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Spesso capita di sentire parlare di assertività, caratteristica semplice quanto complicata. Complicata perché è un modo di essere a cui non sempre siamo indirizzati, ma non per questo vuol dire che non possiamo allenarci a diventare assertivi. Che cosa vuol dire, quindi, essere assertivi?
L’etimologia della parola è da ricercare nel latino asserere, che letteralmente significa asserire. Il significato che oggi diamo all’assertività ha diverse sfumature, che possiamo descrivere così: è una caratteristica del comportamento che ci permette di affermare le nostre opinioni con fermezza ma senza sopraffare gli altri, di farci dire di no senza sentirci in colpa, di sentirci liberi di mostrare le nostre emozioni con equilibrio.
È facile intuire, quindi, che essere assertivi è parte di un atteggiamento globale del nostro modo di sentirci e di essere, che comprende altre qualità e caratteristiche. Sicuramente autostima e consapevolezza di sé, empatia ed equilibrio tra due polarità, quella passiva e quella aggressiva.
Dei sinonimi di assertività possono essere consapevolezza, positività, autoaffermazione, mentre un significato contrario lo troviamo in aggressività, passività, sottomissione o prevaricazione.

Autoaffermazione non vuol dire aggressività

I comportamenti umani si sviluppano in una costante ricerca di un equilibrio tra polarità, cioè tra due caratteristiche opposte. Concretamente, in questo caso abbiamo a che fare con aggressività e passività. Sono due facce della medaglia contrapposte, che trovano un equilibrio in un comportamento assertivo.
La personalità aggressiva ha come tratti predominanti l’egocentrismo, la sopraffazione degli altri, il bisogno di controllare persone e situazioni, rivendicando la sua superiorità.
All’esatto opposto, la personalità passiva la riconosciamo perché è sottomessa, si preoccupa troppo del giudizio altrui, non riesce a prendere decisioni senza avere appoggio esterno e fatica a comunicare chiaramente con gli altri.
La personalità assertiva è in equilibrio tra queste caratteristiche, è in grado di autoaffermarsi senza sopraffare le persone attorno a sé. È in grado di affermare i propri diritti e rivendicare i propri bisogni, senza per questo offendere o svalutare gli altri. Ha una buona capacità empatica, cioè di mettersi in contatto con la sfera emozionale altrui, senza però subirla, per questo è in grado di dire di no quando è opportuno, senza sentirsi in colpa nei confronti delle richieste esterne.

Consapevolezza e reazioni positive: mai dire sì se vogliamo dire no

Nel concreto, cosa possiamo fare per non farci mettere i piedi in testa ma non reagire in maniera aggressiva? Per esempio, se il capo ci presenta sempre dei lavori all’ultimo minuto o che ci possono impegnare nel fine settimana in maniera imprevista, possiamo dire di no? Certo che possiamo farlo, con i dovuti modi, spiegando le nostre motivazioni e cercando di essere propositivi nel trovare un’organizzazione lavorativa migliore. Non è necessario che siamo aggressivi nel farlo, anche perché potrebbe sortire l’effetto contrario a quello che vogliamo. Se è una situazione che si ripete spesso, potrebbe generare in noi frustrazione o rabbia, spingendoci a diventare aggressivi. A quel punto possiamo contare fino a 10 (o anche fino a 100, se proprio ci serve!), razionalizzare e valutare quanto sia un nostro diritto chiedere di non essere bloccati in ufficio più di quanto stabilito da contratto. L’imprevisto ci può stare, ma non deve diventare la regola, per questo ragionare con il capo in maniera propositiva può essere ben più fruttuoso che reagire rabbiosamente. Farà meglio al nostro lavoro e ci renderà fieri di noi, di come siamo stati bravi a gestire una situazione critica.  Oppure, se ci troviamo in situazioni in cui qualcuno con maleducazione o aggressività sta tentando di danneggiarci in qualche modo, dobbiamo farglielo notare? Per esempio qualcuno che tenta di superarci in fila alle Poste, che si siede al nostro posto a teatro, o altre piccole situazioni quotidiane che tutti possiamo trovarci a vivere. Anche qui la risposta è certamente sì, è giusto farglielo notare con educazione e fermezza, senza alimentare polemiche. Rispondere all’aggressività aggiungendone altra non è utile e funzionale al raggiungimento del nostro scopo che è quello di affermarci positivamente come persone che hanno il diritto di non essere sopraffatte.
Se abbiamo dei validi motivi, cosa che accade spesso, non c’è nulla di cui sentirsi in colpa. Il counselling ci insegna che ognuno di noi tende al meglio per se stesso. Anche dire di no in una situazione che non ci è congeniale rientra nel cercare il meglio per noi stessi e non dobbiamo averne paura.

