lungo permette una maggiore ossigenazione del nostro organismo e un rilassamento. Così siamo in grado di riequilibrare anche quello che viene chiamato “ormone dello stress”: il cortisolo. Gestire il respiro, infatti, ci permette di avere un’attività aerobica efficace, che interviene anche sul nostro equilibrio ormonale.

Il diaframma, il nostro centro di distribuzione dell’energia

Il diaframma è il muscolo che tutti abbiamo e ci permette di gonfiare e sgonfiare la nostra cavità toracica per riempirla e svuotarla di aria. Di fatto è il principale attore della nostra respirazione. Senza nemmeno accorgerci, impariamo fin da piccoli a limitarne la funzionalità per un meccanismo di difesa. Facciamoci caso: quando siamo arrabbiati, ansiosi, preoccupati, il nostro respiro è più corto e affaticato. Questo significa che non ci stiamo prendendo la giusta pausa tra inspirazione ed espirazione, il nostro diaframma si contrae più velocemente per far entrare e uscire l’aria. Questo fa sì che non solo distribuisca ossigeno, ma dosi di conseguenza l’energia da irradiare al nostro organismo. Pensiamo a quanto sia importante la respirazione per una donna che partorisce: anche dosando la respirazione e la spinta del diaframma, una donna è in grado di indirizzare tutte le energie necessarie per dare luce a una vita. Ecco che comprendiamo la potenza del nostro respiro, quanto sia legato a come distribuiamo l’energia al resto del corpo. Concentrarsi su di esso ci permette di rallentare, di focalizzare meglio cosa ci turba e, al contempo, di vedere più nitidamente quali risorse possiamo utilizzare per trovare una soluzione. Una pausa in compagnia del nostro respiro ci permette di chiederci come impiegare al meglio le nostre energie, indirizzandole verso una soluzione positiva, anziché caricarle di ulteriore stress.

Muscoli contratti, addio

Spesso i nostri stati emotivi di turbamento sono connessi anche a disturbi fisici. Uno dei più frequenti è contrarre i muscoli di alcune zone del corpo, per esempio spalle e collo. Per sciogliere le tensioni possiamo ricorrere a un massaggio, per esempio. Ma questo è un modo che interviene da fuori; respirare in modo consapevole ci aiuta a sciogliere queste contratture da dentro, rendendo più efficace l’azione. Sentirsi meglio fisicamente ci dà una sensazione di benessere generale, ci predispone a concentrarci più positivamente sulle cose che abbiamo in mente e trovare le risorse più adeguate per affrontarle. Il nostro stato psicofisico generale migliora e ci mette in condizione di essere più sereni.

 

Counselling e mediazione familiare: come lavorano sul respiro?

Ora che abbiamo più chiaro perché respirare in modo consapevole è importante, ci è più semplice intuire per quali ragioni un professionista della relazione d’aiuto possa chiederci di soffermarci a respirare. Come abbiamo visto ci sembra un’azione così scontata, eppure non ci rendiamo conto di quanto influisca negativamente se incontrollato. Ci sono tantissime tecniche di respirazione, usate fin dall’antichità da discipline e filosofie orientali, quanto da pratiche di concentrazione e meditazione occidentali. Il counselling e la mediazione familiare naturalmente non sono corsi di meditazione, né hanno pretesa di sostituirsi ad altre discipline. Ne mutuano però alcune tecniche al solo scopo di rendere i clienti più consapevoli del proprio stato emotivo. È importantissimo che i clienti siano in grado di riconnettersi con lo strato più profondo di se stessi, per portare fuori tutto il necessario alla risoluzione del problema. Anche riuscire a utilizzare la respirazione come risorsa è un primo passo verso la crescita e la consapevolezza di poter affrontare tutto ciò che ci turba.

