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Nuova chiacchierata con una nostra tutor, che prima è stata nostra allieva. Ci piace raccontarci attraverso gli occhi dei nostri allievi ed ex allievi, che meglio di chiunque possono esprimere cosa sia un percorso di formazione insieme a noi di Mediare.
Lasciamo subito al parola alla nostra Claudia, che ringraziamo tanto per averci regalato questo bel racconto.


Ciao Claudia, grazie di essere qui con noi a raccontarci la tua esperienza. Partiamo con le domande.
Ci racconti perché hai deciso di frequentare il Master in counselling e mediazione familiare di Mediare?

Quando cominciai il corso con Mediare avevo già intrapreso una formazione in counselling altrove. I motivi che mi spinsero verso quel percorso erano più che altro professionali. In questo corso precedente, alcune lezioni erano tenute da Franco (Pastore, fondatore di Mediare, ndr) e rimasi molto colpita dal suo modo di lavorare. Ci mostrò il processo che mette in atto nella relazione di aiuto alla coppia, "usando" due colleghi del corso che si erano volontariamente prestati.
A quel punto, per motivi strettamente personali, gli chiesi se avessi potuto cominciare delle sedute con lui per dei problemi di relazione che avevo. I problemi non erano legati a un caso o una persona specifica, ma proprio a me, perciò lui mi ha consigliato di frequentare il Master in counselling e mediazione familiare. Accettai il suo consiglio e poi ho capito perché me lo avesse dato: pur avendo alle spalle psicoterapia e una formazione in counselling, ciò che mi ha dato questo Master non l’avevo mai trovato altrove.
Ho lavorato su degli aspetti di me che mi limitavano e ho imparato a gestirli. Sia a livello personale che professionale, non solo con la coppia ma con tutti i tipi di relazione, gli strumenti acquisiti con Mediare mi servono come chiave di lettura. Sono trasversali e si rivelano efficaci sempre. Mi aiutano a comprendere le relazioni e le dinamiche su cui poggiano, a capire quali bisogni abbiamo e lasciamo insoddisfatti.

 

Quali sono le cose che più ti porti dietro di questa esperienza?

Una grande ricchezza. Da quando ho fatto il Master posso dire di aver trovato la felicità. Pensa che il mio entusiasmo era così contagioso quando frequentavo, che delle persone a me vicine si sono iscritte negli anni seguenti, molto colpite dalla mia reazione. Anche loro, una volta cominciato il corso, sono state entusiaste di ciò che hanno trovato.
Ho acquisito talmente tanta conoscenza e consapevolezza di me stessa, che poi ho capito che la vera felicità sta proprio in questo. Al netto dei problemi che, come tutti, ho anche io, ho raggiunto una stabilità, una sicurezza, una conoscenza grazie al fatto che oggi so come far funzionare le relazioni. Ti faccio un esempio pratico: con il padre di mia figlia siamo separati da un po', ma adesso siamo riusciti a costruire un rapporto idilliaco da separati, per il bene di entrambi e della nostra bambina. Le ostilità le abbiamo superate anche grazie alla stabilità interiore data dalla crescita fatta con il Master.
Più in generale, oggi sono in grado di affrontare anche le giornate più storte con la consapevolezza che riuscirò a gestire tutto senza problemi. Per questo, se incontro una difficoltà la analizzo, la comprendo e la affronto con la fiducia di avere gli strumenti per farlo.
Ho imparato ad ascoltarmi, a sentire quali sono i miei bisogni e realizzarli: non mi sento più in balia degli eventi, ecco.

 

Cos'è cambiato nella tua vita e nella percezione degli altri, dopo questo Master?

La prima cosa che mi viene in mente è il senso di responsabilità che ho acquisito. C'è voluto tanto, perché la tentazione di dare le colpe agli altri quando qualcosa non va è sempre tanta. Ma poi l’ho capito, sentito dentro e interiorizzato e ora è automatico e istintivo. Mi spiego meglio: quando con mia figlia abbiamo una discussione, io mi fermo e osservo cosa faccio io, cosa ho detto o fatto che può aver innescato il malumore o il conflitto. Cerco subito la mia parte di responsabilità perché così posso rimediare, posso migliorare la relazione con mia figlia. E questo vale per tutte le altre relazioni.
In più, ho imparato a non giudicare più gli altri. Per stare in tema di relazioni con persone molto vicine, il rapporto con il padre di mia figlia è migliorato anche per questo. Come tutti noi ha punti di forza e di debolezza. Dove so che è più debole non lo giudico, ma anzi, provo ad andargli incontro. Dove invece ha punti di forza io glieli rimando, gli comunico che sono - appunto - la sua forza e che mi aiutano a fidarmi di lui. E lui lo sente ed è naturalmente invogliato a dare il meglio di sé in quel che può.
Grazie a questo ottimo rapporto che abbiamo, credo che mia figlia non abbia ben chiara la differenza tra genitori separati e non. Proprio perché le garantiamo stabilità, presenza e armonia, anche se non viviamo più insieme, ma il nostro rapporto è sano ed equilibrato.

 

 
Se Mediare fosse una persona, chi sarebbe per te? Come la descriveresti?

La famiglia che non ho mai avuto. Ho potuto sperimentare un senso di accoglienza, di comprensione che non avevo mai trovato prima.

 

Quanto ti è stata utile la parte esperienziale?

Fondamentale. Ho avuto modo di sperimentarmi e capire per la prima volta di avere dei bisogni che non ero mai riuscita ad intercettare. Quindi erano rimasti sempre insoddisfatti e questo causava sofferenza. I laboratori esperienziali aiutano davvero a capire tantissime cose, a sperimentare emozioni mai sperimentate.
Ora che ho capito, per esempio, che io ho necessità di appoggio dagli altri, di sostegno, lo esprimo, lo manifesto e lo cerco negli altri, perciò riesco ad averlo. Senza i laboratori esperienziali del Master penso che non lo avrei capito così chiaramente.

 

Cosa ti aspetti da Mediare dopo aver finito il Master? Per esempio: ulteriori iniziative, confronti, o altro.