Il counselling, una guida verso la comunicazione assertiva

A tutti noi capita di avere dei momenti in cui ci serve tempo per riposarci fisicamente e mentalmente. Per esempio, abbiamo deciso di trascorrere una giornata al mare per godere del sole e di una bella nuotata, perché è stata una settimana impegnativa e solo l’idea di poter dedicare un po’ di tempo a noi stessi ci rimette in pace. Un amico ci chiede aiuto per il trasloco, perché gli avevamo promesso di dargli una mano. Che fare? Il riposo è necessario ma abbiamo paura di deludere il nostro amico che ci ha chiesto sostegno per oggi, che è l’unica giornata in cui possiamo rilassarci. Dire di sì al nostro amico, facendo una cosa controvoglia, o proporre un’alternativa? L’atteggiamento non assertivo è il primo, cioè privarci di qualcosa che ci fa star bene per andare incontro solo a esigenze altrui. Se invece siamo in grado di proporre al nostro amico di aiutarlo l’indomani, trovando tempo per noi stessi e anche per lui, saremo assertivi: diciamo chiaramente al nostro amico qual è la nostra esigenza, senza per questo sminuire la sua o negargli il nostro aiuto. Semplicemente comunichiamo in modo chiaro che il riposo di oggi potrà renderci più predisposti e produttivi l’indomani per aiutarlo. Il nostro amico sarà certamente in grado di capirci.
Se porci in questo modo ci viene difficile, un counselor è in grado di aiutarci, di farci comprendere come comunicare in maniera assertiva senza lasciare zone d’ombra che possono lasciare spazio a fraintendimenti.
Partiamo da un presupposto: se non comunichiamo in modo chiaro, sarà difficile che chi ci ascolta possa capirci. Oltre il modo, che è importantissimo, anche usare le parole giuste – davvero giuste – è utile a far capire che ciò che stiamo dicendo di noi in quel momento.
Il counselor conosce il modo giusto per attivare in noi le caratteristiche assertive, sia come singoli che come coppia. Grazie al counselling ci ritroveremo a guardarci dentro e capire quanto sia prezioso ammettere quello che non va prima di tutto a noi stessi e poi agli altri.

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Il motivetto che accompagna Cenerentola nel suo sogno romantico col suo principe azzurro recitava: “i sogni son desideri, di felicità.” Ma è proprio così, come canta la protagonista del film animato?
Le discipline legate alla psicologia si sono soffermate tante volte sul sogno, sulla sua funzione, sull’interpretazione, l’esperienza, i diversi livelli di conscio e inconscio. Non esiste una risposta univoca a cosa siano i sogni, ma di sicuro tanti punti di vista che si rivelano tutti efficaci nel capire meglio questa sfera di noi stessi, che ci può apparire sfuggente ed enigmatica.
Anche il counselling, naturalmente, si occupa della fase onirica e ci aiuta a capire meglio che ruolo hanno i sogni nella nostra vita, quali spunti ci possono dare e come possiamo farne esperienza per essere più in contatto con noi stessi. L’importante è capire su quali aspetti soffermarci e come.

 

I sogni e lo stato d’animo: perché è importante farci caso

Una delle prime cose a cui dovremmo far caso quando facciamo un sogno è quale stato d’animo ci provoca. I sogni non sono tutti uguali, ci sono quelli piacevoli, quelli che ci fanno paura, quelli che generano angoscia. Lo stato d’animo ci comunica molto di ciò che sogniamo, perché ognuno di noi vede e percepisce gli avvenimenti in maniera soggettiva e in base alla propria prospettiva.
Per esempio, se sognare di essere in dolce attesa per una donna può essere piacevole e fonte di felicità, per un’altra può essere angosciante. Ha senso quindi soffermarsi su quel senso di angoscia o di felicità, perché lo stesso evento che compare nel sogno provoca stati d’animo opposti. Non è quindi l’evento in sé a essere piacevole o spiacevole, ma l’esperienza che ne facciamo e la percezione che ne abbiamo. Non necessariamente queste sono legate a una condizione oggettiva, quanto a come ci sentiamo noi nell’affrontare l’evento o la situazione che vediamo in sogno.
Altra cosa importante è fare caso al nostro stato d’animo quando ci svegliamo, perché non sempre coincide con quello che abbiamo sentito in sogno. Se durante l’esperienza del sogno abbiamo provato serenità, appagamento, soddisfazione, potremmo svegliarci e ripercorrendo il sogno sentire un sentimento diverso, in alcuni casi anche contrapposto.
Il livello del sogno non è sempre coincidente con quello in cui siamo svegli e più presenti. Per questo metterci in contatto con noi stessi e sentire davvero cosa ci dice il nostro stato interiore può essere rivelatore.

 

Fotogrammi dal sogno

Di tanti film non ricordiamo la trama, ma ci restano impressi dei fotogrammi ben precisi. Di ore di pellicola, restano nella nostra mente solo alcuni momenti. Se ci facciamo caso, questi frammenti spesso sono quelli che racchiudono in pochi istanti la vera essenza del film intero. Uno sguardo, uno scenario, un gesto di un protagonista, una battuta significativa. Non è quindi riduttivo identificare un film con dei momenti precisi, perché forse sono proprio quelli in cui il regista ha voluto condensare l’intero significato, perché rimanessero a imperitura memoria. Con i sogni può accadere lo stesso.
Ci sono persone che non ricordano quasi mai i sogni che fanno ma solo alcuni, altre che invece ricordano sempre tutto ciò che scorre nella mente durante il sonno. In entrambi i casi può succedere che rimangano solo dei frammenti, che si abbia la sensazione che il sogno fosse più lungo e articolato ma noi riusciamo a ripescare solo dei fotogrammi nitidi su uno sfondo meno definito.
Quei particolari possono comunque essere molto importanti, perché rappresentano la vera essenza del sogno per noi. Potrebbe anche succedere che facciamo più volte lo stesso sogno e che ogni volta cambino i particolari che ricordiamo da svegli. Come tessere di un puzzle, le possiamo unire per avere un’immagine quanto più completa da incorniciare. Il motivo per cui la nostra mente seleziona alcuni dettagli al posto di altri è che li ritiene importanti per noi in quel momento. Ci stanno dicendo qualcosa, secondo la nostra prospettiva contingente, come fossero delle notizie dall’interno.
Riprendendo da svegli quei frammenti, esplorandoli e facendone esperienza in modo più cosciente, potremo sentire sensazioni, emozioni, stati d’animo legati a quei frammenti, che ci parleranno di noi.