L’epoca in cui viviamo può essere definita l’era della comunicazione. I mezzi di comunicazione di massa sono nati in tempi recenti e si sono evoluti in tempi rapidissimi, moltiplicandosi e facendo cambiare pelle tante volte al nostro modo di comunicare con gli altri. Ma, a proposito, cosa vuol dire comunicazione? 
Dal latino communicatio, letteralmente “mettere insieme”, oggi per noi ha il significato di rendere partecipe qualcuno, indirizzare dei messaggi agli altri, far sapere qualcosa. È quindi un'azione che prevede un emittente (chi parla) e un destinatario (chi riceve il messaggio). Tra chi parla e chi riceve il messaggio, si sviluppano innumerevoli dinamiche, perché comunicare è mettersi in relazione. Molto più di un flusso di messaggi tra due o più persone, quindi: un vero e proprio innesco di reazioni, emozioni, sentimenti che viaggiano con le nostre parole, i nostri gesti, la nostra voce. 
Counselling e mediazione familiare lavorano sulla comunicazione con i clienti e dei clienti nella loro vita quotidiana, proprio per questo motivo. Il modo che noi abbiamo di costruire la relazione con gli altri dipende dal modo in cui comunichiamo con loro: più siamo consapevoli della nostra comunicazione, più lo saremo di noi stessi e delle nostre relazioni. 
Scopriamo insieme come comunichiamo, parlando di quali sono i tipi di comunicazione.


I tipi di comunicazione

Quando parliamo con qualcuno lo facciamo con le parole, ma assieme a ciò che pronunciamo c’è anche il non detto. È ciò che non esprimiamo a parole, appunto, ma che riguarda i nostri gesti, il modo in cui ci poniamo nello spazio, il tono della nostra voce. Stiamo quindi parlando del come comunichiamo con gli altri, dei modi che accompagnano le nostre parole e non solo di cosa diciamo. 
Le parole che usiamo sono importantissime e per questo avere padronanza del linguaggio verbale ci permette di sceglierle con cura, per rendere la nostra comunicazione il più possibile aderente a ciò che vogliamo dire. Ma spesso, molto spesso, non siamo altrettanto attenti al come stiamo pronunciando quelle parole. 
Vediamo i diversi livelli di comunicazione per capire la loro importanza.


Comunicazione verbale

La comunicazione verbale è quella che riguarda le parole che usiamo nei nostri messaggi. Delinea il contenuto dei nostri messaggi, cosa vogliamo dire. Questo livello di comunicazione viene ritenuto molto importante perché è anche il più manifesto. 
Le parole che scegliamo parlano di noi: se siamo bravi a sceglierle, se diamo alle parole importanza e ci impegniamo a conoscerne sempre di nuove, per arricchire la nostra comunicazione verbale, quest’ultima sarà sicuramente più efficace. Non servono lauree o dottorati, ma una buona dose di curiosità. Un buon esercizio per arricchire il nostro linguaggio è leggere. Quotidiani, romanzi, articoli di blog in rete. Arricchire il nostro linguaggio e saperlo usare in maniera congrua alla situazione in cui ci troviamo, è un modo per migliorare le nostre relazioni con gli altri. 
I sostantivi, i verbi, gli avverbi che utilizziamo non servono a fare sfoggio di cultura, ma a parlare di noi, della nostra esperienza, dei nostri sentimenti e delle nostre emozioni. Saper sottolineare un dettaglio, specificare una sensazione o descrivere un avvenimento con le giuste parole, fa sì che possiamo essere compresi dalle persone a cui stiamo destinando il nostro messaggio. Ecco perché counselor e mediatori familiari fanno attenzione alle parole che dicono i clienti, spronandoli a trovarne di più precise se necessario: è un esercizio che li spinge a riconoscersi nel profondo.