Io mi sono offerta come tutor proprio perché volevo continuità in questo percorso, quindi di fatto ho già ciò che mi aspettavo. In questo modo continuo ad essere a stretto contatto con tutto il team di Mediare per consigli, consulenze, pareri. Oltre che per una continua crescita.
Al di là di questo, mi piacerebbe che ci fossero degli incontri periodici con i miei ex compagni di corso, ma anche con persone di altre classi o professionisti, per continuare nel confronto e nello scambio. Dopo un'esperienza così intensa ne senti proprio il bisogno.

 

 

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Continuano le interviste ai nostri ex allievi. Una di loro, ora docente del corso, ci parla della sua esperienza con il Master in counselling e mediazione familiare.
Sentiamo cosa ci racconta oggi Viviana.


Ciao Viviana, grazie tante del tempo che ci dedichi per questa chiacchierata. Cominciamo con le domande.
Ci racconti perché hai deciso di frequentare il Master in counselling e mediazione familiare di Mediare?

Grazie a voi!
Mi sono avvicinata alla Mediazione dopo la laurea in sociologia ed era mio desiderio continuare a formarmi. Ho scelto un corso di mediazione sociale, in cui si trattava anche la mediazione familiare, ma in modo non esclusivo. Tramite un collega del corso mi sono avvicinata al counselling come allieva e poi anche come collaboratrice nei corsi che faceva la sua associazione.
Nel tempo ho approfondito il counselling con studi più strutturati e mi sono accorta di avere lacune sulle dinamiche e i conflitti di coppia. Mi interessava approfondire e nella mia ricerca ho trovato un corso specifico di mediazione familiare, quindi legato alla vicenda separativa.
Mi sono appassionata all'argomento, volevo saperne di più sulle coppie ancora non arrivate "al punto di non ritorno". Così quando ho conosciuto Mediare, ho pensato che fosse proprio ciò che chiudeva il cerchio: da una parte il counselling di coppia dove il supporto alla persona porta alla conoscenza dei bisogni di ciascuno; dall'altra la mediazione familiare che facilita decisioni concrete, desiderate e condivise. È stato per me un approfondimento e il trait d'union tra due percorsi fatti separatamente.

 

Quali sono le cose che più ti porti dietro di questa esperienza?

Su tutte, direi l’atmosfera che si è creata e la relazione con le persone che hanno seguito il corso e anche con i docenti. A dirla tutta, questa domanda mi suscita più una sensazione che un contenuto, che è quella di un gruppo affiatato di crescita e di apertura, di condivisione. In una parola, fiducia, che mi piacerebbe poi riuscire a ricreare anche nel mio lavoro, come professionista e anche nella mia vita privata.
Poi mi porto dietro un metodo, una formazione professionale che fornisce non solo una chiave interpretativa dei conflitti di coppia, ma assieme anche una soluzione possibile.

 

Cos'è cambiato nella tua vita e nella percezione degli altri, dopo questo Master?

Con questo Master mi sembra di comprendere meglio le persone intorno a me, inclusi gli amici, le persone che conosco già, che sono i primi sui quali ho fatto "esercizio di osservazione". Un'osservazione partecipata, un ascolto attivo soprattutto di bisogni che fanno fatica ad essere soddisfatti e che vengono coperti da lamentele, pretese…
Molto spesso chi è in coppia si lamenta per qualcosa che l'altro fa o non fa, viene automatico. Riportare l'attenzione a se stessi consente di realizzare ciò che si ritiene importante ed è un buon modo per uscire dall'empasse, per poter fare "cose diverse dal solito" per far rientrare l'incomprensione, pur con delle difficoltà.
Questo è, a mio avviso, il passaggio fondamentale per cambiare le proprie azioni e, di conseguenza, migliorare anche la relazione di coppia.
Nella mia vita, invece, ho scoperto il perché di alcuni miei comportamenti e quanto siano stati disfunzionali rispetto a ciò che mi serviva. Ciò che ho imparato mi aiuta oggi ad attivarmi per cambiare e stare meglio, riesco a correggermi. O quanto meno ad accorgermi della mia responsabilità di ciò che mi accade, se proprio non riesco a correggere il tiro.
Forse mi sono ammorbidita nei rapporti con gli altri, ho imparato ad aver meno paura e una maggiore consapevolezza mi fa scegliere se aprirmi o meno di fronte a una persona o una situazione. In questo è stato fondamentale far parte di un gruppo, altre persone che nel percorso mi hanno conosciuto e mi hanno insegnato a conoscere meglio me stessa in relazione agli altri. Ho potuto sapere l'"effetto che faccio" e ho scoperto che è molto diverso rispetto a quanto pensassi.
Ho anche capito perché le mie storie passate sono finite, dove ho avuto io delle mancanze o non sono riuscita a esprimermi al meglio.

 


Se Mediare fosse una persona, chi sarebbe per te? Come la descriveresti?

Se fosse una persona sarebbe un essere mitologico metà uomo metà donna, con una parte femminile molto responsabile ed accogliente e la parte maschile leggera e determinata. Forse perché sono caratteristiche per me ideali e in questa esperienza mi sembra di averle trovate. Soprattutto quelle che attribuisco al maschile per me sono molto importanti probabilmente perché sento di esserne un po' carente. Sono caratteristiche complementari che mi sono state restituite nella completezza di quest’esperienza.

 

Quanto ti è stata utile la parte esperienziale?

Fondamentale. Completa la parte più teorica e in un percorso come questo è importantissima. L’esperienza è quella che ti permette di entrare in contatto con te stesso. Io all'inizio ero molto sul pezzo dal lato teorico ma faticavo molto a scendere nel profondo. Ci ho messo un po' ma grazie ai laboratori ho cominciato a capire quando stavo evitando di vedere certe cose per non intervenire su di me, pur sapendo che avrei dovuto farlo.
Ho scoperto, per esempio, che quelli che pensavo fossero miei difetti per gli altri non lo erano e ho cominciato a vederli con occhi diversi. Le mie fragilità che tanto nascondevo, pensando erroneamente che fossero negative e fonte di imbarazzo, hanno creato empatia e, paradossalmente, sono state anche queste a costruire una relazione autentica con gli altri. Al contrario, alcune caratteristiche mie che pensavo fossero punti di forza, allontanavano gli altri.
Posso dire che il lavoro degli esperienziali è una continua scoperta di se stessi e degli altri, e anche di se stessi attraverso gli altri.