 

Le persone nei sogni: uno sprone a confrontarci con noi stessi

Anche quando i protagonisti del sogno siamo noi, spesso ci sono dei co-protagonisti o anche solo delle comparse. Quante volte ci succede che in un sogno vediamo persone conosciute che sembrano avulse dal contesto di quel sogno specifico? E ci chiediamo che cosa ci facessero in mezzo ai nostri pensieri, come abbia fatto la nostra mente a pescarli e metterli in quella scena. O al contrario, non ci coglie di sorpresa vedere una determinata persona, ma magari non comprendiamo del tutto il suo ruolo nel sogno.
Il counselor ha l’esperienza per aiutarci a capire di più di noi stessi e a dare un senso ai sogni che facciamo. Il centro di tutto è sempre l’obiettivo che vogliamo raggiungere: non esiste un solo modo di guardare dentro i sogni, ma ognuno di noi ha il suo, in base al momento che affronta e agli obiettivi che si prefigge. Il counselling ci serve perché siamo in grado di trovare il giusto modo, di raggiungere i nostri obiettivi con consapevolezza, di mettere su un piano oggettivo degli elementi che solo noi potremo utilizzare per stare meglio. Lo sprone a farlo può venire anche da un sogno, da chi e cosa ci vediamo.
In questo senso il counselling ci può aiutare a capire cosa vogliano dirci i sogni, le persone che ci vediamo, le situazioni che viviamo e le sensazioni che proviamo. È un supporto grazie al quale possiamo scoprire di più su di noi e affrontarlo, per crescere, cambiare ed essere in equilibrio.

 

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Riconoscerci per ciò che davvero siamo non è cosa semplice. Al contempo però, è anche una cosa necessaria per stare bene con noi stessi e con ciò che ci sta intorno. Insomma, per essere più felici. Sappiamo già, infatti, che siamo legati a doppio filo con l’ambiente in cui siamo immersi che sempre più spesso ci manda più stimoli di quelli che possiamo realmente gestire. Il risultato è che è molto facile che ci sentiamo disorientati, inadeguati, non all’altezza e sempre meno in sintonia con le nostre emozioni e percezioni.
Ci siamo mai soffermati a chiederci come percepiamo le cose? Siamo consapevoli di noi stessi, delle nostre capacità? Ci siamo mai preoccupati di capire se percepiamo davvero le nostre emozioni? E quindi, siamo in grado di fare delle scelte giuste per noi?
Se la risposta a queste domande è un po’ incerta, vediamo insieme in cosa possiamo migliorare per lasciare spazio a una maggiore percezione di noi stessi e dei nostri bisogni.

 

1. Esplorare percezioni ed emozioni

Emozione deriva dal latino e-movere, cioè tendenza all’azione. Già questo ci fa capire quanto siano importanti le nostre emozioni: scegliamo in base a ciò che sentiamo, in base a cosa ci fa provare gioia o paura, rabbia o tristezza. Il problema si manifesta quando non siamo in grado di esplorare le nostre emozioni, quando non ci prendiamo il tempo per capire davvero cosa stiamo sentendo o non sappiamo dargli un nome.
Forse è per questo che non siamo sempre in grado di scegliere con convinzione ciò che davvero è meglio per noi, perché non riusciamo a percepire cosa vogliamo veramente. Uno dei fondamentali obiettivi del counselling è proprio renderci consapevoli dei nostri impulsi ad agire, di quello che sentiamo dentro e che è bene guidi le nostre scelte e definisca i nostri obiettivi. Prenderci il tempo per soffermarci su cosa sentiamo non è tempo perso, ma anzi, il migliore investimento che possiamo fare.

 

 2. Il corpo e la mente sono connessi: ascoltiamoli

È importante imparare a considerarci un insieme di più parti e non dei compartimenti stagni che non comunicano tra loro, perché questo ci può dare dei segnali su come stiamo. La stretta connessione tra il nostro corpo e la nostra sfera emozionale e cognitiva è ormai considerata assodata anche in larga parte dell’ambito medico. Il tutto è più di una somma delle sue parti, è un insieme di diversi livelli: fisico, emotivo, cognitivo, spirituale.
Dovremmo quindi far caso se abbiamo dei malesseri o disturbi, perché con buona probabilità ci stanno comunicando qualcosa di noi che invece stiamo trascurando. Molte manifestazioni come dermatiti, rash cutanei, gastriti o altro, possono essere originate da disagi emotivi che non sappiamo riconoscere, semplicemente perché non ci soffermiamo a farlo. Oltre la medicina per alleviare o curare il sintomo, eliminare la causa scatenante del malessere è una medicina ancora più potente. Il nostro corpo ci manda dei segnali e noi possiamo imparare ad ascoltarli.

 

3. Riconoscere i propri bisogni

Saper riconoscere cosa ci fa stare bene è il primo passo per poter interagire meglio con gli altri e dare il meglio di noi stessi. Rispondere a un bisogno, infatti, ci mette in condizione di portare avanti i contatti e le relazioni con gli altri in modo sereno, di definirci anche nei confronti di chi abbiamo di fronte. Essere consapevoli di cosa vogliamo è importante per permettere a noi stessi di vivere le esperienze pienamente, senza sensi di colpa o rimpianti.
Capita a tutti di fare delle scelte di cui poi ci si pente oppure avere dei momenti in cui non sappiamo decidere che direzione prendere. Per esempio nella scelta di un lavoro o di un corso di studi, nell’acquisto di una casa o nell’intraprendere una relazione. Per questo è fondamentale saper riconoscere i propri bisogni per essere sicuri di fare delle scelte che davvero ci rispecchiano a pieno.