Comunicazione non verbale

La comunicazione non verbale ci fa spostare sul piano del come ci poniamo durante la nostra comunicazione. La dimensione non verbale riguarda la nostra postura, il modo in cui occupiamo lo spazio intorno a noi, i gesti che facciamo quando parliamo o anche quando non diciamo nulla. 
Se qualcuno ci dice qualcosa, il modo in cui lo fa incide fortemente sul contenuto. Secondo uno studio di Albert Mehrabian del 1972, la sfera del non verbale e del paraverbale avrebbero un peso pari al 93% nelle nostre conversazioni. Ci sono pareri molto contrastanti su questi dati, che in effetti sono molto sbilanciati, quasi come se la parola non avesse peso. Non è certamente così, ma vale la pena di concentrarsi sull’aspetto non verbale e sulla sua importanza. 
Facciamo un esempio: un compagno di università ha superato un test importante e ha preso un voto più alto del nostro. Gli diciamo “bravo!” in un caso con un sorriso, un’espressione distesa e una postura rilassata; in un altro caso con le braccia incrociate, guardandolo a malapena. Il contenuto rimane lo stesso e si congratula per il suo gesto, che stiamo riconoscendo con le parole, quindi con il livello più manifesto della nostra comunicazione. Ma cosa dice il nostro non verbale? In questo caso due cose opposte, che molto probabilmente lui noterà. 
Immaginiamo invece che qualcuno ci ponga una domanda e noi non rispondiamo. Già il nostro silenzio comunica: non sappiamo cosa rispondere, siamo in difficoltà, o addirittura ignoriamo la domanda per esprimere ostilità e distanza da chi ce l’ha fatta. Tutto questo può essere compreso dall’atteggiamento non verbale. Se il silenzio è accompagnato da uno stropicciarsi di dita, da un’espressione di paura, è evidente che non rispondiamo perché non sappiamo come farlo, non eravamo preparati a quella domanda. Oppure temiamo di dare una risposta che può generare un conflitto, non troviamo le parole giuste, stiamo prendendo tempo. Se invece il silenzio è accompagnato da un’espressione di sfida, di sufficienza o di totale indifferenza come se non l’avessimo nemmeno ascoltata quella domanda, è evidente l’intenzione che comunica il nostro non verbale. Stiamo volutamente e provocatoriamente decidendo di non dire nulla, facendolo capire a chi ci ha posto la domanda senza parole, ma con il nostro modo di comportarci. 
È importante concentrarci sul modo in cui veicoliamo i nostri messaggi. 
Per questo il counselor e il mediatore familiare fanno attenzione all’espressione del non verbale da parte dei clienti, perché in maniera inconsapevole dicono molto di sé. La postura, il modo di gesticolare, tamburellare con le dita sul tavolo, guardare altrove o sostenere lo sguardo dell’interlocutore, sono tutti modi di comunicare il nostro stato d’animo a cui spesso non facciamo caso.


Comunicazione paraverbale

Siamo ancora nella sfera del come esprimiamo noi stessi. La comunicazione paraverbale riguarda il tono della voce, il volume, il timbro. 
Pensiamo all’esempio precedente del compagno che prende un voto più alto del nostro: la postura più aperta e distesa molto probabilmente sarà accompagnata da un tono squillante, positivo, amichevole. Al contrario, le braccia incrociate e lo sguardo sfuggente, probabilmente si accompagneranno a un tono più grave, sicuramente meno felice per il compagno, ma anzi, forse addirittura seccato. Se chiudessimo gli occhi e sentissimo solo il tono di voce, saremmo in grado di riconoscere lo spirito che sottende a quel “bravo!”, senza nemmeno vedere con gli occhi il non verbale. 
Pensiamo anche all’atteggiamento e al tono di voce che teniamo in situazioni diverse: a un colloquio di lavoro andiamo ben vestiti, teniamo un comportamento contenuto e professionale sia nelle parole, che nel modo di porci e di parlare, di intonare la nostra voce. Vogliamo fare un’impressione positiva come professionisti a chi ci intervista. Con gli amici o con la famiglia, siamo sempre noi ma ci permettiamo dei registri linguistici diversi, dei toni di voce diversi e più confidenziali, perché il contesto lo permette. 
Ecco perché la comunicazione è espressione della relazione che abbiamo con gli altri e la moduliamo di conseguenza. Dove non siamo capaci di comunicare in modo appropriato alla situazione, il counselling e la mediazioni familiare possono aiutarci. I professionisti si cimentano ogni giorno nel riconoscere e tenere in considerazione i diversi livelli della comunicazione, per questo sono esperti e in grado di renderci consapevoli dei nostri modi e dei contenuti che veicoliamo agli altri.

 

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