 

Cosa ti aspetti da Mediare dopo aver finito il Master? Per esempio: ulteriori iniziative, confronti, o altro.

A livello professionale mi aspetto degli incontri, degli approfondimenti su temi specifici, dei workshop. Uno scambio che comprenda anche una supervisione dal team della scuola che ha tanta esperienza e per questo può essere un supporto per i professionisti o per chi vuole mantenere vivo quanto appreso nel proprio percorso di crescita personale.
A livello umano non ho aspettative, nel senso che io so che loro sono lì, che posso ritrovarli e sono un riferimento. È come in alcune amicizie speciali: anche se non ci si vede per anni, il rapporto è per me così significativo che penso non possa cambiare.

 

 

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Quando una coppia si separa vive un momento molto doloroso. Qualsiasi sia il motivo della separazione, tutte le ostilità esplodono, il conflitto si inasprisce fino a generare voglia di rivalsa, in alcuni casi persino di vendetta. Non tutte le coppie si separano in maniera burrascosa, ma di certo tutte si trovano di fronte a scelte difficili su quello che sarà il nuovo assetto da separati.
Quello che viene visto come la soluzione a tutto questo, cioè l'iter che porta al tribunale e stabilisce gli accordi definitivi tra gli ex coniugi, nella realtà non è così risolutorio. Se una coppia arriva dagli avvocati e poi in tribunale, con uno stato d’animo carico di frustrazione, farà delle scelte che non porteranno risultati utili nel lungo periodo.
C'è un modo per arrivare di fronte al giudice più distesi e, soprattutto, consapevoli di aver scelto il meglio per la propria famiglia anche dopo una separazione. Si chiama mediazione familiare.

Avvocato, causa, tribunale: come arrivarci preparati

Per poter arrivare a degli accordi vantaggiosi per tutti i membri della famiglia, i partner in via di separazione hanno necessità di supporto tecnico e psicologico. Rivolgersi a un avvocato è fondamentale, ma bisogna arrivarci con le idee chiare.
Quando parliamo di separazione, la prima cosa a cui moltissimi pensano è l'aspetto materiale. La divisione dei beni, il mantenimento del coniuge e dei figli, l'assegnazione della casa coniugale all'uno o all'altro. Certo, sono aspetti importantissimi, ma è necessario fare un passo indietro: per prendere queste decisioni ci vuole uno stato emotivo adeguato. Un avvocato non è in grado di dare supporto in questo senso, semplicemente perché non è il suo compito. Chi è in grado di dare supporto ai partner che si separano è un mediatore familiare.
Se è vero che, comprensibilmente, una coppia che si separa è all'apice dell'ostilità, come può prendere decisioni che si rivelino ottimali nel lungo periodo?
Come può decidere nell'interesse dei figli e di ognuno dei partner, se non ha ancora risolto alcuni aspetti conflittuali?
È molto difficile che accada, per il semplice fatto che la rabbia e la frustrazione generate dalla separazione, guideranno le decisioni. Siamo esseri umani, proviamo emozioni e in base a queste facciamo delle scelte.

Counselling e mediazione familiare: ecco perché rendono tutto più semplice

Quando parliamo di emozioni, sappiamo che non è semplice distinguerle, dargli un nome ed esprimerle. Ecco a cosa serve la mediazione familiare: aiutare la coppia a comprendere le proprie emozioni, accettarle e incanalarle nella direzione più efficace per le decisioni da prendere. Gli elementi di counselling a supporto della mediazione familiare, servono a questo. Ecco perché un mediatore familiare è in grado di aiutare la coppia a eliminare l'ostilità, a favore di un riconoscimento reciproco. Il fine è quello di aiutare la coppia a decidere in modo più armonioso e più utile a tutti i membri della famiglia.
Specie quando una coppia ha figli, è fondamentale saper trovare il giusto equilibrio. La legge italiana già prevede un'attenzione particolare alla gestione dei figli, con soluzioni come l'affido condiviso. Questo punta a una suddivisione dei doveri tra i coniugi che si separano e assicura a entrambi di passare sufficiente tempo con i figli, che hanno comunque bisogno di entrambi i genitori. Questo può succedere, però, solo se la coppia è riuscita a superare le ostilità ed è disposta a costruire una relazione che si basi sulla solidarietà, anche dopo la separazione. Tutto questo si può ottenere grazie a un percorso di mediazione familiare.
Da poco anche i tribunali italiani si sono resi conto dell’utilità della mediazione familiare. A Milano e a Roma, infatti, stanno pian piano aprendo degli uffici informativi proprio su questa disciplina. All'interno dei tribunali ci sono degli spazi dedicati all'informazione, così che i coniugi che si separano possano conoscere la mediazione familiare e decidere di intraprendere un percorso in tal senso.
In questo modo i partner possono arrivare dai rispettivi avvocati con le idee più chiare grazie a una situazione emotiva più serena. Il beneficio è tangibile a tutti i livelli: si risparmia tempo, denaro e si elimina l'ostilità.

Come funziona la mediazione familiare e quali sono i vantaggi

La mediazione familiare è un percorso di un numero stabilito di sedute. In genere sono una decina, ma non è un numero obbligatorio. Ogni persona e ogni coppia ha tempi ed esigenze diverse, secondo i quali si accorda con il mediatore.
L’incontro introduttivo infatti serve a conoscersi, a inquadrare la situazione e capire l'obiettivo da raggiungere. Ciò che è certo sempre è che il mediatore familiare ha interesse a far risolvere il conflitto nel tempo più rapido possibile.
Grazie agli strumenti del counselling, il mediatore familiare è in grado di osservare gli aspetti emotivi, ma non solo: aiuta le persone che ha di fronte a riconoscersi e riconoscere l’altro. Possiede gli strumenti per accompagnare i partner che si separano a dirsi tutto, sfogarsi per riuscire di nuovo a empatizzare. Quando questo percorso termina, ecco che i partner sono messi in condizione di scegliere con consapevolezza, per il bene di tutti i membri della famiglia che si sta separando.
Solo in questo modo due persone possono mettere da parte le ostilità, ripartendo da una nuova relazione che ha obiettivi diversi.