 

4. Le aspettative e il diritto a essere se stessi

Gli stimoli esterni per alcuni possono essere vissuti come determinanti, ma possono anche creare aspettative distorte. Il mondo in cui viviamo ci propone modelli che sembrano essere imprescindibili ma che non sono validi per tutti. Ognuno di noi è se stessoe interagisce con l’ambiente e con gli altri secondo i propri canoni e valori, per questo rincorrere modelli o aspettarsi risultati precostituiti è un metodo che può rivelarsi dannoso. Rivendicare la propria unicitàe quindi diversità rispetto agli altri è un grande passo di consapevolezza. Per questo pensare di soddisfare le aspettative degli altri a tutti i costi o crearsi delle aspettative irrealistiche su delle persone o situazioni, sarà solo fonte di frustrazione. 
Molte volte la paura di non essere accolti ci blocca, tendiamo a uniformarci a un modello per sentirci parte del nostro ambiente. Magari immaginiamo che il prezzo da pagare per essere noi stessi sia la solitudine e l’esclusione dall’ambiente che ci circonda.
La percezione del mondo è diversa per ognuno di noi, a fronte di realtà oggettive, c’è il livello soggettivo che è altrettanto importante. È importante legittimarsi a fare le proprie scelte e percorsi che ci rispecchino e parlino di noi, perché ognuno di noi è unico e in base a questa unicità dovrà scegliere il meglio per se stesso.

 

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Pubblicato in Blog TPL_OT_K2_DATETIME 01 Mag 2018 Pubblicato in Blog

Studiare il comportamento umano nella sua complessità è diventato ogni giorno più sfidante, richiedendo in alcuni casi una vera e propria rivoluzione del punto di vista. Nella prima metà del 900 infatti, Ludwig von Bertalanffy formula la teoria generale dei sistemi in ambito scientifico. Questa teoria investe diversi settori disciplinari, partendo da matematica e scienze naturali. Ben presto viene considerata la metodologia da applicare anche nell’ambito psicologico, antropologico e sociologico.
Dalla teoria di von Bertalanffy, un gruppo di studiosi di diverse discipline, sviluppa il modello sistemico anche in ambito psicologico. La cosiddetta scuola di Palo Alto, a metà del 900, contribuisce a spostare l’interesse del proprio studio dall’individuo alla relazione tra le persone, indagando con particolare scrupolo i rapporti nel sistema familiare e nella comunicazione. Tra i suoi esponenti principali ricordiamo Gregory Bateson e Paul Watzlawick, entrambi psicologi con specializzazioni in filosofia e antropologia uno e filosofia l’altro.

 

Cosa ci dice la teoria dei sistemi sulle nostre relazioni

Secondo la visione sistemica, ogni essere umano vive in stretta relazione con l’ambiente circostante; ogni cambiamento dell’ambiente e del contesto si ripercuote sull’altra parte, in un continuo scambio.
La comunicazione tra due o più individui non è quindi una mera emissione e ricezione di messaggi, ma una compenetrazione costante tra le complessità di ogni persona immersa nell’ambiente che la circonda.
Tutto ciò che noi abbiamo intorno condiziona fortemente i nostri comportamenti e la nostra comunicazione verso gli altri. Ognuno di noi influenza gli altri con i propri comportamenti e a sua volta è influenzato dai comportamenti altrui.
Il contesto diventa un elemento imprescindibile, che permette di inquadrare le relazioni e la comunicazione tra persone in modo più efficace. Cosa significa tutto questo? Significa che ogni sistema, coppia, famiglia e altri, è una continua evoluzione, un costante ricevere impulsi e modificarsi per ripristinare un equilibrio e ridurre il conflitto, con il fine di conservarsi e riprodursi. Quando si verifica un conflitto che non riusciamo ad arginare, significa che si è interrotto il ripristino dell’equilibrio perché una delle parti del sistema è cambiata, senza che a questo seguisse un cambiamento complementare dall’altra parte.
Questa è la situazione in cui counselor e mediatori familiari possono intervenire per guidare la coppia o la famiglia verso un nuovo assetto di equilibrio, con particolare attenzione alla comunicazione.

 

I livelli della comunicazione

Secondo Paul Watzlawick, uno dei fondatori del modello sistemico, la comunicazione tra esseri umani riveste una particolare importanza nelle relazioni. Un buon counselor e mediatore familiare deve quindi considerare gli aspetti relazionali della comunicazione, servendosi di questo approccio sistemico come strumento di decodifica.
Partiamo da un presupposto fondamentale: è impossibile non comunicare. I nostri gesti, atteggiamenti, movimenti, tono di voce e tutto il resto dei nostri comportamenti, comunicano anche senza le parole. Se consideriamo questo punto di vista, è semplice capire perché talvolta si inneschino conflitti in una coppia, in una famiglia, in una relazione di amicizia o di lavoro. Non è solo ciò che diciamo a influenzare gli altri, ma come lo diciamo, come ci poniamo quando lo diciamo, o anche quando non diciamo proprio niente.
Inoltre, la comunicazione non riguarda solo il contenuto del messaggio, ma sottolinea anche la relazione che c’è tra chi emette il messaggio e chi lo riceve. Per esempio una relazione di dominio/subordinazione tra un superiore e un dipendente al lavoro. O tra un genitore e un figlio in una famiglia. Ciò che una persona dice a un’altra, viene percepito anche in base alla relazione che intercorre tra loro. Se la relazione è conflittuale, per esempio, non è necessario che un messaggio sia brusco, minaccioso o ostile, verrà probabilmente percepito in maniera ostile a prescindere, perché inserito in un contesto di difficoltà e incomprensione.
Vediamo quindi come la comunicazione sia fatta di diversi livelli, uno più manifesto che è quello verbale, uno meno manifesto ma altrettanto importante che è quello non verbale e paraverbale.
Per tutti questi motivi, il counselor e il mediatore familiare prestano particolare attenzione a tutti i livelli della comunicazione dei propri clienti. Soprattutto nell’ambito della coppia e della famiglia, il contesto comunicativo rivela al counselor e mediatore familiare molti elementi che sono utilissimi per poter tracciare un quadro della situazione conflittuale e guidare i clienti alla presa di coscienza e alla soluzione.