Un percorso per fare le scelte migliori

Una volta che la coppia fa questo percorso, arriva dagli avvocati con una visione più distesa e degli obiettivi chiari. Questo è un grande vantaggio: a fronte di un percorso breve di mediazione familiare, si risparmia tempo e denaro in sede legale.
Quante cause di separazione e divorzio, infatti, hanno tempi lunghissimi perché sembra impossibile raggiungere un accordo?
Quanta sofferenza i partner continuano a infliggere a se stessi e ai figli per questo motivo?
La mediazione familiare mette una coppia in condizione di arrivare dagli avvocati in meno tempo e con molta più cognizione di cosa sia meglio per il futuro. Se ogni partner sa esattamente cosa vuole, nel proprio interesse e in quello dei figli e del bene della famiglia, saprà spiegarsi meglio anche con il legale che lo accompagnerà verso il tribunale. L'avvocato, quindi, saprà fare meglio gli interessi del suo assistito e raggiungere un accordo favorevole in tempi rapidi. Di conseguenza, anche il giudice si troverà facilitato nel prendere la decisione migliore per ogni coppia.
Le situazioni di separazione sono così diverse e personali che la legge, per quanto giusta, non può bastare a risolvere i problemi. Così come non possono bastare solo giudici e avvocati se la coppia non è in grado di venirsi incontro nonostante il conflitto. Se l’ostilità permane, ci sarà sempre qualcuno che resterà scontento e pieno di rancore e delusione. Ecco perché la mediazione familiare è un ottimo strumento di supporto e guida alla fine delle ostilità: completa le competenze di avvocati e giudici nel perseguire gli stessi obiettivi.

 

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Negli ultimi tempi si parla tanto di essere multitasking e si sono aperte molte discussioni in merito: è un vantaggio o un danno?
Innanzitutto, diamo una definizione al concetto di multitasking. Oltre che una caratteristica tecnologica, questa parola viene utilizzata anche per descrivere l'atto di compiere più azioni contemporaneamente, svolgere più compiti nello stesso momento.
Una particolare attenzione è stata posta sull'uso di dispositivi elettronici come smartphone, tablet e computer, mentre facciamo altre cose: guardare la tv, leggere, ascoltare musica, lavorare. Gli studi recenti dimostrano, infatti, che la percentuale di persone che usa smartphone e tablet mentre fa altro, è in continuo aumento. Idem per lo svolgimento di tante altre azioni e compiti, che vengono portati avanti contemporaneamente.
Tutto questo comporta un sovraccarico cognitivo e, secondo diversi studi, perfino aumento degli stati ansiosi e depressivi. Disperdiamo energie o le convogliamo in comportamenti e stati negativi.
Ma come siamo arrivati ad essere sempre più vittime di questo comportamento?

La paura di non riuscire a fare tutto ci fa fare troppo

Per descrivere l'ansia e la paura di non riuscire a fare tutto e di rimanere esclusi, è stato coniata perfino un'espressione e un suo acronimo: FOMO. Letteralmente sta per fear of missing out, che in italiano possiamo tradurre come paura di perdersi qualcosa.
In questo, senza dubbio alcuno, sono complici le nuove tecnologie, internet e i social media, che in ogni momento ci mostrano le vite degli altri. O meglio, quello che gli altri ci vogliono mostrare delle proprie vite, che sembrano sempre così piene e interessanti.
Attenzione: non intendiamo additare le nuove tecnologie come le uniche responsabili di questo fenomeno, anche se per certo aiutano a diffondere la spinta continua e costante a voler sempre essere al passo con gli altri. Sappiamo già come siamo condizionati dalle azioni degli altri, perché non siamo separati dal resto del mondo ma persone in continua relazione con le altre, in un sistema. Tendiamo a innescare molto facilmente un confronto che ci porta a pensare di essere mancanti rispetto a quello che fanno gli altri e, quindi, a voler fare sempre di più. Il tempo che abbiamo a disposizione è sempre lo stesso e per questo dobbiamo sovrapporre diverse azioni, se vogliamo riuscire a fare tutto.
Inoltre, le tecnologie hanno facilitato e velocizzato molti compiti e, per questo, anche sul luogo di lavoro finiamo per pretendere che tutte le azioni siano svolte sempre più velocemente. Se sommiamo tutto questo al fatto che l'orario di lavoro si è allungato in nome della produttività sempre crescente e della complessità del mondo che ci circonda, il tempo per noi si riduce ancora di più. Facciamo la spesa mentre controlliamo l'email, guidiamo la macchina e mandiamo un messaggio al partner o al collega, guardiamo la tv e nel mentre leggiamo le pagine Facebook dei nostri amici.
Tutto questo non solo ci affatica e ci fa disperdere una grande quantità di energie, ma nuoce alla capacità di concentrarci, con effetti potenzialmente gravi nel lungo termine. Gli studi in corso stanno cominciando a evidenziare livelli di attenzione sempre più bassi, tanto che leggere un libro per più di pochi minuti, per molte persone comincia a essere un'attività impegnativa. Gli stessi studi, tra cui quelli del Center for Brain Health dell'Università di Dallas (Stati Uniti), evidenziano perfino un aumento del livello di cortisolo, il cosiddetto ormone dello stress, nei soggetti che conducono una vita improntata al multitasking.

Ci serve davvero essere multitasking? La scelta sta a noi

Come già abbiamo detto tante volte nei nostri articoli, non siamo certo fautori della bulimia di azioni. Il counselling e la mediazione familiare sono interventi che mirano alle azioni, al concreto, ma con un approccio ben diverso. Proprio per questo ci sembra molto importante soffermarci su un argomento come questo.
Ci sono situazioni in cui non dipende da noi fare più cose contemporaneamente. Un'urgenza sul lavoro o un contrattempo in famiglia, per esempio, sono casi in cui è possibile che dobbiamo attivarci su più fronti. Devono però essere delle eccezioni e non diventare il nostro stile di vita abituale. Sono, appunto, urgenze o contrattempi.
Il counselling e la mediazione familiare lavorano proprio sul saperci fermare, saperci ascoltare, saper sentire sensazioni ed emozioni, saper ascoltare i nostri bisogni che premono e ci chiedono di essere soddisfatti. Possiamo anche essere in grado di guidare e parlare al cellulare, per esempio, ma qual è il nostro livello di attenzione su entrambe le azioni? Senza dubbio è minore che se portassimo avanti le azioni separatamente, non per una nostra mancanza, ma perché il nostro cervello è strutturato per fare una sola cosa alla volta. Ne deriva che tutto ciò che noi sentiamo, le nostre esperienze e il modo di vedere il mondo, sono modellate su questo e fare troppe cose contemporaneamente non ci fa stare bene.
L'abitudine a fare tante cose assieme, rischia di diventare uno stile di vita anche quando non c'è bisogno. Non ci rendiamo più conto che ci stiamo perdendo qualcosa, ci stiamo abituando ad assaporare sempre meno i momenti che passiamo coi nostri cari, con gli amici, col partner, perché siamo troppo distratti e non più abituati a fare una cosa per volta.
Quando ci troviamo di fronte ai clienti, il percorso che facciamo insieme è proprio quello di soffermarci sugli stati emotivi, su dei fatti avvenuti che non sono stati metabolizzati, proprio perché siamo sempre tutti troppo impegnati a fare tante cose, una insieme all'altra. Non ci prendiamo mai il tempo di fermarci, riflettere, respirare, sentire come stiamo. Come se avessimo paura di restare fuori dalla cerchia di amici, dalla benevolenza del capo in ufficio, come se dovessimo sempre soddisfare aspettative più alte da parte degli altri.
Come ci fa stare questo?
Come ci sentiamo ad abituarci a questo ritmo, a essere risucchiati da questo vortice continuo di azioni?
Vale la pena chiederselo e, soprattutto, essere franchi nella risposta. La scelta di come vogliamo indirizzare la nostra vita dipende solo da noi, anche se la strada che scegliamo è - apparentemente - quella meno battuta e più difficile: potrebbe essere proprio quella che ci fa stare bene.

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Facciamo il nostro meglio per raccontare chi siamo, cosa facciamo e quali siano i nostri obiettivi lavorativi e di formazione. Ma chi meglio dei nostri ex allievi, può dire cosa sia l'esperienza di Mediare?
Oggi Simona ci dice la sua sul Master in counselling e mediazione familiare.


Ciao Simona, grazie della tua disponibilità, innanzitutto.
Ci racconti perché hai deciso di frequentare il Master in counselling e mediazione familiare di Mediare?

Ciao e grazie a voi!
Io sono laureata in sociologia e lavoro nelle risorse umane di una grande azienda multinazionale. Sia per motivi lavorativi che - soprattutto - personali, ho cominciato diversi anni fa un corso di counselling. Tra i docenti di questo corso c'era anche Franco Pastore (direttore di Mediare, ndr) che era venuto a parlarci di counselling di coppia. Dopo aver parlato di teoria, ci ha chiesto se avessimo voluto continuare con approfondimenti teorici o passare alla pratica. Ci avrebbe mostrato qualche tecnica di intervento e come si svolge il processo, ma per farlo gli serviva una "cavia". In quel momento io ero in una fase personale particolare, di confusione nella mia relazione di coppia e, pur essendo abbastanza timida, mi sono offerta di mettermi in gioco di fronte a 40 persone, cioè i miei colleghi di corso. Mi si è aperto un mondo.
Dopo aver finito il corso, ho capito che l'appuntamento con Mediare era solo rimandato. Ero soddisfatta del mio percorso di crescita personale, professionale e relazionale con gli altri: avevo ripreso contatto con ciò che davvero mi piaceva e affrontato aspetti di me stessa che faticavo ad accettare. Ma sentivo che mancava qualcosa. Il counselling di coppia e la mediazione familiare erano i tasselli che dovevo ancora esplorare per bene, sia a livello personale che professionale, se volevo lavorare con le coppie. Ed ecco che mi sono presentata a Mediare per iscrivermi al corso.

Quali sono le cose che più ti porti dietro di questa esperienza?

Mi porto dietro, senza dubbio, il tempo brevissimo che è trascorso perché vedessi grandi cambiamenti dentro di me.
All'inizio ci ho messo un po' a decidermi se cominciare o meno questo corso. Avevo paura di andare a riprendere degli aspetti di una vecchia relazione finita, ma che in me aveva lasciato qualcosa di irrisolto. Una volta cominciato il corso, mi ha sconvolto il fatto che già nel secondo laboratorio esperienziale io sia riuscita ad affrontare quella tematica e chiuderla, risolverla.
Da quel momento, avendo sperimentato su me stessa l'efficacia del processo e del percorso, ho seguito con sempre maggiore entusiasmo. Ecco, questo è un aspetto che porto ancora dentro di me, anche a livello emozionale.
Mi porto dentro anche un arricchimento personale grandissimo: mi sono vista cambiare, riaprirmi al mondo come non facevo più. Il Master di Mediare non è solo un percorso teorico valido, ma un vero strumento di lavoro pratico, che come vedi serve prima di tutto a livello personale. Ci vuole un po' per entrare nel meccanismo, per raccogliere le nozioni e le tecniche e averne una visione d'insieme. Quando, però, acquisisci il metodo, ti rendi conto di quanto sia efficace sulle coppie, ma anche sui singoli, perché tutti stiamo in relazione con gli altri.
E ancora, mi porto dentro le emozioni vissute nei laboratori esperienziali, perché anche quei percorsi e quelle emozioni diventano strumenti per affrontare meglio la vita quotidiana, le piccole e grandi sfide.

Cos'è cambiato nella tua vita e nella percezione degli altri, dopo questo Master?