 

Relazione e comunicazione: influenze e modifiche

Proprio per il fatto che facciamo parte di sistemi complessi e interconnessi, in cui i livelli di comunicazione sono molteplici, il modello sistemico offre a counselor e mediatori familiari un buon metodo di indagine per trarre gli strumenti utili all’aiuto. Se a ogni partner o familiare viene chiesto come percepisce le relazioni all’interno della sua coppia o famiglia, vengono evidenziati diversi punti di vista che spingono gli altri a modificare il proprio. I conflitti che si creano per l’incapacità di saper comunicare dei disagi o dei problemi, possono in questo modo appianarsi o comunque essere visti da un’angolazione differente, che favorisce la comprensione di aspetti non sempre chiari per tutte le persone coinvolte.
Anche per questo, spesso, counselor e mediatori familiari favoriscono una comunicazione anche visiva tra i clienti: guardarsi comunica quanto le parole, talvolta uno sguardo può trasmettere molto più delle parole e compito del counselor e mediatore è proprio quello di ristabilire una buona comunicazione su tutti i livelli.
Non siamo sempre portati a considerare il punto di vista altrui, anche se si tratta del nostro partner o di nostro figlio. Il modello sistemico pone l’attenzione su come la comunicazione e la relazione siano influenzate e modificate dai comportamenti reciproci. Ci insegna quanto sia importante considerare questi aspetti specialmente nei momenti in cui ci sono conflitti e incomprensioni.

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Quando la vita ci mette di fronte a delle scelte, belle o brutte che siano, veniamo guidati da diversi fattori. L’autostima è uno tra i primi e più importanti; questa qualità che dobbiamo trovare in noi si nutre di consapevolezza di sé. Quanto più siamo consapevoli di noi stessi, tanto più sapremo stimarci per ciò che realmente siamo, accettando le nostre sfaccettature e scegliendo di conseguenza cosa è meglio per noi. Come possiamo, quindi, accettarci e cercare l’armonia con ciò che siamo? Il counselling ci aiuta e una buona parte di questo lavoro dobbiamo farlo da soli.

 

Trarre il meglio da se stessi e soddisfare i bisogni

Quando siamo in difficoltà chiediamo l’aiuto degli amici, dei familiari, chiediamo consigli, suggerimenti: tuttavia le risposte che ci arrivano dall’esterno, seppur piene di affetto e riconoscimento, non ci soddisfano appieno. Sentiamo che manca qualcosa. Allora cominciamo a valutare l’aiuto di un professionista.
Abbiamo già visto quale sia la differenza tra counselling e psicoterapia. Sappiamo quindi che agiscono su livelli differenti, pur essendo entrambi delle relazioni di aiuto. Il counselor, dopo averci ascoltato, probabilmente ci guiderà verso il riconoscimento dei nostri bisogni: cosa ci serve per stare bene? Di cosa abbiamo bisogno per affrontare più serenamente una scelta o anche solo le cose che facciamo quotidianamente?
Nel corso dello sviluppo del counselling, alcuni studiosi - primo tra tutti Abraham Maslow - si sono concentrati sull’individuazione dei bisogni degli esseri umani. I bisogni vengono suddivisi in primari e secondari, da quelli più fisiologici come mangiare o dormire, fino a quelli più complessi e astratti come l’autorealizzazione. Il counselling ci aiuta a distinguerli e a considerarli tutti importanti per il nostro benessere, ci incoraggia all’autorealizzazionee trarre il meglio da noi stessi.
Di fronte al counselor la persona che chiede aiuto non è un paziente, in posizione di subordinazione rispetto al terapeuta, ma un cliente, termine che ci indica che la persona sta su un piano sostanzialmente paritario rispetto al professionista a cui si rivolge. Naturalmente il counselor ha competenze diverse in fatto di aiuto e qui risiede la differenza tra i due. Ma a sua volta il cliente ha molte capacità e potenzialità che deve solo tirare fuori, grazie proprio al counselor che saprà guidarlo verso questo obiettivo. L’atteggiamento di piena fiducia nelle capacità del cliente deriva dalla convinzione che ogni essere umano abbia in sé le capacità necessarie per scegliere il meglio per se stesso, traendo il meglio da se stesso.

La persona al centro

Elemento fondamentale per il lavoro del counselor è mettere la persona al centro della relazione di aiuto. Non è solo un metodo di lavoro, ma una vera e propria modalità di concepire il mondo e le persone che stanno intorno a noi. Il counselor parte sempre dall’agevolazione all’apertura e all’esplorazione delle emozioni, tramite la creazione di un clima accogliente, sia nell’ambiente in cui si riunisce col cliente, che nell’atteggiamento con cui lo accoglie e lo ascolta.