Un po' ciò che dicevo poco fa: ho proprio riscoperto delle mie modalità di relazione con gli altri. Sicuramente, poi, mi pongo verso gli altri in modo sempre meno giudicante. Quando cominci un percorso del genere, capisci che gli altri si comportano con te anche in base al tuo comportamento.
La cosa più difficile che ho imparato è fermarmi e chiedermi: perché sto reagendo così? Qual è il bisogno che mi spinge? Cosa sta portando l’altra persona, che mi spinge a reagire così?
È un allenamento costante che ci rende consapevoli di come siamo, di che meccanismi mettiamo in atto e, per questo, di decidere come intervenire.
È bello sapere che ciò che mi succede è mia responsabilità e che al mio atteggiamento diverso avrò risposte diverse dall’esterno.


Se Mediare fosse una persona, chi sarebbe per te? Come la descriveresti?

Un punto di riferimento, una persona importante, un esempio. È come se fosse una persona che ti dà la possibilità di sperimentarti e stare al mondo in modo diverso. Sicuramente identifico Mediare con una persona determinante per la mia crescita personale e professionale, ma anche per la mia consapevolezza.
Per esempio, quando mi trovo in una situazione particolare, mi ritrovo a pensare: chissà cosa mi direbbero loro (di Mediare), perché so che sarebbe la cosa giusta. O ancora, potrei dire che Mediare la descriverei come un faro, una guida, una rete di salvataggio. Mi ha dato tanti strumenti che tiro fuori dalla mia cassetta degli attrezzi quando mi servono, per questo è un riferimento costante.

Quanto ti è stata utile la parte esperienziale?

Tantissimo. Io sono sempre stata molto cognitiva, razionale, organizzata. La parte esperienziale di Mediare, invece, è molto incentrata sulle emozioni. Per me, quindi, è stata importantissima perché mi ha rimesso in contatto con le mie emozioni, con la mia "pancia".
Nel tempo, poi, è cambiato il mio modo di vivere i laboratori esperienziali. Oggi da tutor degli allievi del corso lo vivo in modo differente e il risultato che produce in me è molto diverso da quello che produceva nel passato, quando io ero l'allieva. È un grande allenamento anche questo, specialmente per persone che come me fanno fatica a esplorare la propria parte emozionale. È un percorso forte, importante e necessario. Ognuno ha il suo tempo per arrivare al contatto con le proprie emozioni, non ci sono forzature e questo permette a ognuno di arrivarci quando e come gli è più congeniale.
C’è molta partecipazione poi, perché il percorso lo facciamo in gruppo, quindi ognuno conosce i percorsi degli altri e può gioire delle conquiste di tutti, perché sa quanto sia impegnativo.

Cosa ti aspetti da Mediare dopo aver finito il Master? Per esempio: ulteriori iniziative, confronti, o altro.

Io sto continuando come tutor perché sono stata io a propormi. Ero talmente entusiasta che volevo trovare un modo di continuare un percorso con loro, anche come docente magari. L'ho chiesto a Franco e lui, naturalmente, mi ha risposto: dipende tutto da te.
Al di là di questo, in generale posso dire che quello che mi aspettavo sta succedendo e cioè un confronto costante a livello personale e professionale. Anche il fatto che i corsi abbiano un numero massimo di iscritti, fa sì che i rapporti costruiti durante il corso siano forti e rimangano anche dopo.

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Abbiamo già parlato di cosa sia la mediazione familiare sul nostro blog. Sappiamo che è un intervento di aiuto alle coppie che, in seguito a una crisi avvertita come grave, decidono di separarsi. Oggi parliamo in modo più approfondito di alcune dinamiche che si instaurano nel processo di separazione e di come la mediazione familiare sia un efficace strumento di soluzione del conflitto.
Il motivo per cui la mediazione familiare con Mediare ha risultati molto positivi, è che ha un modo peculiare di affrontare il conflitto nella coppia. A differenza della mediazione familiare tradizionale, utilizza gli strumenti del counselling. Ristruttura la comunicazione tra i partner, li mette in condizione di riconoscere l’uno le emozioni dell’altro e, per questo, comprendersi. Riesce a eliminare l’ostilità nella coppia, che solo così sarà in grado di decidere come gestire aspetti pratici e relazionali, durante e dopo la separazione. Tutto il processo è funzionale a ristabilire armonia sulla gestione della relazione futura.
Vediamo insieme alcuni aspetti che, in fase di separazione, vengono avvertiti come importantissimi dalle coppie.

Una nuova relazione per il benessere dei partner e dei figli

Nella maggioranza dei casi, la coppia che arriva a decidere di lasciarsi, ha dei figli. La separazione riguarda, quindi, l'intero nucleo familiare e non solo la coppia.
A prescindere dall'età, i figli soffrono sempre tantissimo quando i genitori decidono di prendere strade diverse.
Da una parte i figli vivono una grande destabilizzazione, dovuta al fatto che il nucleo familiare cambia forma e - per questo - dinamiche. In secondo luogo, l’evento può essere assimilato a un lutto, perché la famiglia come era composta fino a quel momento, non esisterà più.
I figli tendono a chiudersi nei confronti dei genitori sebbene, in realtà, abbiano bisogno più che mai di entrambe le figure. E ne hanno bisogno in ogni momento: in quelli brutti come conforto, in quelli belli per celebrarli assieme. Per questi motivi, i genitori hanno la grande responsabilità di rendere la separazione meno traumatica possibile. Sono gli unici che possono farlo e devono attivarsi affinché sia così.
Il problema è che il costrutto familiare decade dopo la separazione e i genitori non sono più entrambi disponibili insieme per i figli. Anche quando sembrano esserlo, perdono tempo a litigare anziché concentrarsi sull'essere partecipi. Ecco dove si inserisce il lavoro del counselor e mediatore familiare: rimettere in comunicazione efficace i genitori, per far sì che costruiscano un nuovo tipo di relazione solidale.
Solidarietà significa:

  • agire entrambi nell'interesse dei figli,
  • non contraddirsi a vicenda,
  • non sminuire l’altro di fronte ai figli, specialmente in sua assenza,
  • essere concilianti per andare incontro alle esigenze dei figli, nel loro esclusivo interesse. 


Per far sì che questo accada, la mediazione familiare di Mediare permette ai genitori di confrontarsi, litigare e far emergere l’ostilità, per riuscire poi a eliminarla. Il conflitto permane, ma l’ostilità viene eliminata. C’è un riconoscimento emotivo che permette ai partner di sotterrare l’ascia di guerra nel comune interesse e, soprattutto, per quello dei figli. Solo così i partner potranno trovare un nuovo equilibrio e prendere le decisioni migliori per il proprio nucleo familiare.

L’importanza del tempo

Non siamo certo fanatici dell’accelerare i tempi e compiere scelte avventate, anzi, esattamente il contrario. Possiamo, però, affermare con certezza che il metodo di mediazione familiare che ha ideato Mediare, è molto più rapido di quanto si possa pensare.
Quando una coppia si separa, almeno uno dei due partner ha fretta di concludere le pratiche, di disfarsi della relazione che è diventata ormai solo fonte di pena. In questo modo, però, il rischio di compiere scelte sbagliate è alto, come quello di far aumentare esponenzialmente il conflitto. La mediazione familiare serve a evitare tutto questo e punta, anzi, a far giungere la coppia alla migliore decisione nel tempo più rapido. Per farlo, però, è necessario che in una fase iniziale, la coppia si prenda dei momenti per fermarsi, riconoscersi e confrontarsi.
Questa fase serve a non sprecare tempo inutilmente dopo, a non trascinarsi conflitti irrisolti e diatribe infinite. Il tempo investito nella mediazione familiare cancella l’ostilità, che resta solo un brutto ricordo. Solo così la coppia è pronta a costruire una nuova relazione nella quale prenderà decisioni in modo condiviso e conveniente per tutti.

Separazione consensuale: sì, lo voglio

Altro nodo è la separazione consensuale. Il grande conflitto delle coppie, spesso, deriva proprio dal fatto che un partner vuole separarsi e l’altro no. Per questo si innescano ripicche, rivendicazioni, piccole e grandi vendette.
Ciò di cui si occupa la mediazione familiare non è convincere la coppia a condividere la scelta di separarsi. Piuttosto, gioca un ruolo importante nel trasformare l'ostilità all'interno della coppia, far sì che ognuno dei due riconosca i bisogni dell’altro, sia in grado di comunicare in modo non conflittuale ma, anzi, produttivo. In questo senso possiamo dire che facilita la valutazione dei partner in modo che siano più inclini a venirsi incontro anche nella consensualità della separazione.
Non c’è l’eliminazione del conflitto, ma la consapevolezza da parte dei partner che il modo in cui stanno in conflitto condizioni il processo di separazione e tutto ciò che ne consegue. I partner arrivano, quindi, a lasciare da parte l’ostilità, pur facendo ognuno il proprio interesse.
La mediazione familiare che usa gli strumenti del counselling è in grado di portare la coppia a condividere le emozioni e mettersi in contatto empatico. Questi passaggi si rivelano importantissimi perché sono gli unici che permettono alla coppia di prendere decisioni in modo più disteso, lucido e adatto alle esigenze di ognuno. Ecco perché, nel lungo termine, queste decisioni si riveleranno le migliori e garantiranno di eliminare tutte le ostilità.

 

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La gelosia è un argomento caldo per molte coppie. Le hanno dedicato canzoni, film e libri, nel tentativo di ritrarla talvolta in una cornice romantica, talvolta come uno spettro da allontanare.
La verità è che la gelosia non ha granché di romantico ma, piuttosto, è in grado di scatenare grandi conflitti nella coppia. È fonte di sofferenze, litigi e, nei casi estremi, perfino violenze.
Ecco perché parliamo di S.O.S.: non andrebbe sottovalutata, ma affrontata e compresa, per poterla riportare a una dimensione più innocua possibile. Il counselling e la mediazione familiare sono ottimi percorsi per aiutare le coppie a gestire la gelosia, specialmente nei casi in cui diventa asfissiante.
Partendo da qui, vediamo come possiamo affrontarla e recuperare serenità per noi stessi e per il bene della coppia.


Cos'è veramente la gelosia

La gelosia si manifesta in diverse modalità, che hanno un filo conduttore: il timore di perdere qualcuno che pensiamo ci appartenga. Possiamo fare una distinzione tra un tipo di gelosia che ha a che fare con l’aspetto sessuale e una che possiamo definire asessuata.

  • Nel caso della prima, la gelosia è un elemento che, paradossalmente, tiene vivo il rapporto nella coppia. Il partner geloso rivendica il suo primato rispetto a una terza persona che può insidiare l’altro partner. Probabilmente il motivo che ha fatto nascere quella coppia sta nel fatto che il partner geloso sia riuscito a conquistare la sua metà, prevalendo su altre persone e sentendosi appagato da questo. Il punto è che questo elemento rimane invariato anche quando la coppia diventa stabile. Il fatto di aver “vinto” su altri, tiene vivo il rapporto e quindi la gelosia funge da collante.

  • Nel secondo caso, quello della gelosia che non ha a che fare con l’aspetto sessuale, spesso è frutto di un rapporto tra una persona dipendente e una autonoma. Il dipendente si appoggia in tutto e per tutto al partner più autonomo e, per questo, teme che qualsiasi altra persona o un evento, possano allontanarlo e portarglielo via. Ha a che fare con una scarsa autostima e con una perenne insicurezza di fondo di uno dei due partner: tutto ciò che sta fuori dalla coppia, così, diventa una minaccia. Per questo una partita di pallone, una cena fuori, perfino il posto di lavoro, diventano terreni di scontro. Pur definendo questa gelosia “asessuata”, la sessualità viene chiamata in causa: il partner geloso dichiara di temere che l’altro lo tradisca mentre è da solo in altri luoghi. Non è, però, la reale motivazione della gelosia, che scaturisce invece dalla profonda insicurezza di uno dei due partner.