Siamo un solo organismo

Noi esseri umani non siamo un corpo separato da una mente, ma un organismo nella sua interezza. Siamo l’unione di livello fisico e mentale, che si compenetrano e sono strettamente interconnessi. Non possiamo quindi considerare un conflitto che ci preoccupa come qualcosa di meno importante rispetto, per esempio, a un problema fisico. Dobbiamo prenderci cura di noi stessi su tutti i livelli, perché non siamo una somma delle parti, ma un insieme organico che tende all’arricchimento, all’evoluzione, al miglioramento delle proprie condizioni

 

L’autorealizzazione e la crescita grazie all’aiuto del counselling

Se questo lavoro su se stessi è teso all’autorealizzazione, sicuramente è favorita la crescita personale dell’individuo, perché tramite il counselor impara a guardare dentro di sé e a sfruttare le proprie potenzialità. Questo è il modo in cui può cominciare il cambiamento. Per creare un ambiente favorevole perché questo avvenga, è fondamentale che il cliente venga accolto positivamente secondo una serie di regole e tecniche: congruenza, considerazione positiva incondizionata, comprensione empatica.

Congruenza

Il counselor deve conoscere bene se stesso, per poter vivere consapevolmente i propri sentimenti ed emozioni. Così è in grado di accogliere il cliente senza maschere o atteggiamenti di facciata, mostrandosi esattamente per ciò che è e per ciò che sente. Questo significa che il suo atteggiamento è congruente con ciò che sente realmente e invita il cliente a fare lo stesso. Il cliente, in tal modo, riuscirà a esprimersi a pieno e con soddisfazione, potrà sentire le proprie emozioni e i propri bisogni, in modo da trovare le risorse per trovare la soluzione al motivo che lo ha portato a chiedere aiuto al counselor.

Considerazione positiva incondizionata

È la completa accettazione del cliente per ciò che è in quel momento. Il counselor si pone con la massima disponibilità e lascia da parte qualsiasi pregiudizio. Accetta qualsiasi sentimento e stato d’animo del cliente, perché questo si senta libero di esprimersi davvero per ciò che è.

Comprensione empatica

Questa è una vera e propria abilità che si può anche allenare. Il counselor sa empatizzare con il cliente, cioè riesce a mettersi nei suoi panni. Anche dove non ha mai vissuto un’esperienza come quella che il cliente porta, il counselor è in grado di trovare dentro di sé una situazione che gli permetta di sentire lo stato d’animo del cliente. L’empatia è una potente connessione tra persone in generale e per un counselor è una chiave fondamentale del processo.

Il counselor mette in atto queste condizioni così che il cliente si senta a proprio agio e si esprima a pieno. Tramite l’aiuto del counselor, il cliente è  in grado di riconoscersi e decidere serenamente in base ai propri bisogni, guadagnando in autostima e consapevolezza che gli saranno utili anche per decisioni e scelte future.

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Se ti stai separando forse vivi un momento di difficoltà, ma la buona notizia è che esiste un modo per arrivare a degli accordi in modo meno conflittuale, che si chiama mediazione familiare. Soprattutto se hai figli e vuoi tutelarli emotivamente, può interessarti capire di cosa stiamo parlando.
Cercheremo di spiegarti in modo semplice cosa sia la mediazione familiare e come può farti trovare armonia nella separazione.

La mediazione familiare nasce negli USA negli anni 70, per spinta di James Coogler, avvocato e psicologo. Consiste nell’intervento di un professionista che prende in carico la coppia per accompagnarla nella risoluzione del conflitto, in fase di separazione. Il mediatore familiare è formato appositamente per usare tecniche e strumenti utili a ridurre le incomprensioni dei partner che si stanno separando.
La mediazione familiare prende in considerazione la sfera delle emozioni delle persone coinvolte in una fase così delicata. Va oltre, quindi, il mero aspetto legale che offre tutela ma non contempla la sfera delle emozioni e sentimenti di una coppia che vuole dirsi addio. Questo stato emotivo complica le decisioni da prendere, rendendo la separazione ancora più dolorosa. James Coogler lo aveva compreso, per questo ha voluto dar spazio all’aspetto della gestione emotiva tramite un esperto della relazione d’aiuto.

 

La mediazione familiare e il conflitto nella coppia

Le coppie che arrivano in mediazione generalmente sono già decise a separarsi. In molti casi, grazie all’intervento del mediatore familiare, accade che le coppie si riavvicinino. Restiamo però sul tema della separazione e del conflitto.
Innanzitutto, il conflitto nella coppia si sviluppa su diversi livelli: sui valori, sulle regole, sull’attribuzione all’altro delle colpe, sui confini che noi stessi ci diamo dentro la relazione, ecc. Questi poi si traducono in recriminazioni o mancati accordi sulla gestione dei figli, aspetti economici, di organizzazione del tempo e altri aspetti concreti della vita di una famiglia. Al mediatore interessa capire che tipo di conflitto ha di fronte per capire come affrontarlo. È in grado di stabilirlo osservando i comportamenti della coppia in fase di colloquio, sul livello verbale e comportamentale.

Una volta stabilito questo, si sofferma sulla fenomenologia e le dinamiche del conflitto: come la coppia mette in atto il conflitto?  Come si può intervenire per scavare più a fondo trovandone l’origine, ma non tanto da scendere nel campo della psicoterapia? Domande che un professionista della mediazione familiare deve farsi per svolgere bene il proprio compito.  Solo così il mediatore familiare aiuta i partner a capire perché non devono avere paura del conflitto ma, anzi, capire quanto questo sia utile nel processo di svelamento dei non detti della coppia.

Come funziona il conflitto?