In entrambi i casi, counselling e mediazione familiare sono in grado di stabilire da dove abbia origine anche grazie all'analisi degli stili di attaccamento. Una volta compresi alcuni meccanismi che stanno alla base della coppia, possono inquadrare quali comportamenti siano problematici, sostenendo la coppia in un percorso di cambiamento.


Ritrovare l’equilibrio in 5 mosse

Al di là della specificità dei casi, ci sono delle buone pratiche che sono utili in tutti i casi nei quali la gelosia diventa una polveriera pronta a esplodere. I percorsi di counselling e mediazione familiare passano anche da qui:

  1. Comunicare: ne abbiamo ampiamente parlato nel nostro blog, perché la comunicazione è relazione. Ciò significa che una buona relazione è fatta di una buona comunicazione.
    Cosa intendiamo per buona comunicazione? Innanzitutto una comunicazione chiara, diretta ed esplicativa. Impariamo a non tenerci le paure, i sospetti e nemmeno le manifestazioni di affetto e amore. Se anche ci viene difficile all'inizio, facciamo un piccolo sforzo per dire ciò che pensiamo al partner. Se abbiamo paura che ci tradisca, troviamo il modo più costruttivo di parlargliene, cerchiamo un confronto. Se pensiamo che le sue attenzioni siano prese da un'altra persona, chiediamogli se davvero è così o solo un frutto di una nostra paura che diventa un mostro gigantesco se la alimentiamo da soli nella nostra testa. Se non riusciamo a dire le cose, staremo comunque comunicando qualcosa: paura, nervosismo, distacco. Potrà fare bene al rapporto, soprattutto se siamo persone gelose?
    Naturalmente questa regola vale anche in positivo. Non dimentichiamoci di dire al partner quanto sia importante per noi, quanto sia bello condividere la vita quotidiana e coltivare l’amore giorno per giorno. Non c’è bisogno di scrivere poesie d’amore, bastano poche semplici parole di gratitudine e affetto: non sono mai scontate.

  2. Darsi delle regole: sembra strano dire a una coppia di darsi delle regole, ma in realtà è una buona pratica per mettere in chiaro tantissime dinamiche.
    Ognuno di noi ha bagagli culturali diversi, dati dai luoghi di provenienza o da come siamo cresciuti in famiglia. Due persone possono trovarsi sui valori, sulla sessualità e tanti altri aspetti, ma avere comportamenti diversi su alcune cose. Questo accade semplicemente perché siamo abituati a comportarci in un modo che è frutto della nostra esperienza. Quando cominciamo una nuova relazione, però, un dato comportamento potrebbe non essere compreso o accettato dalla persona che abbiamo scelto. È necessario, quindi, ragionare insieme su quali siano i limiti e i canoni di ognuno come singolo e come coppia. Questo vale anche per la sfera sessuale, dentro e fuori dalla coppia. Quanto possiamo permetterci scambi affettuosi con altre persone, tali da non indurre il partner a essere geloso? Ci siamo dati dei limiti per la sperimentazione sessuale col partner, ma soprattutto, ce li siamo comunicati?
    Stabilire insieme quali siano i nostri confini e i nostri comportamenti, alleggerirà di molto il carico di eventuali sospetti che possono dare luogo a gelosie.

  3. Smettere di confrontarsi con gli altri: spesso la gelosia è frutto di un senso di inadeguatezza di uno dei partner. Le persone insicure tendono a confrontarsi con gli altri, sentendosi sempre meno capaci, meno belle, meno interessanti. Smettere di confrontarsi con gli altri in modo distruttivo è una buona pratica, in primo luogo, come individui.
    Ispirarsi a qualcuno che conosciamo e riteniamo capace è una cosa positiva. Non lo è più quando questo confronto si trasforma in "questa persona è meglio di me, quindi è una minaccia". Se viviamo così il confronto con gli altri, chiunque diventa un pericolo per la stabilità della coppia. Tutti diventano "migliori di noi" e quindi potrebbero portarci via il partner.
    La fedeltà ci protegge dal rischio del confronto con altre persone. La possibilità che il partner ci tradisca, al contrario, ci fa diventare gelosi perché temiamo di non reggere il confronto con gli altri.
    Proviamo piuttosto a rovesciare il punto di vista: perché il nostro partner dovrebbe stare con una persona che vale meno delle altre?

  4. Dosare la fiducia: impariamo a concedere al nostro partner il suo spazio. Una cena fuori, la partita con gli amici, una serata tra amiche di vecchia data. Non è soffocando la nostra metà che saremo sicuri che non scappi da noi. Al contempo, non dovremo nemmeno disinteressarci del tutto di ciò che fa fuori di casa.
    Il vero segreto non è tanto dare fiducia incondizionata al partner, quanto piuttosto rafforzare quella in noi stessi. Questo significa essere consapevoli di cosa possiamo dare al partner, di come possiamo comportarci per andare incontro alle sue esigenze. Quando un partner si allontana è perché dentro la coppia non vede soddisfatti i propri bisogni. Cerchiamo, allora, di essere più consapevoli delle nostre capacità e andare incontro al partner. In questo modo non sarà spinto a cercare soddisfazione altrove e la gelosia non avrà ragion d’essere.

  5. Rinegoziare il rapporto: nel tempo il rapporto nella coppia cambia, si evolve. In ogni fase ci sono esigenze diverse, dettate da fattori esterni e interni. Rinegoziare il rapporto di volta in volta è utile a viverlo serenamente anche per ciò che riguarda la gelosia. Saper comunicare al partner i propri bisogni aiuta la coppia ad affrontarli e assestarsi ogni qual volta gli equilibri cambiano.
    Questo vale anche per la gelosia: capita che un partner si dimostri geloso di fronte a un cambiamento dell’altro. Un nuovo lavoro, un momento di debolezza di un partner in cui ha necessità di maggiore presenza dell’altro, la decisione di ritagliarsi uno spazio personale. Prima che questo diventi fonte di rivendicazioni, sospetti e gelosie, fermiamoci e chiediamoci cosa ci serve per stare bene, cosa possiamo fare noi e cosa può fare il partner. Decidiamo insieme come star meglio in coppia, in ogni fase che attraversa.
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