Per capire meglio di cosa parliamo, vediamo insieme delle possibili dinamiche di conflitto che una coppia mette in atto e come siano trattabili con la mediazione familiare.
Il mediatore può trovarsi di fronte diversi tipi di conflitto, anche molto distanti tra loro. Non è necessario essere esperti di un problema specifico per poter aiutare una coppia a risolvere il suo. Il buon mediatore familiare mette in atto un processo utile a dinamiche e persone molto diverse.
Per esempio, ci sono coppie che evitano di litigare, di fatto escludendosi reciprocamente dal contatto, mantenendo i toni bassi e sembrando molto distanti tra loro. Il fatto che venga evitato, non significa che il conflitto non ci sia più e qui entra in gioco l’esperienza del mediatore. Attraverso le sue tecniche, è in grado di far esprimere alla coppia la emozioni taciute nel tempo, per liberarsi di questo fardello e poter inquadrare in modo più chiaro necessità, bisogni e possibilità di ognuno dei due partner.
Al contrario, ci sono coppie che manifestano apertamente il conflitto e che lo alimentano a vicenda. Spesso i partner si attribuiscono colpe e responsabilità a vicenda, tendono a ignorare il mediatore perché troppo occupati a recriminare fatti e situazioni più o meno recenti, che li hanno portati alla separazione. Il mediatore non parteggerà per nessuno dei due, ma si impegnerà a riportare su un piano oggettivo le accuse che i partner si fanno a vicenda. In questo modo il percorso che farà la coppia sarà quello di ristabilire un equilibrio utile a prendersi un impegno a gestire tutti gli aspetti in maniera più oggettiva e pratica, senza caricare la separazione di ulteriore tensione.
Ci sono poi coppie che innescano dinamiche di “vittima-carnefice”, dove al crescere del lato conflittuale di un partner, si attenua quello dell’altro partner. O ancora coppie che ricercano nel mediatore e, più in generale nelle persone che hanno intorno, degli alleati da usare contro il partner da cui si stanno separando.
In queste situazioni il bravo mediatore sa che non deve propendere per una parte o per l’altra, ma aiutare ognuno dei partner a rimettersi in equilibrio e prendersi l’impegno di gestire al meglio la separazione e ciò che ne consegue.

 

Corsi di mediazione familiare

Nel tempo la mediazione familiare prende piede, perché strumento efficace. Per questo ci sono sempre più persone che scelgono la formazione in questo campo. Non esiste una laurea, ma diversi master e corsi di mediazione familiare.  L’offerta è abbastanza variegata, da quelli che inquadrano la materia dal punto di vista più giuridico, a quelli che trattano maggiormente l’aspetto psicologico, o entrambi.
La scelta del corso è sicuramente subordinata alla formazione pregressa. Se hai una laurea in giurisprudenza, per esempio, ti sarà più utile approfondire l’aspetto psicologico, emozionale e gestionale.

Noi a Mediare abbiamo sviluppato un percorso, con l’esperienza e il tempo, che ci rende peculiari nella nostra attività. Abbiamo infatti integrato il counselling alla mediazione familiare, con un eccellente risultato. Abbiamo quindi trasportato questa nostra conoscenza in un corso di formazione, convinti che sia il modello vincente per la mediazione familiare.

Il Master biennale in counselling e mediazione familiare

Mediare opera nel settore del counselling e della mediazione familiare a Roma da molti anni. Proprio grazie a questa esperienza e alla continua ricerca del nostro direttore scientifico Franco Pastore, siamo riusciti a creare un corso di formazione veramente completo.
Il nostro Master biennale in counselling e mediazione familiare, prevede una prima annualità dedicata allo studio e alla pratica del counselling. Lo riteniamo uno strumento potentissimo e molto utile per la crescita personale, per l’aiuto ai singoli ma anche per la gestione delle dinamiche conflittuali di una separazione.
Il secondo anno è dedicato interamente alle dinamiche di coppia, alla relazione, alla gestione dei problemi in coppia e a una panoramica del contesto giuridico in cui si inserisce la mediazione familiare.
Il nostro obiettivo è formare prima di tutto persone e poi professionisti in grado di essere d’aiuto anche nelle situazioni più difficili.

Per qualsiasi informazione sulla formazione o su un intervento di mediazione familiare, siamo a tua disposizione.
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo., o chiamaci dalle 9.30 alle 13.00 allo 06 37 21 136.

 

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Cos’è il counselling? E a cosa serve? In tanti se lo chiedono, perché è una disciplina relativamente giovane e non ancora molto conosciuta. Specialmente in Italia comincia a comparire solo recentemente ed è regolata dalla Legge 4/2013, che disciplina le nuove professioni. È normale che in tanti abbiano quindi le idee poco chiare su cosa sia esattamente e a cosa serva. Proviamo allora a spiegartelo in modo semplice e chiaro.
Il counselling (o counseling) è un’attività professionale volta a dare sostegno alla persona, a sviluppare le sue capacità e competenze, per metterla in condizione di scegliere in modo più sereno e consapevole.
Il counselor è un esperto della relazione di aiuto: conosce in profondità le tecniche utili ad accompagnare la persona in difficoltà verso la soluzione di un problema. Mette la persona in condizione di sfruttare al meglio le proprie risorse per raggiungere l’obiettivo. Per questi motivi possiamo considerarlo un percorso di aiuto e di crescita personale.

 

Perché nasce il counselling

Nasce l’inizio del secolo scorso negli Stati Uniti, con la precisa esigenza di accogliere e reinserire i soldati appena rientrati dalla guerra, soprattutto a livello professionale. Negli anni Cinquanta comincia a svilupparsi come corrente della psicoterapia, anche grazie al contributo di Carl Rogers, considerato uno dei padri del counselling come oggi lo conosciamo. Rogers, psicologo e psicoterapeuta, approfondisce gli studi sul counselling con un preciso intento: mettere la persona al centro della relazione di aiuto.


La persona al centro

L’approccio di Rogers ha puntato tanto sulla fiducia nelle capacità di ognuno di noi. Grazie a questo modo di sviluppare il counselling, oggi il counselor è un professionista che mette al centro la persona e la considera la vera esperta di se stessa. Il compito del counselor è di agevolare la persona a sentire realmente di cosa ha bisogno e a trovare la soluzione migliore per sè, uscendo da indecisioni e disorientamenti, sempre sulla base delle proprie esigenze. Il counselor quindi non offre soluzioni preconfezionate, ma aiuta chi ha bisogno a trovare quella adatta a sé.
Per questo possiamo considerare il counselling come un un percorso di crescita personale, in termini di autodeterminazione, consapevolezza e gestione delle emozioni e bisogni.

 

Gli ambiti di applicazione del counselling

Date queste premesse, il counselling si dimostra trasversale, applicabile in molti ambiti diversi. Sicuramente a livello personale, ma anche in ambito scolastico, infermieristico, medico, pedagogico e filosofico.
Il counselor è in grado di aiutare singoli, coppie, famiglie, adolescenti, malati, in sedute individuali o di gruppo.
Nel concreto, vediamo alcune delle situazioni in cui il counselling si rivela utile e come.

Counselling individuale

Si svolge in colloqui singoli, che si focalizzano su una o più difficoltà della persona che si presenta a chiedere aiuto al counselor. Il counselor parte dal presupposto che ogni essere umano abbia le risorse per scegliere il meglio per se stesso. Semplicemente, è possibile che in alcune fasi della vita, non sia in grado di decidere su dei temi: amore, amicizia, corso di studi, coppia e tanti altri. Il suo compito è, quindi, ascoltare attivamente e attentamente il cliente, empatizzare per mettersi in condizione di capire in quale situazione si trovi e aiutarlo, con diverse tecniche, a rimettere in ordine i pensieri e le priorità. Il counselor non giudica e non dà consigli, ma applica tecniche efficaci nella risoluzione di infiniti tipi di problemi. Non interviene sul problema in sè, quanto sull’atteggiamento con cui affrontarlo.

Counselling di coppia

Nell’ambito della coppia intervengono altre dinamiche. Spesso il conflitto in una coppia è frutto di una cattiva comunicazione tra i due partner; obiettivo del counselor è quindi migliorare le capacità comunicative tra i due. I partner sono resi protagonisti consapevoli della necessità di cambiamento: l’impostazione della comunicazione dannosa va gestita dalla coppia, con la guida del counselor. Solo così si ristabilisce un equilibrio positivo, di cui entrambi i partner giovano a livello personale e, di conseguenza, in coppia.

Counselling scolastico

Un ambito particolare di applicazione del counselling è quello scolastico. Questa attività è in grado di orientare i ragazzi nelle scelta del percorso di istruzione, migliorandone l’autostima e la percezione delle proprie capacità. Per questo incide positivamente sulle prestazioni e sul rendimento scolastico, oltre che sulla riduzione di conflitti, per esempio nella delicata fase dell’adolescenza.

Counselling medico-infermieristico

L’ambito sanitario è molto delicato, come è facile intuire. L’aspetto empatico nella relazione medico-paziente, spesso è oggetto di lamentela da parte dei pazienti; d’altra parte, il lavoro del medico o dell’infermiere è molto stressante a livello fisico e psicologico. L’utilità di introdurre concetti e tecniche del counselling, basate sull’empatia, si rivela quindi vincente per tutti. Il medico o infermiere che ascoltano attivamente il paziente, sono in grado di rassicurarlo e di farlo sentire accompagnato sia per piccoli problemi, che per malattie più importanti. Consideriamo infatti che l’essere umano è un organismo unico e non un corpo e una mente separati. Il benessere di una persona è quindi determinato dal livello fisico come da quello psicologico.

 

Counselling e psicoterapia, perché sono due cose diverse

Possiamo inquadrare il counselling come un percorso tra l’educazione alla salute e la psicoterapia. Pur prendendo origine dalla psicoterapia, il counselling ha infatti caratteristiche diverse, per obiettivi, metodi e tecniche. Per semplificare, possiamo sintetizzare le differenze così:

  • Psicoterapia: va in profondità, punta a ristrutturare il pensiero del paziente, per risalire a cause spesso remote, che possono essere origine di disturbi e problemi. Tenta quindi di lavorare sulla persona, in maniera profonda, laddove ci siano comportamenti realmente limitanti o problematici e di natura psichica.
  • Counselling: lavora su un livello più contingente, ma non per questo meno importante, concentrandosi sulle capacità della persona. Consideriamo il counselor come un esperto nella relazione di aiuto, che parte dal presupposto che l’essere umano scelga sempre il meglio per se stesso. Quando non riesce a farlo da solo, ecco che interviene il counselor, che con l’esperienza è in grado di attivare nella persona le capacità necessarie che servono per risolvere un problema.

La relazione come punto focale del counselling

Il counselling è quindi fortemente basato sulla relazione, innanzitutto quella tra counselor e cliente. Un tassello fondamentale per cominciare un percorso con un counselor è imparare a esplorare le proprie emozioni e riconoscere i propri bisogni.
Chi si rivolge a un counselor spesso arriva in una situazione di confusione emotiva, che non permette di vedere soluzioni al problema che lo affligge. Compito del counselor è, quindi, ascoltare attentamente il cliente, capirne i bisogni e le emozioni che stanno alla base, per dare al problema una cornice oggettiva e mettere la persona in condizione di poter decidere con le proprie risorse.
Perché la relazione di aiuto sia efficace, il cliente deve fidarsi del counselor. La fiducia permetterà alla persona di esprimersi in maniera completa e, di conseguenza, al counselor di intervenire nel modo più efficace.

 

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